“Qual è la differenza tra “Mi piaci” e “Ti amo”?
Buddha risponde: quando ti piace un fiore, lo prendi. Quando ami un fiore lo innaffi tutto il giorno.
Chi comprende questo, capisce la vita.”
Buddha
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“Per piantare un seme nella terra ci si deve inginocchiare
Ed è un lavoro che si compie a capo chino
Sono gli stessi gesti sacri del pregare.”
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Jane
“Ne faceva l’appello nome
per nome, e ogni tanto
se li contava i fiori del balcone.
Un inverno apparve un Elleboro
e spuntò una bacca all’Agrifoglio
che non ne faceva mai e spuntò
un fiore strano, mai visto, di chissà
quale nome.
Con i prediletti usava dei nickname
per esempio una violetta la chiamava
come la Austen –
Jane.”
Vivian Lamarque, “Jane”, da “L’amore da vecchia”, 2022
Oggi ho inventato
“Oggi ho inventato
Che Lei
era con me
al mercato
c’erano tanti fiori
avevamo gli occhi
di tutti i colori.”
Vivian Lamarque, da “L’amore da vecchia”, 2022
Kaoru Yamada
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Certo, è ovvio, fa male quando il germoglio sboccia
“Certo, è ovvio, fa male quando il germoglio sboccia.
Altrimenti, che senso avrebbe la primavera?
Altrimenti, perché sedare nella gelida brina
quell’ardente desiderio?
Il germoglio è stato crisalide lo scorso
inverno: una novità che ora si spezza, scoppia.
È ovvio, è certo, ferisce il germoglio che sboccia
perché fa male ciò che cresce
e ciò che serba.
Certo, è ovvio, fa male la goccia che cade.
Trema di paura, pende grave
al ramo si avvinghia e si gonfia, scivola – il peso la assilla, più forte si aggrappa.
Fa male essere smarriti, fa male la paura
e la separazione; fa male sentire che il profondo
ti attira e chiama – eppure siedi e trema
è duro resistere
e resistere al desiderio di cadere.
Poi, all’acme dell’agonia, quando ogni aiuto è inutile
le gemme dell’albero sbocciano in gloria
poi, quando la paura svanisce
le gocce cadono e diventano luce
si dimenticano che il nuovo le atterriva
si dimenticano che la caduta è un rischio
per un attimo abitano la certezza
riposano nella fede
che ha creato il mondo.”
Karin Boye, da “De sju dödssynderna” (“I sette peccati capitali”), 2018 – Traduzione di Daniela Marcheschi
*****
Una rosa
“Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.”
Giorgio Caproni, da “Res Amissa”, 1991
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Foto di Mariia Demchenko

*****
Fiori
“Che cosa sono i fiori?
non senti in loro come una vittoria?
la forza di chi torna
da un altro mondo e canta
la visione. L’aver visto qualcosa
che trasforma
per vicinanza, per adesione a una legge
che si impara cantando, si impara profumando.
Che cosa sono i fiori se non qualcosa d’amore
che da sotto la terra viene
fino alla mia mano
a fare la festa generosa.
Che cosa sono se non
leggere ombre a dire
che la bellezza non si incatena
ma viene gratis e poi scema, sfuma
e poi ritorna quando le pare.
Chi li ha pensati i fiori,
prima, prima dei fiori.”
Mariangela Gualtieri, da “So dare ferite perfette”, in “Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso”
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“Ottobre! Ottobre!
Ho una pietà profonda per quei rossi
Fiori che sono caduti.
La testolina recide alla rosa l’acciaio.
E tuttavia io l’acciaio non temo.
Fiori che camminate sulla terra!
Essi anche l’acciaio fanno più forbito,
Di acciaio varano vascelli,
Di acciaio fanno abitazioni.”
Sergej Aleksandrovic Esenin, “Fiori”
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Vincent van Gogh, “Iris”, 1889
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Il fiore
“Da dove verrà il fiore,
dove troverà vita?
Dalla mano che muove i baci nella terra
dalla guerra alla guerra
dall’uomo solo incantato da una luna.
