“Tra un fiore colto e
l’altro donato
l’inesprimibile nulla.”
Giuseppe Ungaretti, “Eterno”, da “Ultime”, in “L’Allegria”, 1916
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Immagine dal web

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Il no è no
“No è No
e c’è un solo modo di dirlo.
No.
Senza stupori, né indugi,
né punti sospensivi.
No, si dice in un solo modo.
È corto, veloce, monocorde,
sobrio, conciso.
No.
Si dice una sola volta, No.
Con la medesima intonazione, No.
Un No che ha bisogno di una lunga camminata
o di una riflessione nel giardino,
non è un No.
No, ha la brevità di un secondo.
E’ un No per l’altro,
perché lo è già stato per noi stessi.
No è No, qui, e molto lontano da qui.
Dire No, è l’ultimo atto di dignità.
Il No è la fine di un libro,
senza più capitoli né seconde parti.
Il No non si dice via lettera,
non si dice con i silenzi, a bassa voce,
o urlando, o con la testa china,
o guardando da un’altra parte,
o con dei simboli ribaltati;
nemmeno con pena,
e men che meno con soddisfazione.
No è no, perché No.
Quando il No è No,
si guarda negli occhi
e il No si stacca naturalmente dalle labbra.
La voce del No non è né tremula
né vacillante, né aggressiva,
non si lascia dietro dei dubbi.
Quel No non è una negazione del passato,
è una correzione del futuro.
E solo chi sa dire No
imparerà un giorno a dire Sì.”
Hugo Finkelstein, “Il no è no”
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Pablo Picasso, “The Kiss”, 1925

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Monologo del non so
“Io non so se questa mia vita sta spianata su un
buco vuoto. Non so se il silenzio che indago
è intrecciato alla mia sostanza molle.
Io non so se quello che cerco e ho cercato e
cercherò, non so se quello che cerco
è un insulto a quel vuoto.
Non so se questo fatto di non avere
un paio di ali, sia premio o castigo,
io non so se la polveriera
della mia inquietudine sia un trono
su cui mi siedo minacciato, se la fuga che
a scatti regolari mi pungola, se quel
puerile sogno di fuga sia uno sgambetto
d’angelo, d’un buffone d’angelo che
mi vuole inciampare.
Io non so se l’amore sia una guerra o una
tregua, non so se l’abbandono d’amore
sia una legge che la vita cuce fino al
ricamo finale. Io non so
che farmene di questi nemici che premono,
non so che farmene oggi di questo oggi
e me lo ciondolo fra le dita perplesse,
non so parlare quello che
è sentito nel profondo me, non so parlarlo
quell’essere qui presente fra le vite degli
altri.
Io non so spiegarmi l’imperturbabilità
di Dio, e non mi spiego di non udire il
suo grave lamento, il suo urlo di collera o
d’amore, e non so vederlo che sono in cecità
ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io
guardando le facce indolorate, guardando le
facce con grave malattia terrestre,
io non so invocarlo né bestemmiarlo che
è troppo nella sottrazione e troppo
astratto per i miei chili umani.
Io non so forse non voglio
consegnarmi negli uffici del mondo,
e stare buono nelle sale d’aspetto della
vita. Io non so nient’altro
che la vita e molte nuvole intorno che
me la confondono me la confondono e non
so cosa aspetto, cosa sto aspettando in questo
sporgermi al tempo che viene. Io non so
e vorrei, vorrei, non so stare
fuori misura, fuori misura umana,
fuori da questa taglia finita.
Io non so perché guardando l’acqua del mare
mi salta in petto una gioia di figlio con la
madre. Non so se questa uscita mia in un secolo
a caso, se questo essere qui a casaccio,
io non so spiegarmi questa malattia
all’attacco del mondo, non so guarire
questa malattia che indolora e vorrei
sistemare ogni cosa, in un sogno puerile di
tregua, in un’arcadia anche retorica,
in un dormire abbracciato dei
guerrieri che si innamorano.
