con il peso di una vita.
“Sono Teresa Wilms Montt
e anche se sono nata cento anni prima di te,
la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua.
Anche io ho avuto il privilegio d’essere donna.
E’ difficile essere donne in questo mondo.
Tu lo sai meglio di tutti.
Ho vissuto intensamente ogni respiro e ogni istante della mia vita.
Ho distillato una donna.
Hanno cercato di reprimermi ma non ci sono riusciti con me.
Quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia.
Quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia
Quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita.
Quando hanno voluto rinchiudermi, ho cercato la libertà.
Quando mi amavano senza amore, ho dato ancora più amore.
Quando hanno cercato di zittirmi, ho urlato.
Quando mi hanno picchiato, ho risposto.
Sono stata crocefissa, morta e sepolta,
dalla mia famiglia e la società.
Sono nata cento anni prima di te
comunque ti vedo uguale a me.
Sono Teresa Wilms Montt,
e non sono adatta alle signorine.”
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes (1893-1921, poetessa cilena), “Autodefinizione”
*****
Il tuo nome
“Il tuo nome non è entrato in nessuna enciclopedia,
non sei in nessuna,
non ti chiedono:
“Chi sei”.
Tu sei tutto per me, come per un soldato
il letto nel primo giorno di pace e le lacrime
e i fiori nel vaso.
I tuoi occhi sono la mia unica lettura
in questo giorno
che passa e se ne va.”
Izet Sarajlic, poeta e filosofo bosniaco
*****
“Elisa fu per poche settimane
quand’era proprio piccola – una bimba –
Elisa – Lily, e molto presto Lil.
Più tardi fu Miss Steward, dal droghiere,
poi fu “amor mio”, “mia cara”, e poi fu “mamma”.
A trent’anni era vedova, riprese a lavorare.
Mrs. Hand. E sua figlia già cresceva,
si sposava, metteva al mondo un bimbo.
Ora era “Nanna”. A chi andava a trovarla
“Mi chiaman tutti Nanna”, diceva, ed era vero:
il dottore, gli amici, i negozianti.
Al reparto geriatrico è costume
chiamare tutti gli ospiti per nome
di battesimo. Nella sua scheda
non c’era “Lil”, né “Nanna”;
quelle ultime dannate settimane
fu nuovamente, come un tempo, Elisa.”
“Abito una ferita sacra
abito antenati immaginari
abito un volere oscuro
abito un lungo silenzio
abito una sete irrimediabile
abito un viaggio di mille anni
abito una guerra di trecent’anni
abito un culto abbandonato
tra bulbo e derivato abito lo spazio trascurato
abito del basalto non una colata
ma della lava il mascheretto
che risale la valle e va spedito
e brucia tutte le moschee
m’adatto quanto posso a questa manifestazione
d’una versione del paradiso fallita assurdamente
– è ben peggiore d’un inferno –
abito di quando in quando una delle mie piaghe
ogni minuto cambio appartamento
e la quiete mi sgomenta
vortice di fuoco
ascidio senza pari di polveri
di mondi dispersi
vulcano che ha già sputato le interiora d’acqua viva
io resto coi miei pani di parole e i miei minerali
segreti
abito quindi un pensiero vasto
ma il più delle volte preferisco relegarmi
nella più piccola delle mie idee
oppure abito una formula magica
le prime parole soltanto
che il resto è dimenticato
abito l’aggrumarsi
abito il disfarsi
abito il lembo d’un gran disastro
abito più spesso la mammella più arida
del picco più scarno – la lupa di queste nubi –
abito l’areola delle cactacee
abito un gregge di capre che s’attacca al capezzolo
dell’argania più spoglia
a dire il vero non so più il mio indirizzo esatto
batiale o abissale
abito la tana dei polpi
mi batto con un polpo per una tana da polpo
fratello non insista
mucchio di varech
che m’avvinghio come cuscuta
o mi dispiego come porana
è lo stesso
e che il flutto travolga
e che salassi il sole
e che flagelli il vento
gobba tonda del mio nulla
la pressione atmosferica o meglio quella storica
accresce i miei mali a dismisura
anche se rende sontuose alcune delle mie parole.”
Aimé Césaire (poeta, scrittore e politico della Martinica)
Scritto alla vigilia del mio trentaduesimo compleanno
lenta e meditata poesia spontanea
“Ho 32 anni
e finalmente dimostro la mia età, se non di più.
E’ una bella faccia non più faccia da ragazzo?
Sembra più grassa. E i capelli,
non sono più ricciuti. E’ grosso il mio naso?
Le labbra sono le stesse.
E gli occhi, ah gli occhi diventano sempre meglio.
32 anni e senza moglie, nè figli; senza figli dispiace,
ma c’è un mucchio di tempo.
Non faccio più lo scemo.