Dalla cruna dell’ago dove passa una catena
dalla pena del seme tremante d’apertura.
Forse verrà da li, ma l’attesa è fatica inginocchiata
l’acqua trovata nella vena scura
allaga il sogno e nutre l’utopia
-che quella serve di direzione al dito-
solo se scorre chiara, senza fraintendimento
per cento, mille volte, e all’infinito
fino a quel giorno che succederà.”
Giorgia Satta
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Il fiore sul tetto
“Ieri non c’era. Or vive, tra due vecchi
embrici. Se per poco io m’arrischiassi
sovra il muretto del terrazzo, cogliere
lo potrei. Non ardisco. È troppo bello
così: troppo mi piace, erto sul gambo,
dalle muffe dei tegoli sgorgante
senza una fronda, ma col serto d’oro
d’un reuccio da fiaba. È un fior magato.
Il suo germe quassù lo portò il vento.
Il suo nome lo cantano le stelle.
Nulla sa delle selve e dei giardini
sparsi pel mondo: sta, fra tetti e cielo,
felice: al mondo unico fior si crede,
ed io l’amo per questo.
Io far di lui
voglio il mio dolce amico; e tutto dirgli
del mio cuore, e con lui ridere e piangere.
Con lui bagnarmi al lume della luna
che sugli embrici scorre come rivo
di freschissimo latte; abbrividire
alla carezza che li tinge in rosa
sul far dell’alba; immota al solleone
del meriggio sostar, che li trasforma
in colate di lava incandescenti;
gioir con i rondoni, che nel vespro
in giri e giri senza fine stridono
radendo i tetti con l’oblique penne,
e più stridon più impazzano, e d’un tratto
scompaiono, inghiottiti dalle prime
ombre. Con lui, sin che morrà. Sì breve
d’un fior la vita; e, ahimè! la mia sì lunga.
di freschissimo latte; abbrividire
alla carezza che li tinge in rosa
sul far dell’alba; immota al solleone
del meriggio sostar, che li trasforma
in colate di lava incandescenti;
gioir con i rondoni, che nel vespro
in giri e giri senza fine stridono
radendo i tetti con l’oblique penne,
e più stridon più impazzano, e d’un tratto
scompaiono, inghiottiti dalle prime
ombre. Con lui, sin che morrà. Sì breve
d’un fior la vita; e, ahimè! la mia sì lunga.”
Ada Negri, “Il fiore sul tetto”
*****
Fiorire
“Fiorire – è lo scopo – chi incontra un fiore
e lo guarda senza pensare
a malapena potrà sospettare
la circostanza minore
Partecipare alla faccenda della luce
così complicata
che poi al meriggio come una farfalla
viene donata –
Disporre il bocciolo – combattere il verme –
ottenere la giusta rugiada –
mitigare il calore – eludere il vento –
sfuggire all’ape furfante
Non deludere la grande Natura
che quel giorno l’attenderà –
essere un fiore, è una profonda
responsabilità –”
Emily Dickinson
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Vincent van Gogh, “Girasoli”, 1888,

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Il girasole
“Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.”
Eugenio Montale, “Portami il girasole, da “Ossi di seppia” (1925)
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Narciso
“Narciso.
Il tuo odore.
E il fondo del fiume.
Voglio restare sulla tua riva
Fiore dell’amore.
Narciso.
Onde e pesci addormentati
passano nei tuoi bianchi occhi
nei miei, uccelli e farfalle
si stilizzano
Tu minuscolo e io grande.
Fiore dell’amore.
Narciso.
Le rane quanto sono scaltre
Ma non lasciano tranquillo
lo specchio in cui si guardano
il tuo delirio e il mio delirio.
Narciso.
Il mio dolore…
E mio dolore medesimo.”
Federico Garcìa Lorca, “Narciso”
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Narcisi
“Vagabondavo solo come una nuvola
Che alta fluttua su valli e colline,
Quando a un tratto vidi una folla,
Una schiera di dorati narcisi
Lungo il lago e sotto gli alberi
Una miriade ne danzava nella brezza.