Io non ho capito e dovrei,
non ho capito il mondo della
vita, io non ho capito la legge sottostante
e non ho da fare la consegna a
questi eredi cuccioli che aspettano, che esigono
da me l’aver capito.
Io non so la canzone
che spensiera e non so soccorrervi
non so pur volendolo
con quella forza di cagna
che dà il latte, non so soccorrervi nel vostro
sbando, io non so farvi un canto della
guarigione, non so farvi da balsamo
io non so mettervi nel coraggio essenziale,
nello slancio, nel palpito.
Il mio Graal l’ho ritrovato e perso cento
volte.
Io non so se le particelle piriche del mio
disagio fanno una miccia che incendia.
Non so se l’Attila del mondo ha
una forza che straborda le mie
dita pacifiche, non so se indurlo a
guerrigliare, non so se indurlo
se sedurlo se ridurlo a sagoma
di sogno, non so se alzare bandiera bianca
o finirò impantanato nella sua
normalità stupefacente, nella sua
normalità di Attila che
fa terra bruciata, non so se battermi,
essere patriota di un’idea sollevata, non so
se fare il giuramento alla
primavera che dice la sua infiorando e
incantando, non so se slanciarmi
nel cataclisma barbarico e dare
un goccio d’acqua alle bocche
screpolate dei fratelli, non so
se fare il giuramento a questa tregua
domestica, se fare il giuramento delle
pance satolle o azionare un voltafaccia
che strozza ogni boccone. Non so se nell’uno o
nell’altro caso sono salvo, se sono salvo
quando viene l’angelo
col suo atto d’accusa, e ci condanna ancora
ad una logica finanziaria
e poi dà l’ordine di sospendere le vite.
Io non so se la bellezza è questa accademia di
centimetri, se la bellezza, la bellezza è questa
carnevalesca decadenza di saltimbanchi,
io non mi spiego la crocifissione
della grazia, e non mi spiego perché
mi trovo qui, in questo covo rivoltato
in questa fossa con gli orchi attuali
in questo lato barbarico della specie,
e non so perché stando ad occidente non si
ode quell’alleluia delle cose.
Io non so se in questa schiena
senza ali ci sono grandi pianure da cui fare
il decollo, se in questa spina dorsale
ci sono istruzioni
per la manovra di decollo, se sono io la freccia
di questo arco della schiena, se sono io
arco e freccia, non so in quale mano
non mano o zampa di Dio mi stanno
torchiando, e sottoponendo al duro
allenamento dei dolori terrestri.
Io non so se la solitudine, se quello
strazio chiamato solitudine, se quell’andare
via dei corpi cari, se quel restare soli
dei vivi, io non so se quel lamento della
solitudine, se quel portarci via le facce
se quel loro sparire
di facce che avevamo dentro il respiro, non so
se il dono sia questo portarci via le
carezze, questa slacciatura.
È poco il poco che so e di questo
poco io chiedo perdono. Io chiedo
perdono per quello che so, perdono io chiedo
per tutto quello che so.”
Mariangela Gualtieri, “Monologo del non so”, da “Parsifal, in Fuoco centrale e altre poesie per il teatro”
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Giuro per i miei denti di latte
“Giuro per i miei denti di latte” giuro per il
correre e per il sudare giuro per l’acqua e
per la sete giuro per tutti per i baci d’amore
giuro per quando si parla piano la notte
giuro per quando si ride forte giuro per la parola no
e giuro per la parola mai e per l’ebrezza
giuro, per la contentezza lo giuro.
Giuro che io salverò la delicatezza mia
la delicatezza del poco e del niente
del poco poco, salverò il poco e il niente
il colore sfumato, l’ombra piccola
l’impercettibile che viene alla luce
il seme dentro il seme, il niente dentro
quel seme. Perché da quel niente
nasce ogni frutto. Da quel niente
tutto viene.”