E per questo devo sentire dai cosidetti amici:
”Sei cambiato. Eri così matto così grande.”
Non sono contenti con me quando sono serio.
Vadano al Music Hall di Radio City.
32; visto tutta Europa, incontrato gente a milioni;
grande con qualcuno, terribile con altri.
Ricordo il mio 31° anno quando gridai:
”Pensare che potrei andare per altri 31 anni!”
Non mi sento così in questo compleanno.
Sento che voglio essere saggio coi capelli bianchi in una biblioteca alta
in una poltrona fonda accanto al camino.
Un altro anno in cui non ho rubato niente.
8 anni adesso che non rubo qualcosa!
Ho smesso di rubare!
Ma mentisco ancora ogni tanto,
e ancora sono svergognato e tuttavia vergognoso quando capita
che devo chiedere soldi.
32 anni e quattro duri proprio buffi tristi cattivi bellissimi
libri di poesia
– il mondo mi deve un milione di dollari.
Credo di aver avuto 32 anni ben strani.
E non è stato per me, per niente.
Non una scelta di due strade; se ci fossero state,
senza dubbio le avrei scelte entrambe.
Mi piace pensare che è stato il caso a farmi comportar bene.
La chiave, forse, è nella mia affermazione spavalda:
”Sono un buon esempio dell’esistenza di una cosa chiamata anima.”
Amo la poesia perchè mi fa amare
e mi dona la vita.
E di tutti i fuochi che muoiono in me,
ce n’è uno che brucia come il sole;
può darsi che non illumini la mia vita privata,
i miei rapporti con gli altri,
o il mio contegno con la società,
ma mi dice che la mia anima ha un’ombra.”
Gregory Corso, “Scritto alla vigilia del mio trentaduesimo compleanno”
“Mi è stato rilasciato questo certificato
perché sono nato qui
e non a Betlemme o in qualche palazzo.
Da quando mia nonna mi pose, neonato,
tra le braccia di sua figlia, vivo
con il timore di una lunga fila per un documento
di consenso all’espatrio, e di udire le voci:
– Fermi!– Mi lasci andare!
Siccome non intendo mettermi in coda,
né intrufolarmi né accostarmi senza far la fila,
con quale consapevolezza lo ricevo,
se non sono uno che distende sulla riva del fiume
un gregge di agnelli al pascolo
accompagnandolo col suono dell’arpa?!
Agnello e Arpa – Salmi di Davide –
…vanno avanti le traverse
vicende di Eva e del Vangelo.
Avanzo anch’io verso la Valle d’Arghuni*,
sentiero stretto che mi è stato destinato dalla Patria
e così cerco di far arrivare alla mia amata
i miei versi, cavallo… furgone… e fisarmonica…
…Lascio al destino l’arpa e l’agnello
e le romanze dondolate sulla sponda…
Ma, mentre crocifiggono un amore sacrale,
io, ebbro, seduto al sicuro, spiego
all’amico che è meglio salutare la folla da lontano…
Lì sorge un’alternativa – ti tocca scegliere:
o vivi la vera vita
o eviti la corrida.
Ma dovunque tu fugga, essa ti troverà.
Ecco la mia parola e la ragione sacra.
La scelta provocò grida e diverbi,
invece di “Osanna!” fu “Crocifiggetelo!”.
Qualcuno, alle urla, serrò le imposte…
Un mercante sgranò fra le dita
il rosario di pietre preziose
e con la voce rauca pronunciò:
“Non Lui,
lascia in vita Barabba!”.
…Quando ero giovinetto e
imboccai una strada azzardata,
per proteggermi dall’occhio maligno,
la nonna pregando mi benediceva,
da allora mi segue la sua voce e l’abituale tazza di tè
come H2O all’assetato nel deserto.
La mia balia Lussia, che era russa,
amava i versi di Puskin dedicati alla balia;
aveva anche esercitato la sua voce,
ma non ce l’ha fatta a diventare la Callas…
Si è tuffata nella vodka
e infine ha scelto di far la salmodiante…
Prima che distruggessero la riva rocciosa
di Mtkvari con in mezzo l’isola di Satio,
si sentiva un gracchiare di corvi intorno
e gocciolava la nebbia sulle nostre ali.
Poi… e poi venne la Patria – piccola despota –
che portò mille maldicenze
per tarparti le ali.
La periferia non cambia la sua strada,
il suo teatro è l’organo giudiziario:
chi da condannare… chi da arrestare…
L’ultima parola è sempre dell’accusa,
specie se sei un pubblico oratore…
Per il tuo repertorio il soffitto è basso.
Qui gli avi vissero tempi gloriosi
di cui ora viviamo noi
per cacciar via i nostri affanni…
Invece la Patria prosegue la vita
con ordinamenti interni del partito
e, come se fosse uno che tira a sorte sulla tunica,
comincia subito la caccia sui figli
quando la verità diventa imprudenza.
