“La patria non è la nazionalità, non è il passaporto… È la coscienza limitata di un destino comune.”
Guido Ceronetti, da “Pensieri del tè”, 1987
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Carta d’identità
“Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate.
V’irriterete?
Ricordate!
Sono un arabo,
impiegato con gli operai nella cava
Ho otto bambini
Dalle rocce
Ricavo il pane,
I vestiti e i libri.
Non chiedo la carità alle vostre porte
Né mi umilio ai gradini della vostra camera
Perciò, sarete irritati?
Ricordate!
Sono un arabo,
Ho un nome senza titoli
E resto paziente nella terra
La cui gente è irritata.
Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell’apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d’olivo
E prima che crescesse l’erba.
Mio padre… viene dalla stirpe dell’aratro,
Non da un ceto privilegiato
e mio nonno, era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato!
Mi ha insegnato l’orgoglio del sole
Prima di insegnarmi a leggere,
e la mia casa è come la guardiola di un sorvegliante
fatta di vimini e paglia:
siete soddisfatti del mio stato?
Ho un nome senza titolo!
Ricordate!
Sono un arabo.
E voi avete rubato gli orti dei miei antenati
E la terra che coltivavo
Insieme ai miei figli,
Senza lasciarci nulla
se non queste rocce,
E lo Stato prenderà anche queste,
Come si mormora.
Perciò!
Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:
Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Prestate attenzione!
Prestate attenzione!
Alla mia collera
Ed alla mia fame!”
1964
Mahmoud Darwish (Palestina), “Carta d’identità”, pubblicata sul giornale “al-Ittihad”, ma al momento non inclusa in nessuna raccolta – Traduzione di Wasim Dahmash
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il nome kaur
“il nome kaur
mi rende donna libera
toglie i ceppi che
cercano di vincolarmi
mi eleva
per ricordarmi che sono pari a
qualunque maschio anche se lo stato
di questo mondo mi urla che non lo sono
che sono mia e
appartengo interamente a me stessa
e l’universo
mi umilia
a gran voce diche che ho il dovere universale di spartirmi con
l’umanità per nutrire
e servire la sorellanza
allevare chi va allevato
il nome kaur mi scorre nel sangue
era in me prima che esistesse la parola stessa
è la mia identità e la mia liberazione
_ kaur
donna del sikkismo”
Rupi Kaur (India), da “Milk and honey”, 2015
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Rupi Kaur

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Chiamami con i miei veri nomi
“Non dire che domani scomparirò,
perché io arrivo sempre.
Guarda in profondità: io arrivo ogni secondo,
per essere un germoglio sul ramo a primavera;
per essere un minuscolo uccellino con le ali ancora fragili
che impara a cantare nel suo nido;
per essere un bruco nel cuore di un fiore,
per essere un gioiello che si nasconde in una pietra.
Io arrivo sempre, per ridere e per piangere,
per temere e per sperare.
Il ritmo del mio cuore è la nascita e
la morte di tutto ciò che è vivo.
Io sono un insetto che muta la sua forma sulla superficie di un fiume.
E io sono l’uccello che, a primavera, arriva a mangiare l’insetto.
Io sono una rana che nuota felice nell’acqua chiara di uno stagno.
E io sono il serpente che, avvicinandosi in silenzio, divora la rana.
Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa, le mie gambe esili come canne di bambù,
e io sono il mercante di armi che vende armi mortali all’Uganda.
Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.
E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere e di amare.
Io sono un membro del Politburo, con tanto potere a disposizione.
E io sono l’uomo che deve pagare il ‘debito di sangue’ alla mia gente,
morendo lentamente in un campo di lavori forzati.
La mia gioia è come la primavera, così splendente che fa sbocciare i fiori su tutti i sentieri della vita.
Il mio dolore è come un fiume in lacrime, così gonfio che riempie tutti i quattro oceani.
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi,
cosicché io possa udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme;
cosicché io possa vedere che la mia gioia e il mio dolore sono una cosa sola.
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi,
cosicché io mi possa svegliare
e cosicché la porta del mio cuore sia lasciata aperta,
la porta della compassione.”