Fitti come le stelle che brillano
E sfavillano sulla Via Lattea,
Così si stendevano in una linea infinita
Lungo le rive di una baia.
Una miriade ne colse il mio sguardo
I fiori si lanciarono in una danza gioiosa
Lì presso danzavano le onde scintillanti,
Superate in letizia dai narcisi;
Un poeta non poteva che esser lieto
In così ridente compagnia.
Mirando e rimirando, pensai poco
Al bene che la vista mi recava:
Spesso quando me ne sto disteso,
Senza pensieri, o pensieroso,
Essi balenano al mio occhio interiore
Che rende la solitudine beata.
E allora il mio cuore si riempie di piacere,
e danza con i narcisi.”
William Wordsworth
*****
Foto dal web

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Rosa
“Rosa della grammatica latina
che forse odori ancor nel mio pensiero
tu sei come l’immagine del vero
alterata dal vetro che s’incrina.
Fosti la prima tu che al mio furtivo
tempo insegnasti la tua lingua morta
e mi fioristi gracile e contorta
per un dativo od un accusativo.
Eri un principio tu: ma che ti valse
lungo il cammino il tuo mesto richiamo?
Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo
perché hai la grazia delle cose false.
Anche un fior falso odora, anche il bel fiore
di seta o cera o di carta velina,
rosa della grammatica latina:
odora d’ombra, di fede, d’amore.
Tu sei più vecchia e sei più falsa, e odori
d’adolescenza e sembri viva e fresca,
tanto che dotta e quasi pedantesca
sai perché t’amo e non mi sprezzi o fori.
Passaron gli anni: un tempo di mia vita.
Avvizzirono i fior del mio giardino.
Ma tu, sempre fedele al tuo latino,
tu sola, o rosa, non sei più sfiorita.
Nel libro la tua pagina è strappata,
strappato il libro e chiusa la mia scuola,
ma tu rivivi nella mia parola
come nel giorno in cui t’ho “declinata”.
E vedo e ascolto: il precettore in posa,
la vecchia Europa appesa alla parete
e la mia stessa voce che ripete
sul desiderio di non so che cosa:
Rosa, la rosa
Rosae, della rosa…”
Marino Moretti, “Elogio di una rosa”
*****
Ambrosius Bosschaert il Vecchio, “Natura morta con fiori”, 1614

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Il papavero rosso
Il massimo
è non avere
mente. Sentimenti:
oh, quelli ne ho; mi
governano. Ho
un signore in cielo
che si chiama sole, e mi apro
per lui, mostrandogli
il fuoco del mio cuore, fuoco
come la sua presenza.
Che altro può essere una simile gloria
se non un cuore? Oh, sorelle e fratelli,
eravate come me una volta, tanto tempo fa,
prima di essere umani? Vi concedeste di aprirvi
una volta per poi non aprirvi
mai più? Perché in verità
adesso io sto parlando
come voi. Io parlo
perché sono distrutta.”
Louise Glück, “Il papavero rosso”, da “The wild iris”, 1992
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Il saggio
“Ero perso con lo sguardo verso il mare
ero perso con lo sguardo nell’orizzonte
tutto e tutto appariva come uguale
poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo,
ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione
di essere imprigionata fra le spine
non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani,
non l’ho colta ma con lei ho condiviso il profumo
e le spine, tutte quante.”