Qui, quasi ogni giorno si fa festa
e si aspetta qualcuno che ci trascini in Europa,
che gli aerei della Nato sorveglino i nostri confini;
qui i parenti del defunto convocano le prefiche;
qui per lunghi giorni festivi il paese rischia di annullarsi
e, come esista ancora, mi stupisce.
Scomparsi col Ginnasio la città istruita,
cilindro, occhiali a molla e colletto candido,
spazzino curdo e barbiere armeno…
Il presente non so come definirlo
perciò il discorso porto nei villaggi.
Qui le famiglie georgiane
non pagano all’Epoca alcun tributo;
qui al secondo piano non c’è riscaldamento in inverno;
qui nella stanza l’ospite di riguardo
vede dal letto la foto di un parente defunto
e accanto un calendario di una data incerta.
Echeggiano i motivi dell’Epoca nuova,
le barchette di carta smettono di galleggiare…
Minaccia la commissione elettorale
la sconfitta della verità e della giustizia.
La parola dignità nel significato odierno
evoca un oggetto prezioso ma inutile,
reperto rinchiuso in un sarcofago.
L’Epoca nuova col megabit potente
rimorchia appieno la scelta della vita.
Solo il cavalletto di Gauguin può contenere
il primigenio candore di Tahiti,
ma la purezza e l’amore intatti
non si scambiano con il sito di Tahiti.
Qui gli avi vissero tempi gloriosi
di cui noi ora noi viviamo
per cacciar via i nostri affanni…
La Patria minaccia con ordinamenti
interni del partito e, poiché il Paese
è protetto dalla Vergine, dà la caccia ai propri figli.
Qui gli avi vissero tempi gloriosi.
…Prima che me ne andassi, sacrificai una vittima
al Signore per ricordare mio fratello musulmano,
uccisero il mio confratello, pur con tremore,
abbandonato e squarciato dall’avvoltoio.
Se la fortuna mi arriderà, la farò pagar cara
all’assassino del mio confratello.
E siccome la felicità è breve,
lo strazio, come la spada di Damocle,
s’intravede da ogni dove e si ode
ognora il campanello d’allarme.
La vita che corre attraverso le rotaie,
senza passi decisi sarebbe scialba.
Quando la brezza spira sulla sponda
e tira su le onde come gregge di pecore,
lì vicino un ibero scarno muove la falce fienaia,
vuole affidare i suoi pensieri acuti
alla scelta di Francis Macomber**
e accettare una vita breve ma felice.
Tu cerchi l’alternativa dappertutto…
e ti spaventa l’eco dei passi,
se vuoi scegliere, per un calvario dell’anima,
la Torre di Galata Kules***. Sorteggia la scelta e,
se il passo trova la strada nel tuo cuore,
stagno e pantano diventeranno una sorgente.
…Gli yacht del Bosforo, con le vele gonfie di vita,
sembrano il Masterclass dell’Arca di Noè…
La squadra di velisti cerca l’Ararat;
se trovi un riparo in questa sagra,
il sole mite – anfitrione del tramonto –
diviene giallo-rossastro dinanzi alla tavola celeste.
Il sole, in veste di confessore delle spiagge
d’agosto, ascolta le confessioni
dei corpi nudi.
E, se non li abbronzerà
con i suoi raggi aguzzi, cosa faranno i pallidi corpi?
Qui sulle sponde danzano le onde;
di qua s’intravede
l’– ancient e di là il – modern.
Chi si affaccia al sole, chi nell’ombra
riprende il fiato. Leonardo venera la moglie
del mercante fiorentino e dona alla Gioconda il suo sorriso;
gli fa eco la voce di Luciano – Vincerò!
Termina al mattino la faticosa ascesa dei dubbi
della Principessa e si ode – all’alba vincerò…
Anch’io una volta entrai in confidenza
con un mercante e sotto il tiro dei fucili
rapii una donna dal villaggio addormentato.
Al venticello del suo respiro gonfiai le vele
e dissi a Hazbulat: – Dente per dente!
Cedimi la creatura del maestro Siaush!
– Mercante Hazbulat, hai una pargola deliziosa,
lei è giovinetta, tu sei sfiorito,
che Allah ti faccia godere i palazzi di Iznik;
lasciami la fanciulla e non appressar la mano
destra al coltello, non aggrondar la faccia,
mercante Hazbulat, hai una pargola deliziosa.
Come dalla mano scivola sulle piastrelle
un pezzo di sapone, sfugge la donna e
ciò che avevo conquistato da eroe
sparisce in un attimo e restano le lacrime
e poi la grappa, i litigi e la CDP****,
l’interrogatorio nel carcere e le domande nel quartiere.”