Thich Nhat Hanh (monaco zen), da “Essere pace”, 1989 – Traduzione di Gianpaolo Fiorentini
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Ogni persona ha un nome
“Ogni persona ha un nome
datole dal Signore
da suo padre e da sua madre
Ogni persona ha un nome
proposto dalla statura, dal sorriso sfoggiato
e da quel che indossa
Ogni persona ha un nome
datole dai monti
e dalle pareti intorno
Ogni persona ha un nome
pronunciato dagli astri
e dai vicini di casa
Ogni persona ha un nome
datole dai peccati
e inflitto dallo struggimento
Ogni persona ha un nome
assegnatole dai nemici
e dall’amore
Ogni persona ha un nome
datole dalle feste
e dal mestiere
Ogni persona ha un nome
affidatole dai tempi
e dalla vista scurita
Ogni persona ha un nome
Dato a lei
dal mare
e dalla
morte”
Zelda Schneersohn Mishkovsky (Ucraina), “Ogni persona ha un nome”, da “Pnai” (“Tempo libero”), 1967 – Traduzione di Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano
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Per questo paese
“Per questo paese
io porterei
i documenti che mi rendono persona
i documenti che lo dimostrano: io esisto
sembra sciocco, ma qui
io ancora non ho questa certezza: che esisto.
per questo paese
io porterei
il mio diploma i libri che leggo
la mia scatola di fotografie
i miei apparecchi elettronici
le mie mutandine più belle
per questo paese
io porterei
il mio corpo
per questo paese
porterei tutte queste cose
&
di più, ma
non mi hanno permesso il bagaglio:
lo spazio è troppo piccolo
quella nave potrebbe affondare
quell’aereo potrebbe rompersi
con il peso di una vita.
per questo paese
ho portato
il colore della mia pelle
i miei capelli ricci
la mia lingua madre
i miei cibi preferiti
a memoria della mia lingua
per questo paese
ho portato
i miei Orixàs
sopra la mia testa
il mio intero albero genealogico
antenati, le radici
per questo paese
ho portato tutte queste cose
& di più
nessuno lo ha notato,
ma la mia valigia pesa tanto.
Lubi Prates (Brasile), “Per questo paese”, da “Um corpo negro”, 2018
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Non posso dire “Salve”. Non ci siamo mai incontrati.
Non posso dire “Addio”. Non ci siamo mai lasciati.
Non posso farmi abbracciare. Non ci hanno mai presentato.
Il cielo riacquista le manette di cenere.
L’azzurro di ieri è un inganno.
Fiori artificiali appassiscono.
Non riesco a ricordare i nostri nomi.
Come antichi manoscritti, siamo indecifrabili.”
Nina Cassian (Romania), “Perfetti sconosciuti”, da “C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007”, 2013 – Traduzione di Anita Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica
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“Il nome mio che ho perduto,
dove vive, dove fiorisce?
Nome d’infanzia, goccia di latte,
ramo di mirto così leggero.
Senza di me andava gioioso
o senza la mia adolescenza
e con lui più non cammino
per i campi e per i prati.
Il mio pianto non lo conosce
e non lo ha bruciato il mio sale;
capelli bianchi non mi ha visto,
né la mia bocca afflosciata,
e non mi parla se mi incontra.
Ma mi dicono che cammina
lungo i crepacci del mio monte
a tarda sera silenzioso,
senza corpo, con la mia anima.”
Gabriela Mistral (Cile), “Perdere il nome”, da “Sillabe di fuoco”, 2020 – Traduzione di Matteo Lefèvre
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“Tu non sai quanto pesa questo cuore
sospeso al collo – rozza pietra incisa
delle tre date: nata, morta, sposa.
Me la ritrovo addosso a ogni amore
(chi se la prende?) che mi grava il petto –e ora a questo, e ora a quel signore
cerco di offrire l’aborrito oggetto.”
Dorothy Parker, da “Veleni & Champagne”, traduzione di Silvio Raffo
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Juan Brufal
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Autodefinizione
“Sono Teresa Wilms Montt
e anche se sono nata cento anni prima di te,
la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua.
Anche io ho avuto il privilegio d’essere donna.
E’ difficile essere donne in questo mondo.
Tu lo sai meglio di tutti.
Ho vissuto intensamente ogni respiro e ogni istante della mia vita.
Ho distillato una donna.
Hanno cercato di reprimermi ma non ci sono riusciti con me.
Quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia.
Quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia
Quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita.
Quando hanno voluto rinchiudermi, ho cercato la libertà.
Quando mi amavano senza amore, ho dato ancora più amore.
Quando hanno cercato di zittirmi, ho urlato.
Quando mi hanno picchiato, ho risposto.
Sono stata crocefissa, morta e sepolta,
dalla mia famiglia e la società.
Sono nata cento anni prima di te
comunque ti vedo uguale a me.