Mariangela Gualtieri, “Giuro per i miei denti di latte”, da ”Imparare è anche bruciare”
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Nicoleta Vacaru, “Time”

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Se…
“Se sei distante
dai miei chilometri fatti a piedi nudi
e non conosci la spina del rovo
che la mia infanzia ha dovuto attraversare
se non hai mai mangiato
dal mio piatto povero
e non hai bevuto i veleni
dei miei amori sbagliati
e se non hai lottato
accanto a me
almeno una delle secolari battaglie
se non hai trafitto un solo mostro
che mi porto dentro
nè visto anche da lontano
un giorno della mia crescita
se non sai di che colore sono
i miei occhi quando sono sconfitti
e non sai quanto stringo negli abbracci
se non mi hai affiancato
la notte prima dei grandi incubi
e non fatto un solo passo di danza
sotto i miei grandi temporali
se non conosci
il numero delle notti che ho passato
senza addormentarmi
se non conosci
le mie ferite aperte
se non conosci
le mie lotte
i miei dolori
i miei guai
i miei posso farcela
non dirmi come devo lavorare
non dirmi come devo vivere,
la tua opinione
non mi interessa
manca di sale,
non sa di niente.”
Gio Evan
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Perfetti sconosciuti
“Non posso dire “Salve”. Non ci siamo mai incontrati.
Non posso dire “Addio”. Non ci siamo mai lasciati.
Non posso farmi abbracciare. Non ci hanno mai presentato.
Il cielo riacquista le manette di cenere.
L’azzurro di ieri è un inganno.
Fiori artificiali appassiscono.
Non riesco a ricordare i nostri nomi.
Come antichi manoscritti, siamo indecifrabili.”
Nina Cassian, “Perfetti sconosciuti”, da “C’è modo e modo di sparire”
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Niente
“È questo che porti arrotolato
con cura, piegato
in quattro, alla rinfusa
sgualcito spiegazzato
ficcato ovunque
negli angoli più oscuri,
niente da dichiarare
niente
devi dire niente.
Il doganiere non ti capirebbe.
La memoria è sempre un contrabbando.
Bartolo Cattafi, “Niente”, da “Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi”
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Gideon Rubin, “Pink”, 2019

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Non sapevo
“Non sapevo che il buio
non è nero
che il giorno
non è bianco
che la luce
acceca
e il fermarsi è correre
ancora
di più”
Goliarda Sapienza
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“VENIAMO DAL NULLA ED È NEL NULLA
CHE ANDIAMO
Non c’è nemmeno oscurità dove andiamo;
nessuna luce d’argento o neve scintillante;
nessun profumo di rose spagnole;
né notte sulla città;
e quando sto in piedi, so di essere caduto.
Sono in cima a un precipizio.
Non
disapprovarmi.
A volte è dura qui.
La mente fa rughe e disapprova.
Sei il mio Tesoro Adorato; qui sarò un uomo
non un dannato clown.
A volte scivolo ma non cado.
Non c’è nemmeno oscurità dove andiamo
ma io qui sono un uomo, sono l’uomo che conosci.
Siamo venuti dal nulla ed è nel nulla
che andiamo.”
Michael McClure, “Spanish Roses” – Traduzione di Raffaella Marzano
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Non lo saprà nessuno
“Non lo saprà nessuno.
Che abbiamo vissuto,
che abbiamo toccato le strade coi piedi
che andavamo allegri,
non lo saprà nessuno.
Che abbiamo guardato il mare
dai finestrini dei treni,
che abbiamo respirato
l’aria che si posa
sulle sedie dei bar,
non lo saprà nessuno.
Siamo stati
sulla terrazza della vita
fintanto che sono arrivati gli altri.”
Nino Pedretti, da “Poesie in dialetto romagnolo”
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Non so dove mettere i tanti rifiuti
“Non so dove mettere i tanti rifiuti
I “NO” quelli secchi ne ho dati, ne ho avuti
Ma i “forse” a smaltirli si fa complicata
La falsa speranza: nell’indifferenziata.