Hafez (Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī), poeta e mistico persiano del Trecento, “Il saggio”
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Rose, io lavo le rose
“Rose, io lavo le rose
pulisco le scale, osservo ragnatele
fino a che il ricamo catturi
una mosca
Ombre, io curo le ombre
porto il the a chi dorme per strada
aiuto le donne a portare la spesa
assisto i gatti nella neve d’inverno
Interstizi, io mi occupo di angoli
di spazi lasciati mezzi vuoti e mezzi pieni
senza sguardi, senza speranza
come la mente di certi migranti
che inseguono un nome, un paese, un soggiorno
e rimangono lì, nello spazio sospeso
tra un pensiero, una parola,
un abbraccio che tarda
Rose, io lavo le rose
pulisco le anime, osservo pensieri
fino a che la vita rilasci
Fortuna”
Lino di Gianni, “Rose, io lavo le rose”
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Io inventerò per te la rosa
“Quando tutte insieme le parole del mondo ti avrò dato
Tutte le foreste d’America e tutte le messi notturne del cielo
Quando ti avrò dato ciò che brilla e ciò che l’occhio non può vedere
Tutto il fuoco della terra come una coppa di lacrime
Il seme maschile delle specie diluviane
E la mano di un bambino
Quando ti avrò dato il caleidoscopio dei dolori
Il cuore in croce le membra spezzate
L’arazzo immenso delle genti torturate
Gli scorticati vivi sul palco del supplizio
Il cimitero sventrato degli amori sconosciuti
Tutto ciò che trasportano le acque sotterranee e le vie lattee
La grande stella del piacere nell’infermo più miserabile
Quando ti avrò dipinto questo vago paesaggio
In cui le coppie si fanno fotografare alle fiere
Pianto i venti per te cantano fino a spezzarmi le corde
La messa nera dell’Adorazione perpetua
Maledetto il mio corpo e maledetta la mia anima
Bestemmiato l’avvenire e bandito il passato
Fatto di tutti i singhiozzi un carillon
Che dimenticherai nell’armadio
Quando non vi saranno più usignoli negli alberi a furia di lanciarli ai tuoi piedi
Quando non vi saranno più metafore in una mente folle per fartene un fermacarte
Quando sarai sfinita dal culto mostruoso che ti tributo
Quando non avrò più voce né ventre né volto e piedi e mani non avran più spazio per i chiodi
Quando tutti i verbi umani avranno infranto nelle mie dita il loro vetro
E la mia lingua e il mio inchiostro saranno inariditi come una stazione sperimentale per razzi interplanetari
E i mari non si saranno lasciati dietro che il candore accecante del sale
Così che il sole abbia sete e la luce oscilli su quel pavimento di cristallo
Lo scisto spento il firmamento amorfo e l’essere per sempre spossato dalle mutazioni
Io inventerò per te la rosa”
Louis Aragon, “Io inventerò per te la rosa”
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Foto di Sonia Simbolo
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“Con la solitudine arrivi, giglio…
No, arrivo con la primavera.
La tristezza ti fa compagnia, giglio…
No, il candore mi circonda.
Nasci dalla notte, giglio…No, del sole sono pieno.
Tu versi lacrime, giglio…No, è rugiada di stelle.
Guarda il mondo, giglio…Ahi, adesso sì sento dolore!”
Pedro Enriquez – Traduzione di Valentina Meloni
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Georgia O’ Keeffe
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I tulipani
“I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno.
Guarda com’è tutto bianco, quieto, coperto di neve.
Sto imparando la pace, distesa quietamente, sola,
come la luce posa su queste pareti bianche, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; non ho nulla a che fare con le esplosioni.
Ho consegnato il mio nome e i miei vestiti alle infermiere,
la mia storia all’anestesista e il mio corpo ai chirurghi.
Mi hanno sistemato la testa fra il cuscino e il risvolto del lenzuolo
come un occhio fra due palpebre bianche che non vogliono chiudersi.
Stupida pupilla, deve assorbire tutto.
Le infermiere passano e ripassano, non danno disturbo,
passano come gabbiani diretti nell’interno, in cuffia bianca,
le mani affaccendate, ciascuna identica all’altra,
sicché è impossibile dire quante sono.
Il mio corpo è un ciottolo per loro, lo accudiscono come l’acqua
accudisce i ciottoli su cui deve scorrere, lisciandoli piano.
Mi portano il torpore nei loro aghi lucenti, mi portano il sonno.
Ora che ho perso me stessa, sono stanca di bagagli —
la mia ventiquattrore di vernice come un portapillole nero,
mio marito e mia figlia che sorridono dalla foto di famiglia;
i loro sorrisi mi si agganciano alla pelle, ami sorridenti.