Sono Teresa Wilms Montt,
e non sono adatta alle signorine.”
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes (Cile), “Autodefinizione”, da “Inquietudini sentimentali” – Traduzione di Cristina Sparagana
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-Anno di nascita?
-L’anno più giovane:
quando si amarono
i miei genitori.
-Stato sociale?
-Aro e semino
quella collina vicino ai boschi.
conosco tutte le doine
– Professione?
-Mi affatico nella miniera delle parole.
-Genitori?
-Ho solo la madre.
-Nome della madre?
-Madre.
-Che occupazione ha?
-Aspetta.
-Sei stato mai giudicato?
-Son stato rinchiuso per qualche anno:
in me.
-Hai parenti all’estero?
-Sì. mio padre sepolto
in terra straniera.
L’anno 1945″
Grigore Vieru, (Moldavia) , “Formulario”, in “Orfeo rinasce nell’amore”, 2010 – Traduzione di Olga Irimciuc
Sohrab Sepehri, “Untitled”
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«Dov’è la casa dell’Amico?»
chiese all’alba il cavaliere.
Il cielo esitò.
Il passante teneva stretto un ramo di luce
tra le labbra, lo offrì alle sabbie oscure
indicò col dito un pioppo e disse:
«Prima di arrivare all’albero,
trovi un sentiero più verde del sogno di Dio
dove l’amore è azzurro come le ali della sincerità.
Prosegui fino in fondo al sentiero
che emerge oltre l’adolescenza,
poi volgi verso il fiore della solitudine,
e fermati due passi prima,
a contemplare l’eterno ruscello dei miti terrestri
colto da un limpido timore.
Nell’intimità mutevole dello spazio
sentirai un fruscio:
vedrai un fanciullo arrampicarsi sull’alto pino
per rapire il pulcino dal nido della luce
chiedi a lui
dove è la casa dell’Amico».
Sohrāb Sepehri (Iran), da “Un’oasi nell’attimo. Poesie scelte” , 2022 – Traduzione di Faezeh Mardani e Francesco Occhetto
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Foto di Dario Mitidieri
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“Abito una ferita sacra,
abito antenati immaginari,
abito un desiderio oscuro
abito un lungo silenzio
abito una sete irrimediabile
abito un viaggio millenario
abito una guerra trecento anni
abito un culto in disuso
tra bulbo e spicchio d’aglio, abito uno spazio inesplorato
Abito nel basalto, non in una colata lavica.
ma la marea di lava
chi sta accelerando la valle
e brucia tutte le moschee
Sto sfruttando al meglio questo avatar
di una versione assurdamente fallimentare del paradiso
– È molto peggio dell’inferno –
A volte abito in una delle mie ferite.
Cambio appartamento ogni minuto
e ogni pace mi spaventa
turbine di fuoco
ascidia come nessun’altra per la polvere
di mondi perduti
avendo sputato le mie viscere vulcaniche di acqua viva
Rimango con i miei pani di parole e i miei minerali.
segreti
Pertanto abito in un vasto pensiero
ma il più delle volte preferisco autoisolarsi
nelle mie idee più piccole
O forse vivo in una formula magica
le uniche prime parole
tutto il resto viene dimenticato
Vivo nella diga di ghiaccio
Vivo nel disastro
Vivo ai margini di un grande disastro
Di solito abito nella zona più asciutta della città.
dalla cima più slanciata – la lupa di questi nodi –
Vivo nell’alone dei cactus
Vivo in un gregge di capre che succhiano al capezzolo
dell’albero di argan più desolato
A dire il vero, non ricordo più il mio indirizzo esatto.
batiale o abissale
Abito nella tana del polpo
Sto combattendo contro un polpo per la tana di un polpo
Fratello, non insistere.
alghe marine sfuse
aggrappandosi alla cuscuta
o schierandomi a Porana
è un intero
e lascia che il flusso scorra
e quella ventosa il sole
e che il vento sferza
gobba rotonda del mio nulla
La pressione atmosferica, o meglio i fattori storici,
amplificano incommensurabilmente i miei malanni,
anche se rendono alcune delle mie parole magnifiche.”
Aimé Césaire (Martinica), da “Moi, laminaire“, 1982 – Traduzione di Giovanna Zunica
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Michael Lang
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“La mano che uccise
il bambino di cinque anni
a Gaza, nel 2012,
era la mano di suo padre
in Vietnam, nel 1967,
e di suo nonno
in Spagna, nel 1936.