Le bottiglie di rabbia, i flaconi di bile,
La faccia posticcia di chi è pavido e vile
Le rose di nylon che non fioriranno:
La plastica è il posto dove se ne vanno.
Li butto nel vetro i sogni che ho infranto?
I mille frammenti a seguire lo schianto
Oppure nell’umido, il buonsenso risponde
A infrangersi è il vetro, ma anche le onde.
E vanno in frantumi ad ogni scogliera
Li incolla la schiuma, il mare li avvera
Così si riformano i sogni ogni giorno
Un eterno riciclo, l’eterno ritorno.
Invece le lettere? Nella carta, mi pare
Io non ci credevo, ma l’amore va a male
Le ho scritte pensando non c’è una scadenza
Ho un plico di posta rimasto in giacenza
Il destinatario le rimanda al mittente
Se manca chi legge non servono a niente?
E invece le tengo, mi ci incarto il futuro
Il passato è passato e io non l’abiuro.
I giudizi pesanti nel mio armadio ammassati
Via nel cassonetto degli abiti usati
ci butto il maglione che avevi scordato
c’ho pulito anche il cesso, ma t’ho perdonato.
Rassetto le stanze di questa mia vita
Per qualcosa di nuovo, dell’aria pulita
E butto i rapporti scaduti e scadenti
È l’ecologia, dei miei sentimenti.”
Enrica Tesio, da “Filastorta d’amore”
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“Sono roccia poi piuma
sono scoglio poi sabbia
sono dell’onda la schiuma
sono il prima poi il dopo
sono uno schianto contro il muro
sono il muro al quale mi appoggio
sono pianto poi sorriso
sono l’appoggio ed il sostegno
poi di sostegno bisognosa
sono sospiro poi respiro
sono un pensiero coerente
poi allucinazione
sono miracolo poi rassegnazione
sono ogni segno sul mio corpo
poi leggero spirito
sono incubo poi sogno
sono carezza poi colpo
sono dubbio poi certezza
sono il libro della mia vita
poi pagina vuota
sono un intenso abbraccio
poi freddo ghiaccio
sono polvere senza straccio
sono coraggio poi timore
sono inappetenza poi fame
sono presenza poi assenza
sono luce poi buio
sono demone poi angelo
sono pace poi guerra
sono qui poi altrove
sono dolore poi gioia
sono pioggia poi sole
sono tutto poi niente
sono solo queste parole
a volte ancora
non sono
e fa paura.”
NOHE (Nohemi Milagros Dorizzi), “Non so”, da “A pugni chiusi”, 2015
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Foto di Luis Suvervil

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Non ho nulla
“Non ho nulla.
E sono ciò che possiedo.
Vorrei essere utile
– l’anello che salva il dito dal taglio
– l’errore nella preghiera che fa sorridere Dio
– la carogna dell’animale a farti sentire vivo
e l’addio che accetti
senza rammarico.”
Elisa Ruotolo, da “Corpo di Pane”, 2019
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Sezen Vatansever
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Ogni volta che suonano alla porta
“Ogni volta che suonano alla porta,
sei tu
che non suoni;
le lettere:
tu che non le hai scritte
e datate,
sei tu la firma,
la forma di un altro nome;
sei tu
che non aspetti al palo,
non qui sotto,
non alla fine della strada,
non all’angolo,
non dietro di me,
non al bar:
sei lo sguardo,
la ricerca,
il vuoto;
sei tu
tutti i fattorini,
sei il mazzo di rose non mio;
sei tu che non regali fiori;
è tuo:
il nero dei maglioni;
tuoi:
il ristorante dietro la stazione,
la stazione,
i treni, quelli che arrivano,
ma anche (e soprattutto)
quelli che
se ne vanno,
quelli che
non tornano,
quelli che
non mi dici;
il dodici sul calendario,
le piante,
il mio pianto.