Ho lasciato scivolar via le cose, cargo di trent’anni
ostinatamente attaccata al mio nome e al mio indirizzo.
Con l’ovatta mi hanno ripulito dei miei legami affettivi.
Impaurita e nuda sulla barella col cuscino di plastica verde
ho visto il mio servizio da tè, i cassettoni della biancheria, i miei libri
affondare e sparire, e l’acqua mi ha sommerso.
Sono una suora, adesso, non sono mai stata così pura.
Io non volevo fiori, volevo solamente
giacere con le palme arrovesciate ed essere vuota, vuota.
Come si è liberi, non ti immagini quanto—
È una pace così grande che ti stordisce,
e non chiede nulla, una targhetta col nome, poche cose.
È a questo che si accostano i morti alla fine; li immagino
chiudervi sopra la bocca come un’ostia della Comunione.
Sono troppo rossi anzitutto, questi tulipani, mi fanno male.
Li sentivo respirare già attraverso la carta, un respiro
sommesso, attraverso le fasce bianche, come un neonato spaventoso.
Il loro rosso parla alla mia ferita, vi corrisponde.
Sono subdoli: sembrano galleggiare, e invece sono un peso,
mi agitano con le loro lingue improvvise e il loro colore,
dodici rossi piombi intorno al collo.
Nessuno mi osservava prima, ora sono osservata.
I tulipani si volgono a me, e dietro a me alla finestra,
ove una volta al giorno la luce si allarga lenta e lenta si assottiglia,
e io mi vedo, piatta, ridicola, un’ombra di carta ritagliata
tra l’occhio del sole e gli occhi dei tulipani,
e non ho volto, ho voluto cancellarmi.
I vividi tulipani mangiano il mio ossigeno.
Prima del loro arrivo l’aria era calma,
andava e veniva, un respiro dopo l’altro, senza dar fastidio.
Poi i tulipani l’hanno riempita come un frastuono.
Ora s’impiglia e vortica intorno a loro così come un fiume
s’impiglia e vortica intorno a un motore affondato rosso di ruggine.
Concentrano la mia attenzione, che era felice
di vagare e riposare senza farsi coinvolgere.
Anche le pareti sembrano riscaldarsi.
I tulipani dovrebbero essere in gabbia come animali pericolosi,
si aprono come la bocca di un grande felino africano,
e io mi accorgo del mio cuore, che apre e chiude
la sua coppa di fiori rossi per l’amore che mi porta.
L’acqua che sento sulla lingua è calda e salata, come il mare,
e viene da un Paese lontano quanto la salute.”
Sylvia Plath, “I tulipani”, 18 marzo 1961, poesia pubblicata il 7 aprile 1962 nel “New Yorker” e inclusa in “Ariel”
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Ciò che provo per te è così difficile
“Ciò che provo per te è così difficile.
Non è di rose che si aprono nell’aria,
è di rose che si aprono nell’acqua.
Ciò che provo per te. Che prende slancio
o si spezza con tuoi gesti
o con le tue parole fatte a pezzi
e che poi riprendi in un gesto
e mi invade nelle ore gialle
e mi lascia una sete dolce e domata.
Ciò che provo per te, così doloroso
come la povera luce delle stelle
che ci arriva dolorante, affaticata.
Ciò che provo per te, che a volte tuttavia
fa tanta strada poi sfiorarti.”
Idea Vilariño, da “Di rose che si aprono nell’acqua”
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Immagine dal web
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Ogni anno, mentre scopro che Febbraio
“Ogni anno, mentre scopro che Febbraio
E’ sensitivo e, per pudore, torbido,
Con minuto fiorire, gialla irrompe
La mimosa. S’inquadra alla finestra
Di quella mia dimora d’una volta,
Di questa dove passo gli anni vecchi.
Mentre arrivo vicino al gran silenzio,
Segno sarà che niuna cosa muore
Se ne ritorna sempre l’apparenza?
O saprò finalmente che la morte
Regno non ha che sopra l’apparenza?”