Il bambino ucciso
a Gaza
in Vietnam
e in Spagna
è spirato l’ora
che l’orologio indica
nella chiesa bombardata
in Croazia, nel 1991.
Il futuro biografo del 21° secolo
senza dubbio
faticherà di meno.”
Spyros Aravanìs (Grecia), da “Poeti greci contemporanei”- Traduzione di Massimiliano Damaggio
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“I miei antenati non si sono mai staccati dal Nord,
non mio padre e nemmeno mia madre.
Forse mi hanno messo al mondo
perché potessi venire qui
in questa collinosa terra di querce e di vigneti
in questa pietrosa e selvaggia terra di cipressi
nel paese degli olivi, dei ginepri e delle ginestre.
Coperto di polvere e assetato sto seduto
sopra una pietra e mi dico: questa terra
è una poesia dura come un sasso, piena di versi zoppicanti,
di odore d’olio, vino scuro,
spini, occhi di cuoio che fissano lontano.
Ma poi si leva il vento e i rami d’olivo,
argentei, vibrano di luce.”
Rainer Brambach (Svizzera), da “Cose che cadono senza rumore” – Traduzione di Annarosa Zweifel Azzone
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Vincent van Gogh, “Ulivi”, 1889
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L’esame per ottenere la cittadinanza
“A Los Angeles davanti al giudice che esamina coloro
che vogliono diventare cittadini degli Stati Uniti
venne anche un oste italiano. Alla domanda:
che cosa dice l’ottavo emendamento, rispose:
1492. Cosí venne mandato via. Ritornato
dopo tre mesi gli posero la domanda: chi
fu il generale che vinse nella guerra civile? La sua risposta fu:
1492. (Con voce alta e cordiale). Mandato via di nuovo
e ritornato una terza volta, rispose
a una terza domanda ancora: 1492. Orbene
il giudice, che aveva simpatia per l’uomo, si informò
sul modo come viveva e venne a sapere: con un duro lavoro. E allora
alla quarta seduta il giudice gli pose la domanda:
quando
fu scoperta l’America? e in base alla risposta esatta,
1492, l’uomo ottenne la cittadinanza.”
Bertolt Brecht, “L’esame per ottenere la cittadinanza” o “Il giudice democratico”, in Bertolt Brecht, “Poesie”, II (1934-1956), 2005
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Scritto alla vigilia del mio trentaduesimo compleanno
lenta e meditata poesia spontanea
“Ho 32 anni
e finalmente dimostro la mia età, se non di più.
E’ una bella faccia non più faccia da ragazzo?
Sembra più grassa. E i capelli,
non sono più ricciuti. E’ grosso il mio naso?
Le labbra sono le stesse.
E gli occhi, ah gli occhi diventano sempre meglio.
32 anni e senza moglie, nè figli; senza figli dispiace,
ma c’è un mucchio di tempo.
Non faccio più lo scemo.
E per questo devo sentire dai cosidetti amici:
”Sei cambiato. Eri così matto così grande.”
Non sono contenti con me quando sono serio.
Vadano al Music Hall di Radio City.
32; visto tutta Europa, incontrato gente a milioni;
grande con qualcuno, terribile con altri.
Ricordo il mio 31° anno quando gridai:
”Pensare che potrei andare per altri 31 anni!”
Non mi sento così in questo compleanno.
Sento che voglio essere saggio coi capelli bianchi in una biblioteca alta
in una poltrona fonda accanto al camino.
Un altro anno in cui non ho rubato niente.
8 anni adesso che non rubo qualcosa!
Ho smesso di rubare!
Ma mentisco ancora ogni tanto,
e ancora sono svergognato e tuttavia vergognoso quando capita
che devo chiedere soldi.
32 anni e quattro duri proprio buffi tristi cattivi bellissimi
libri di poesia
– il mondo mi deve un milione di dollari.
Credo di aver avuto 32 anni ben strani.
E non è stato per me, per niente.
Non una scelta di due strade; se ci fossero state,
senza dubbio le avrei scelte entrambe.
Mi piace pensare che è stato il caso a farmi comportar bene.
La chiave, forse, è nella mia affermazione spavalda:
”Sono un buon esempio dell’esistenza di una cosa chiamata anima.”
Amo la poesia perchè mi fa amare
e mi dona la vita.
E di tutti i fuochi che muoiono in me,
ce n’è uno che brucia come il sole;
può darsi che non illumini la mia vita privata,
i miei rapporti con gli altri,
o il mio contegno con la società,
ma mi dice che la mia anima ha un’ombra.”