Sono tuoi:
Piero della Francesca,
Alberto Burri,
i carciofini e il vino
e molto altro fra le labbra;
questa poesia,
i secchi bianchi con i bordi blu;
la ruggine è tua.
camminare per strada in centro è tuo,
che sia felice io
è tuo;
la mia infelicità non è tua,
del letto,
delle auto bianche,
della guancia,
del petto.”
Beatrice Zerbini, in “D’amore”, 2022
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Olafur Eliasson’s, “Black glass eclipse”, 2017
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E’ finito il nero dell’inchiostro
“E’ finito il nero dell’inchiostro
mi resta solo un goccio di bianchetto.
I cancel the / dal mio Io.
Quel che resta sono io
lo zero, un “O”
nel cerchio dell’infinito.”
Farhad Ali Zolghadar, da “Sulla tenera pelle”, 2017
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Disegno di Frédéric Forest
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Cosa non devo fare
“Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.”
Patrizia Cavalli, da “Vita meravigliosa”, 2022
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A scrivere ho imparato dagli amici
“A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
ad amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.”
Beppe Salvia, da “Cuore”, 1987 (postumo)
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“Si è arrivati a questo: siedo sotto un albero,
sulla sponda d’un fiume
in un mattino assolato.
E’ un evento futile
e non passerà alla storia.
Non si tratta di battaglie e patti
di cui si studiano le cause,
né di tirannicidi pieni di memoria.
Tuttavia siedo su questa sponda, è un fatto.
E se sono qui,
da una qualche parte devo pur essere venuta,
e in precedenza
devo essere stata in molti altri posti,
proprio come i conquistatori di terre lontane
prima di salire a bordo.
Anche l’attimo fuggente ha un ricco passato,
il suo venerdì prima di sabato,
il suo maggio prima di giugno.
Ha i suoi orizzonti non meno reali
di quelli nel cannocchiale dei capitani.
Quest’albero è un pioppo radicato da anni.
Il fiume è la Raba, che scorre non da ieri.
Il sentiero è tracciato fra i cespugli
non dall’altro ieri.
Il vento per soffiare via le nuvole
ha dovuto prima spingerle qui.
E anche se nulla di rilevante accade intorno,
non per questo il mondo è più povero di particolari,
peggio fondato meno definito
di quando lo invadevano i popoli migranti.
Il silenzio non accompagna solo i complotti,
né il corteo delle cause solo le incoronazioni.
Possono essere tondi gli anniversari delle insurrezioni,
ma anche i sassolini in parata sulla sponda.
Intricato e fitto è il ricamo delle circostanze.
Il punto della formica nell’erba.
L’erba cucita alla terra.
Il disegno dell’onda in cui s’infila un fuscello.
Si dà il caso che io sia qui e guardi.
Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria
ali che sono soltanto sue
e sulle mani mi vola un’ombra,
non un‘altra, non d’un altro, ma solo sua.
A tale vista mi abbandona sempre la certezza
che ciò che è importante
sia più importante di ciò che non lo è.”