Giuseppe Ungaretti, da “Ultimi cori per la terra promessa”, in “Taccuino del Vecchio (1952-1960)”
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Se la tua freschezza a volte ci stupisce tanto,
felice rosa,
è che tristezza, nell’interno
petalo contro petalo ti riposi.
L’insieme tutto sveglio, di cui il centro
dorme, mentre ch’innumerevoli, si toccano
le tenerezze di questo cuore silenzioso
che sboccano all’estrema bocca.
Ti vedo, rosa, libro socchiuso
contiene tante pagine
di felicità perfetta
che non si leggeranno mai. Libro-magia,
s’apre al vento e può essere letto
gli occhi chiusi…
le cui farfalle escono confuse
d’aver avuto le stesse idee.
Rosa, tu, o cosa per eccellenza completa
si contiene infinitamente
e infinitamente si spende, o testa
d’un corpo per troppa dolcezza assente,
niente vale te, o suprema essenza,
di questo fluttuante soggiorno;
di questo spazio d’amore dove appena si avanza
il tuo profumo fa il giro.
E tuttavia noi t’abbiamo proposto
di riempire il tuo calice.
Incantata da questo artificio,
la tua abbondanza l’aveva osato.
Tu eri abbastanza ricca per divenire cento volte te stessa
e un solo fiore;
è lo stato di chi ama…
Ma tu non hai pensato altrimenti.
Abbandono circondato d’abbandono
Tenerezza toccante tenerezze…
E’ tutto l’interno che senza tregua
si carezza, si direbbe;
si carezza in se stesso
dal suo riflesso rischiarato.
Così tu inventi il tema
di Narciso esaudito.
Una rosa sola, è tutte le rose
e quella: l’insostituibile,
la perfetta, la duttile parola
inquadrata dal testo delle cose
come diremmo senza lei
ciò che furono le nostre speranze
e le tenere intermittenze
nella partenza continuata.
Appoggiata, fresca chiara
rosa, contro il mio occhio chiuso,
si direbbe mille palpebre
sovrapposte
contro la mia calda.
Mille sonni contro il mio finto
sotto il quale vago
nell’odoroso labirinto.
Dal tuo sogno troppo pieno,
fiore dentro numeroso,
bagnato come una piangente
ti chini sul mattino
Le tue dolci forze che dormono
in un desiderio incerto
sviluppano tenere forme
tra guancia e seno.
Rosa, tutta ardente e tuttavia chiara,
che si dovrebbe nominare reliquiario
di Santa-Rosa…, rosa che distribuisci
questo turbato odore di santa nudità.
Rosa mai più tentata, sconcertante ultima amante
della sua interna pace;
rosa che infinitamente possiedi la perdita.
Amica delle ore dove nessuno resta,
dove tutto si rifiuta al cuore amaro,
consolatrice la cui presenza attesta
tante carezze che vagano nell’aria.
Se si rinuncia a vivere e se si rinnega
ciò che era e ciò che può arrivare,
pensaci, mai abbastanza all’insistente amica
che a fianco di noi fa la sua opera di fata?
Ho una tale conoscenza del tuo
essere, rosa completa,
che il mio consentire ti confonde
con il mio cuore in festa,
Io ti respiro come tu fossi,
rosa, tutta la vita,
e mi sento l’animo perfetto
di una perfetta amica.
Contro chi, rosa,
hai adottato queste spine?
La tua gioia troppo fine
ti ha forzata
a divenire questa cosa armata?
Ma da chi ti protegge
quest’ arma esagerata?
Quanti nemici ti ho tolto
che non la temono per nulla?
Al contrario, d’estate in autunno
tu ferisci le cure che ti si fanno.
Preferisci, rosa, essere l’ardente compagna
dei nostri trasporti presenti?
E’ il ricordo che più ti tenta
quando una gioia riaffiora?
Tante volte ti ho visto, felice e secca,
– ogni petalo un sudario –
in un cofanetto profumato, a lato di una ciocca,
o in un libro amato che si leggerà soli.
Estate, essere per qualche giorno
il contemporaneo delle rose,
respirare ciò che fluttua intorno
alle loro anime dischiuse.