Gregory Corso, “Scritto alla vigilia del mio trentaduesimo compleanno”
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“Dedico a Silvana e a Sergio Cornacchia, i quali mi hanno concesso la loro dimora come se mi conoscessero da sempre.
Dedico anche ad Astorino di Crotone che, vedendomi entrare con fogli e penna in mano nel suo bar, abbassava il volume della musica”
“Mi è stato rilasciato questo certificato
perché sono nato qui
e non a Betlemme o in qualche palazzo.
Da quando mia nonna mi pose, neonato,
tra le braccia di sua figlia, vivo
con il timore di una lunga fila per un documento
di consenso all’espatrio, e di udire le voci:
– Fermi!– Mi lasci andare!
Siccome non intendo mettermi in coda,
né intrufolarmi né accostarmi senza far la fila,
con quale consapevolezza lo ricevo,
se non sono uno che distende sulla riva del fiume
un gregge di agnelli al pascolo
accompagnandolo col suono dell’arpa?!
Agnello e Arpa – Salmi di Davide –
…vanno avanti le traverse
vicende di Eva e del Vangelo.
Avanzo anch’io verso la Valle d’Arghuni*,
sentiero stretto che mi è stato destinato dalla Patria
e così cerco di far arrivare alla mia amata
i miei versi, cavallo… furgone… e fisarmonica…
…Lascio al destino l’arpa e l’agnello
e le romanze dondolate sulla sponda…
Ma, mentre crocifiggono un amore sacrale,
io, ebbro, seduto al sicuro, spiego
all’amico che è meglio salutare la folla da lontano…
Lì sorge un’alternativa – ti tocca scegliere:
o vivi la vera vita
o eviti la corrida.
Ma dovunque tu fugga, essa ti troverà.
Ecco la mia parola e la ragione sacra.
La scelta provocò grida e diverbi,
invece di “Osanna!” fu “Crocifiggetelo!”.
Qualcuno, alle urla, serrò le imposte…
Un mercante sgranò fra le dita
il rosario di pietre preziose
e con la voce rauca pronunciò:
“Non Lui,
lascia in vita Barabba!”.
…Quando ero giovinetto e
imboccai una strada azzardata,
per proteggermi dall’occhio maligno,
la nonna pregando mi benediceva,
da allora mi segue la sua voce e l’abituale tazza di tè
come H2O all’assetato nel deserto.
La mia balia Lussia, che era russa,
amava i versi di Puskin dedicati alla balia;
aveva anche esercitato la sua voce,
ma non ce l’ha fatta a diventare la Callas…
Si è tuffata nella vodka
e infine ha scelto di far la salmodiante…
Prima che distruggessero la riva rocciosa
di Mtkvari con in mezzo l’isola di Satio,
si sentiva un gracchiare di corvi intorno
e gocciolava la nebbia sulle nostre ali.
Poi… e poi venne la Patria – piccola despota –
che portò mille maldicenze
per tarparti le ali.
La periferia non cambia la sua strada,
il suo teatro è l’organo giudiziario:
chi da condannare… chi da arrestare…
L’ultima parola è sempre dell’accusa,
specie se sei un pubblico oratore…
Per il tuo repertorio il soffitto è basso.
Qui gli avi vissero tempi gloriosi
di cui ora viviamo noi
per cacciar via i nostri affanni…
Invece la Patria prosegue la vita
con ordinamenti interni del partito
e, come se fosse uno che tira a sorte sulla tunica,
comincia subito la caccia sui figli
quando la verità diventa imprudenza.
Qui, quasi ogni giorno si fa festa
e si aspetta qualcuno che ci trascini in Europa,
che gli aerei della Nato sorveglino i nostri confini;
qui i parenti del defunto convocano le prefiche;
qui per lunghi giorni festivi il paese rischia di annullarsi
e, come esista ancora, mi stupisce.
Scomparsi col Ginnasio la città istruita,
cilindro, occhiali a molla e colletto candido,
spazzino curdo e barbiere armeno…
Il presente non so come definirlo
perciò il discorso porto nei villaggi.
Qui le famiglie georgiane
non pagano all’Epoca alcun tributo;
qui al secondo piano non c’è riscaldamento in inverno;
qui nella stanza l’ospite di riguardo
vede dal letto la foto di un parente defunto
e accanto un calendario di una data incerta.