Wislawa Szymborska, “Senza titolo”, da “La fine e l’inizio”, 1993 – Traduzione di Pietro Marchesani
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Più non riconcilierà Abele e Caino
“Goccia di mare nel suo nome
non andrà più al mare
non pescherà la paletta
sottratta dall’onda al bambino che frigna
non toccherà acqua
con quelle dita storcinate un poco dall’artrite
più non riderà a bocca chiusa
con gli occhi azzurrini stretti a fessura
quando è orgogliosa e però non dice l’emozione
perché la figlia scalciando non lasci il corrimano
e perda la misura
e più non scenderà le scale per appurare
se vale comprare il palàmito o la tonnina
cantata dal banditore nel vicolo sotto Castellaccio
non tirerà più la catenella dell’acqua
e io che sto al piano di sopra
non sentirò lo sciacquone
e se ora mi capita di sentirlo
so che la sua mano non c’entra nulla
con tutto questo gorgòglio e brontolio
di acque strozzate nelle tubature
perché realizzo che sono a Roma
e non a Messina
ma il trasalimento resta lo stesso
di quando ragazza abitavo la stanza di sopra
e sentivo i suoi rumori
e ogni volta è un soprassalto
più non riconcilierà Abele e Caino
e a Pasqua non cucinerà l’agnello
per i figli che tornano a casa
la danza e il salto sono compiuti
Pasqua è passata e il fornello è spento
e più non mi soppeserà compunta
come fa la gatta che lecca
e accarezza con gli occhi la mìciola smunta
non pregherà più
e la sua requie materna in pace
non riconduce più il latino
al grembo della madre
con le sillabe affrante del cuore
più non punterà dritti gli occhi
sulle facce degli amici e dei nemici
sulle feci e i pidocchi dei marmocchi
scrofolosi itterici e picciosi
sul sangallo e la fiandra
sulla tela di agave lavorata
nella contrada del camposanto
o sui dolcini di ricotta e gelsomini
e più non darà consigli
e non mi dirà non fare la baccalara
che inghiotte a bocca aperta
perché tutti si fanno i conti in tasca
con qualche rarissima eccezione
e tu non hai imparato e mai imparerai a contare
e la vita è appesa a una foglia di frasca
non mi proteggerà più
e più non si attarda in ciabatte sulla soglia
quando sfrenato di voglia il cuore mi dice di andare
e non dovrei carezzare il ghiaccio
ma non si affligge del mio errare
perché ha sempre preferito dare
più che celando conservare
più non guarderà le stelle
nelle sere d’agosto
dal terrazzo di rose fucsie e gardenie
con vista sui Peloritani e sull’Aspromonte
né i fuochi d’artificio sullo Stretto
per la festa della Vara
e più non strapperà dal culo ai mocciosi
il verme solitario che li impuzzolentisce e sfiacca
mangiandosi tutta la sostanza e lo scarso nutrimento
degli anni perniciosi dell’anteguerra
della guerra e del dopoguerra
non berrà più gazzosa
e più non offre per amore del prossimo
la solita mezza bottiglia di vino
con qualche stuzzichino di carne secca
alla vicina stizzosa con le pupille sgranate
che bussa imbriaca alla porta
più non s’incamminerà di notte
per il pellegrinaggio alla Madonna Nera
o al santuario dell’Antennammare
e non accenderà candele contro il male;
e i diavoli che sotto forma di vermi
entrano nella pancia di ogni mortale
e gli tolgono la luce degli occhi
aizzano la mente lo fanno demente
mortuario sotto il suo sudario
e più non mi nutrirà
a panecotto e biancomangiare
e non scoperchierà la pentola
con il bollito di capra
la buona setosa carne di capra
che non mangio da una vita
non taglierà più pelose cotogne a tozzi
e tolto il marcio e il verme
non le passerà bollenti al setaccio
prima dell’aggiunta di zucchero
tanto quant’è il peso della polpa
e non verserà la marmellata corposa
schiarita dal limone
nelle formelle di terracotta smaltata
per caliarla al sole sul balcone di Gravitelli
sotto veli di organza
contro l’arroganza di api vespe e calabroni
non ci sarà più
protettiva e curativa
la sua trasparente cotognata
per la figlia ulcerosa
più non s’arrampicherà sul gelso bianco
come nel ’43 con la pancia di otto mesi
perché golosa delle more zuccherine