Fare di ciascuna che muore
una confidente,
e sopravvivere a questa sorella
in altre rose assente.
Solo, o abbondante fiore,
crei il tuo proprio spazio;
ti rimiri in uno specchio
odoroso.
Il tuo profumo circonda
come altri petali
il tuo innumerevole calice.
Ti trattengo, ti esponi
prodigiosa attrice.
Non parliamo di te. Sei ineffabile
secondo la tua natura.
Altri fiori ornano la tavola
che tu trasfiguri.
Ti si mette in un semplice vaso,
ecco che tutto cambia:
è forse la stessa frase,
incantata da un angelo.
Sei tu che prepari in te
più che te, la tua ultima essenza.
Ciò che esce da te, questo conturbante fremito
è la tua danza.
Ogni petalo consente
e fa nel vento
qualche passo odoroso
invisibile.
O musica degli occhi
tutta da loro circondata
divieni al centro
intangibile.
A tutto ciò che ci commuove tu partecipi.
Ma quel che accade a te, l’ignoriamo.
Bisognerebbe essere cento farfalle
per essere tutte le tue pagine.
Tra voi alcune sono come dizionari
quelli che le colgono
hanno desiderio di rilegare tutte le pagine.
Ma io amo le rose epistolari.
Come esempio tu ti proponi?
Si può riempirsi come le rose,
moltiplicando la propria sottile materia
che era stata fatta per niente fare?
Perché non è lavorare essere
una rosa, si dirà.
Dio, guardando dalla finestra,
fa la casa.
Dimmi, rosa, da dove viene
che in te stessa racchiusa
la tua lunga essenza impone
a questo spazio in prosa
tutti gli slanci aerei.
Quante volte quest’aria
pretende che le cose la trafiggano,
o, con una smorfia,
si mostra amara.
Mentre intorno alla tua carne,
rosa, fa la ruota.
Quello non ti dà la vertigine
di girare intorno a te sullo stelo
per compierti, rosa rotonda?
Ma quando il tuo proprio slancio t’inonda
tu l’ignori nel tuo boccio.
E’ un mondo che gira in tondo
finché il suo calmo centro osa il riposo
rotondo della rotonda rosa
Tu ancora, tu esci
dalla terra dei morti,
rosa, tu che porti
verso un giorno tutto d’oro
questa felicità convinta.
L’autorizzano, essi
il cui cranio vuoto
non ne ha mai tanto saputo?
Rosa, venuta molto tardi che le notti amare arrestano
nella loro troppo siderale chiarità,
rosa, dimmi tu le facili delizie complete
della tua sorella d’estate?
Per giorni e giorni ti vedo che esiti
nella tua guaina serrata troppo forte.
Rosa che, nascendo, ti vedo imitare
le lentezze della morte.
Il tuo mutevole stato ti fa conoscere
in un mélange dove tutto si confonde,
l’ineffabile accordo del niente e dell’essere
che noi ignoriamo?
Rosa, occorre lasciarti fuori,
così squisita?
Che fa una rosa là dove la sorte
su di noi si consuma?
Nessun ritorno. Anche tu
dividi
con noi smarrita, questa vita, questa vita
che non è del tuo tempo.
Rainer Maria Rilke (il poeta che fu ucciso da una rosa), “Le rose” – Traduzione di Pierangela Rossi
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Georgia O’Keeffe, “Peach rose”
*****
“Le rose si sono ammalate,
il vicino che le ha sistemate non c’è.
Accompagnate da una musichetta solitaria,
sopra il camioncino del venditore ambulante,
le manderò verso la montagna?
Un fischio triste,
con la barca a vapore le manderò verso l’oceano?
Un’elica fragorosa,
con un aereo le manderò verso il cielo?
Questo e quello,
fermo tutto.
Prima che il bambino si svegli dal sogno
seppelliamole nel nostro petto.”
Yun Dong Ju (Corea), “Rose malate”, da “Vento blu” – Traduzione di Eleonora Manzi
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In evidenza: Foto tratta dalla pagina Facebook “Restaurars”: I fiori di Édouard Manet