Echeggiano i motivi dell’Epoca nuova,
le barchette di carta smettono di galleggiare…
Minaccia la commissione elettorale
la sconfitta della verità e della giustizia.
La parola dignità nel significato odierno
evoca un oggetto prezioso ma inutile,
reperto rinchiuso in un sarcofago.
L’Epoca nuova col megabit potente
rimorchia appieno la scelta della vita.
Solo il cavalletto di Gauguin può contenere
il primigenio candore di Tahiti,
ma la purezza e l’amore intatti
non si scambiano con il sito di Tahiti.
Qui gli avi vissero tempi gloriosi
di cui noi ora noi viviamo
per cacciar via i nostri affanni…
La Patria minaccia con ordinamenti
interni del partito e, poiché il Paese
è protetto dalla Vergine, dà la caccia ai propri figli.
Qui gli avi vissero tempi gloriosi.
…Prima che me ne andassi, sacrificai una vittima
al Signore per ricordare mio fratello musulmano,
uccisero il mio confratello, pur con tremore,
abbandonato e squarciato dall’avvoltoio.
Se la fortuna mi arriderà, la farò pagar cara
all’assassino del mio confratello.
E siccome la felicità è breve,
lo strazio, come la spada di Damocle,
s’intravede da ogni dove e si ode
ognora il campanello d’allarme.
La vita che corre attraverso le rotaie,
senza passi decisi sarebbe scialba.
Quando la brezza spira sulla sponda
e tira su le onde come gregge di pecore,
lì vicino un ibero scarno muove la falce fienaia,
vuole affidare i suoi pensieri acuti
alla scelta di Francis Macomber**
e accettare una vita breve ma felice.
Tu cerchi l’alternativa dappertutto…
e ti spaventa l’eco dei passi,
se vuoi scegliere, per un calvario dell’anima,
la Torre di Galata Kules***. Sorteggia la scelta e,
se il passo trova la strada nel tuo cuore,
stagno e pantano diventeranno una sorgente.
…Gli yacht del Bosforo, con le vele gonfie di vita,
sembrano il Masterclass dell’Arca di Noè…
La squadra di velisti cerca l’Ararat;
se trovi un riparo in questa sagra,
il sole mite – anfitrione del tramonto –
diviene giallo-rossastro dinanzi alla tavola celeste.
Il sole, in veste di confessore delle spiagge
d’agosto, ascolta le confessioni
dei corpi nudi.
E, se non li abbronzerà
con i suoi raggi aguzzi, cosa faranno i pallidi corpi?
Qui sulle sponde danzano le onde;
di qua s’intravede
l’– ancient e di là il – modern.
Chi si affaccia al sole, chi nell’ombra
riprende il fiato. Leonardo venera la moglie
del mercante fiorentino e dona alla Gioconda il suo sorriso;
gli fa eco la voce di Luciano – Vincerò!
Termina al mattino la faticosa ascesa dei dubbi
della Principessa e si ode – all’alba vincerò…
Anch’io una volta entrai in confidenza
con un mercante e sotto il tiro dei fucili
rapii una donna dal villaggio addormentato.
Al venticello del suo respiro gonfiai le vele
e dissi a Hazbulat: – Dente per dente!
Cedimi la creatura del maestro Siaush!
– Mercante Hazbulat, hai una pargola deliziosa,
lei è giovinetta, tu sei sfiorito,
che Allah ti faccia godere i palazzi di Iznik;
lasciami la fanciulla e non appressar la mano
destra al coltello, non aggrondar la faccia,
mercante Hazbulat, hai una pargola deliziosa.
Come dalla mano scivola sulle piastrelle
un pezzo di sapone, sfugge la donna e
ciò che avevo conquistato da eroe
sparisce in un attimo e restano le lacrime
e poi la grappa, i litigi e la CDP****,
l’interrogatorio nel carcere e le domande nel quartiere.”
* Arghuni, fiume della Georgia.
** Francis Macomber, protagonista di un racconto di Ernest Hemingway.
*** Torre medievale situata nel distretto di Galata a Istanbul.
**** CDP, Cassa Depositi e Prestiti
Dato Magradze (Georgia), da “Eco”, 2015 – Traduzione di Nunu Geladze Fusco
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Tamara Kvesitadze, “Alì e Nino”, Batumi (Georgia)
(Le due sculture, ispirate al romanzo di Kurban Said, “Alì and Nino: a Love Story” (1937), si muovono l’una verso l’altra stringendosi in un abbraccio che poi si scioglie e ognuna delle due si allontana dall’altra)
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