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Santippe

20.12.2021

“Piangendo la morte dell’uomo
da te sempre amato,
ti copri i capelli scomposti
con veli funerei.

Lo piangi e lo chiami inorridita
da un cupo destino.
Tu, Santippe,
moglie delusa di Socrate,
uomo di gran qualità,
ne piangi le mille virtù,
la forza morale,
il senso del giusto,
che fa partorire
dalla bocca dell’uomo
la vera essenza dell’essere umano.
E,
mentre piangi cotanta virtù,
ricordi gli sguardi annoiati ed assenti,
di chi,
troppo preso da grandi ideali,
dimentica moglie, casa, e famiglia.
Non risponde, lui, ai rimproveri
che ti han fatta leggenda,
e solo guarda sprezzante,
quel tuo vestituccio fatto di niente.
Anche alla fine
in punto di morte,
annoiato da pianti e rimbrotti donneschi,
ti ha allontanata,
per restar solo
con le sue idee e i suoi discorsi.
Tu ora lo piangi
con cuore sincero,
senza sapere
che la sua vita,
darà anche a te
un riflesso di eternità.
Dalla parte sbagliata però,
di chi guarda in faccia
la vita ogni giorno,
senza murarsi dietro le idee
che fan grandi ed eterni,
ma che non soddisfano
le voglie meschine
di una semplice donna
chiamata Santippe.”

Daniela Ronchetti, “Elogio di Santippe”

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“Dunque io presi Santippe, e pensai fra me: ci sei cascata finalmente, o progenitrice di tutte le mogli fastidiose, rossa Santippe! Noi ti faremo la vivisezione, e così vendicheremo quel povero e santo uomo di tuo marito e consoleremo tutti i mariti vivi ed anche tutti i mariti morti.

Però, esaminiamo le cose con saviezza e ponderazione.

Noi, ben è vero, sappiamo pochissimo intorno a Santippe; ma sappiamo di certo che essa fu la moglie di Socrate. I discepoli e gli amici del grande filosofo ne parlarono anche, ma con un senso di raccapriccio e di paura, come si fosse trattato di un’orribile malattia attaccata a quell’uomo straordinario. Ma certamente, ripeto, Santippe fu la moglie di Socrate; perché una cosa è certa, che Socrate, il più savio degli uomini, prese moglie; e questa moglie si chiamava Santippe.

E adesso vediamo quello che gli amici di Socrate tramandarono intorno a costei.

Senofonte scrive con chiarezza e brutalità che «Santippe fu la moglie più bisbetica e riottosa di quante furono, sono e saranno».

«Ma come fai, Socrate, — domandava il bellissimo Alcibiade, — a sopportare una donna così importuna e maldicente?» «Ci sono abituato, — gli rispondeva Socrate. — Per me oramai è come sentir stridere la carrucola del pozzo.» Non era molto gentile, Socrate; ma non bisogna scandolezzarci: a quei tempi la cavalleria con le dame usava poco. In Omero per esempio, si legge che fra i premi alle corse si metteva indifferentemente un tripode, una donna ed un bue.

«Come fai, Socrate, — insisteva Alcibiade, — a convivere con una donna che non ti può offrire oramai se non lo spettacolo di una stupidità permanente e clamorosa?» «Scusa, Alcibiade, ma tu non sopporti le oche che strepitano e gridano continuamente?» «Sì, ma le oche fanno le uova ed i paperi.» «Lo stesso, caro: Santippe fa i figliuoli.»

Socrate, come si vede, usava l’arma dell’ironia; e noi sappiamo di alcune donne che sopportarono anche le busse, anche di essere valutate meno di un tripode: ma non l’ironia. Busse, anzi, Socrate non ne dava, come appare da quest’altro episodio.

Un giorno, Socrate tornava a casa insieme con gli amici, ed ecco venire incontro Santippe, che aveva fra mani il mantello di lui; e non appena lo vide, cominciò a dire: «Eccolo, eccolo qua. E non è solo. Ha con sé tutta la compagnia, e anche quel suo bardasso di Fedone! È questo il momento buono per dirgli, ben alto e ben forte, quello che gli va detto: Di’, amorino, vieni tu ora dalle case di Aspasia, di Diotima, le svergognate femmine che maneggiarono più amori, che non lance Diomede? Ma alla moglie si consegnano gli stracci da rammendare! Ah, tu non rispondi?» E con le unghie si accostò alle sporgenti pupille di Socrate.

Gli amici allora le dissero «vergogna», e colei inferocì e proferì le più laide parole che possano offendere la rispettabilità del nostro sesso. Allora Alcibiade disse ridendo: «Socrate, la senti? Ecco il momento per darle una lezione a suon di busse». Ma Socrate si rivolse a di amici e disse: «Sì, per far divertir la gente alle nostre spalle e sentir dire: To’ guarda Socrate! Guarda Santippe! Bravi tutti e due! sotto! dài! Oh, come si bastonano di gusto! Ma vi pare, amici, una cosa da farsi?»

Sembrerebbe anzi che fosse stata Santippe a picchiare. Il silenzio filosofico del marito aveva la virtù di esasperare la buona donna sino al parossismo. E Socrate, silenzioso. Silenzioso sì, ma meditante la fuga. Ma Santippe si è accorta della fuga. Ha afferrato un vil vaso domestico; ha atteso al varco, cioè alla finestra. E quando Socrate è passato sotto la finestra, ha scaricato il vaso. «Non dicevo io, — spiegò Socrate ai vicini che erano accorsi al diverbio, — che Santippe dopo aver tanto tuonato, stava per piovere?» Questo episodio è così conosciuto che anche gli scolaretti lo sanno, perché i professori lo fanno servire di esercizio per i loro innocenti latinucci. (Tutto serve ai maestri di scuola per i loro latinucci o le loro cosucce: i teschi degli uomini morti servono ai barbari per motivo architettonico).

Oh, non si creda per questo esempio che Socrate fosse uomo timido! Più volte fu anzi in guerra e vide intorno a sé il sangue rosseggiare. Ma anche nella battaglia è ricordato come uomo assorto e meditabondo. Alla battaglia di Potidea, per esempio, i soldati, meravigliando, lo videro tutto un dì ed una notte ritto in piedi, con la faccia pensosa, sinché non cominciò a rosseggiare l’aurora e non si fu levato il sole: e allora, fatta una preghiera al sole, se ne andò.

E così, serenamente assorto, egli era anche il dì della sua ultima battaglia, perché si dice che il dì innanzi la morte, quando Critone tutto affannoso entrò nel carcere, che non era né notte né giorno, per indurlo a fuggire, Socrate, quasi destandosi alle cose esterne, gli domandò: «Critone, come è a quest’ora? E’ già mattutino?».

Ora in questo stato di assorbimento, sentire i lunghi discorsi di lei, tutti pieni di Idiòtes, màtaios (cretino, insensato, direbbe una nostra signora), io credo che dovesse far dispiacere a Socrate. Sì, io credo che dovesse far dispiacere, non soltanto per le mani adunche di lei, ma perché con quello strappo lo aveva tolto dalla mirabile primavera del suo pensiero e lo aveva richiamato ai sensi materiali, i quali secondo l’opinione di Santippe erano diventati ottusi. Anzi lei diceva: «Quest’uomo oramai non sente più niente».

Alfredo Panzini, da “Come io mi trovai alle prese con Santippe”, in “Santippe” (1914)

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Nell’immagine: Reijer Jacobsz van Blommendael, “Xantippe Dousing Socrates (attribuito a Jan Victors e a Caesar van Everdingen), anni ’60 del XVII sec.

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