non voleva passare il segno della voglia
al figlio che arrivò con gli alleati
e sulla chiappa sinistra ha una stampiglia fragolosa
e più non sbuccerà a mani nude
i fichidindia tenuti al fresco sul balcone
erano il nostro dolce
il torrone gelato d’inverno
dopo cene di borragine e olive
pecorino e fichi secchi
non farà più ricotta né l’infornerà
e più non allungherà con l’acqua
il latte grasso di pecora ma
che i muccosi viziati sputano
perché vogliono latte di capra
più non farà doni e più non accetta con fervore
il mazzetto di menta fresca il tralcio di peperoncino
o i primi fichi mulinciani che tiene in mano
borbottando grazie ma non si doveva disturbare
cresciuta senza madre e senza cura
e da sempre allenata a fare e a dare
era così contenta e gratificata
che doveva immediatamente ricambiare
con un pezzetto di pecorino un quarto di vino
qualche grammo d’olio o un panino
imbottito di pesce
stocco alla ghiotta
conoscendo i bisogni dell’offerente
perché conta il gesto mi spiegava
il pensiero che si ha dell’altro
e c’è bisogno di pensarlo l’altro
per non tapparsi gli occhi
davanti all’indigenza e alla sofferenza
rimirandosi nello specchio concavo
del proprio ombelico
non conta la cosa che si dà o si riceve
conta la creatura a cui si pensa e si dà la cosa
e per non sbagliare è sempre meglio dare che contare
e più non mi aspetterà
con le sarde a beccafico pronte
per la cena del ritorno
e non dirà mangia mangia
che sei troppo magra
non sarà più qui
in questa contristata città
un tempo detta babba
nelle umide stanze dello scagno
accanto ai sacchi di carbonella per il focolare
le cannizze per caliare pomodori e fichi
i bidoni militari americani pieni
d’acqua potabile dei Peloritani
e sarà lì dove correva ragazza
e a maggio spicchiava arance amare
più non parlerà
e non ci sono tenaglie per tirare la lingua
quando la morte vince e inghiotte la parola
ma ricordarsi e scambiarla di contrada in contrada
sguittìo sussurro fremito di corde o balbettìo
e sia la morte padrona assoluta dell’ultimo fiato
non farà più giorno
e più non accende la luce
più non avrà colpi per la giostra
e più non lancia anelli al pesce rosso
non raccoglierà più gladìoli in mezzo al grano
e più non strappa al gelso foglie per i bachi
più non si toglierà le spine
e più non succhia favi di miele
non schiaccerà più noci con le mani
e più non apre cozze col coltello
più non perdonerà
e più non accoglie il nemico
non sceglierà più gelato di fragola e limone
e più non sviene
più non tirerà la vita alla vita
e più non dà l’acqua ai fiori di cera
non metterà più capperi sotto sale
e più non ammolla il tonno salato di Milazzo
più non si scrollerà colpe
e più non ha vergogna
non intreccerà più corone di sorbe
e più non scioglie nodi e fiere contorte
più non si sbilancerà per acchiappare
il bambino che cade
e più non cade inciampando nel tombino
non andrà più in giardino
e più non resta chiusa nella casa fortino
più non sentirà la katabba di sant’Agata
e più non fa la novena
non ci sarà non ci sarà e ci sarà
finché c’è la parola che la dice
non fa
nulla può fare nulla può più fare
e nel sogno ha fame e chiede cibo
più non accudisce né picchia”
Jolanda Insana, “Più non riconcilierà Abele e Caino”, da “La tagliola del disamore” 2005
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“Tutto ignoro di te: nome, cognome,
l’occhio, il sorriso, la parola, il gesto;
e sapere non voglio, e non ho chiesto
il colore nemmen delle tue chiome.
Ma so che vivi nel silenzio; come
care ti sono le mie rime: questo
ti fa sorella nel mio sogno mesto,
o amica senza volto e senza nome.
Fuori del sogno fatto di rimpianto
forse non mai, non mai c’incontreremo,
forse non ti vedrò, non mi vedrai.
Ma più di quella che ci siede accanto
cara è l’amica che non mai vedremo;
supremo è il bene che non giunge mai!”
Guido Gozzano, “Ad un’ignota”, da “Poesie sparse”
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Dal web
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In evidenza: Opera di Mirjam Appelhof