Linguaggi

La vita segreta delle cose

28.12.2021

“Oggi ho sentito oscuramente farmi festa gli oggetti della mia stanza; dirmi la loro gratitudine perché,
esistendo e guardandoli io, esistono essi…”

Gesualdo Bufalino, da “Bluff di parole”, 1994

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Foto di Sonia Simbolo

 

 

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Le cose
“Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.”
Jorge Luis Borges, “Le cose”
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Javier Jaen, “Sbriciolato dalla vita” (plastica riciclata)
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Le cose
“Le cose non dimenticano,
hanno troppa memoria.
Si rammenta di noi questa finestra
che un tempo, chiusa, proteggeva
i nostri corpi, lasciava passare
uno spiraglio che ti baciava il viso.
Chi sa se vedeva la minaccia,
chi sa se piange la finestra!
Ma noi duriamo, nelle cose.
E parlano, ragionano di noi,
specialmente se si accende un lume
e lo porta una mano misteriosa.
Chi sa se piangono le cose,
se questo freddo è la loro nostalgia.
Ricordi, stanza, come l’aspettavamo?
E tu, quaderno consumato, e voi,
finestra, porta, sedia con le sue forme,
terrazzo che mi somigli, così sospeso,
avete atteso invano il suo ritorno?”

Roberto Carifi, da “Nel ferro dei balocchi”

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Il vetro

“Il vetro
è fragile perché tracciato di sguardi il vetro
volentieri ritornerebbe nella sabbia
si sente meno sicuro sotto i nostri occhi
che sotto i nostri passi.”
Yusuf Kadel (poeta mauriziano)

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Foto di Arianna Arcangeli

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Le Cose Ordinarie

“Le cose ordinarie sono profonde
quanto incubi e visioni,
non nascondono i loro inviti.
Ricorda il Maestro cinese
che sprofondò nella pace
dopo una lunga notte di pioggia
martellante sul suo tetto di bambù.
E certe volte di sera,
quando luce e oscurità
sono impegnate a rimescolare misteri,
ci dimentichiamo di noi in modo lucido,
delicato, e quello che resta è solo
felicità e dolore
e la purezza che non può essere vista.”

Ajahn Abhinando, “Le Cose Ordinarie”

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Foto di Sonia Simbolo

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Le cose più leggere

“Alla fine scoprirai
che le cose più leggere
son le uniche
che il vento non è riuscito a portar via
un ritornello antico
una carezza al momento giusto
lo sfogliare un libro di poesie
l’odore stesso che aveva un giorno il vento.”

Màrio Quintana, “Le cose più leggere”

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Elegia
“Ci sono cose con cui la gente non sa mai come comportarsi…
Una vecchina tutta sola alla stazione.
Una scarpa nera spaiata: simbolo
della più assoluta vedovanza.
I ricordi delle zitellone.
Quelle cravatte
di così cattivo gusto
che ci danno le vecchie zie.
Le vecchie zie.
Un nuovo parente appena conosciuto.
La parola “quinconce”.
Quei pensieri che ci vengono improvvisi nelle occasioni più improprie.
Un cagnolino anonimo che decide di venirti dietro al mattino
presto per la città deserta.
Questa poesia, questa povera poesia
senza fine…”
Màrio Quintana, “Elegia”

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Albert Edelfelt, “The Parisienne” (“Virginie”), dettaglio

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Il frigorifero
“L’ho aperto
Il contenuto era in ordine.
Bottiglie di latte a lunga conservazione
Barattoli di yogurt
Pacchi di carne surgelata
Mele gialle
Medicine e pane
e… e… e via dicendo.
Nel frigorifero della mia anima
Il contenuto è in disordine
Scade
Senza che nessuno lo apra.”
Saadiyya al-Mufarrih (poetessa del Kuwait), “Il frigorifero”, da “Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe”

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L’attaccapanni

 

“Mi sono affezionata all’attaccapanni
perché riceve con umiltà
la tua giacca, la tua camicia, i tuoi pantaloni.
È il mio complice più fedele
perché bada con zelo ai tuoi abiti quando mi ami.
Non dice che li accarezzo mentre dormi
né che alle loro asole abbottono i miei sogni.
L’attaccapanni soffre con me
se stacchi i tuoi indumenti per andartene
a camminare senza grinze per le strade”

 

Lucìa Rivadeneyra, (poetessa messicana)  

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La macchina da cucire di Dio, l’ inchiostro della sua penna
“Io so cucire, l’ho imparato da bambina.
Sono capace di trasformare lo spazio
srotolato e morbido di una stoffa
nell’idea che ho di me.
E di nascondere un’attesa nelle pinces dei pantaloni
di fare esplodere la gioia nella ruota della gonna
la leggerezza nella camicia
di spingere nelle arricciature quel segreto
che non dirò mai a nessuno
e di annotare la lentezza malinconica dei miei rimpianti
in una lunga fila di cuciture tutte uguali.
Nessuno come un sarto
sa con esattezza
quanto i vestiti ci rendano trasparenti
agli occhi degli altri.
Io so scrivere, l’ho imparato da bambina.
Sono stata a lungo Alice nel Bosco
le parole dolci le ho messe nel cestino della merenda
quelle amare mi hanno resa piccola di statura.
Oggi porto con me una catena
ascolto il peso delle parole sopra le spalle
qualche volta volano, sono farfalle
la loro voce è inframmezzata dal ticchettio dei punti
nei fogli che ho nella borsa
le parentesi trattengono
quello che bisognerebbe immaginare
e ogni virgola contiene
il sospiro delle cose non dette.
Nessuno come un poeta
sa con esattezza
quanto le parole scritte ci rendano nudi
agli occhi degli altri.
Chissà com’era
la macchina da cucire di Dio.
Di che colore
l’inchiostro della sua penna.”
Anna Spissu, “La macchina da cucire di Dio, l’ inchiostro della sua penna”, da “La vita trasparente”
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Gino Severini, “Omaggio a mia madre” [La macchina da cucire], 1912
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La saponetta

 

“Tu pensavi che cosa mi regalerà
finalmente è venuto Natale
eccomi qui alla porta, e tutto
è Natale scrupolosamente
l’esatto sogno dei bambini
col gelo col grigio col vento
che fa turbinare quei cosi
di ghiaccio e di neve e le famiglie
che si chiudono come valve
tram fermi automobili poche
eccomi qui da te col regalo
io che te lo avevo promesso
ciao ciao ho avuto la forza
di arrivare fin qui se non altro.
Ma dico: quando l’avrai consumato
e resterà un fogliettino
un fagiolo un cece un nulla
e ti scivolerà fra le dita
precipitando giù nel lavandino
dico, amore, per un istante almeno
ti ricorderai di me?”

 

Dino Buzzati, da “Il capitano Pic e altre poesie”, 1965

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Il cuscino
“Il cuscino disse:
alla fine di un lungo giorno
solo io conosco
la confusione di chi è sempre sicuro,
il desiderio di chi non ha desideri,
l’impercettibile tremolio sulle ciglia del tiranno,
l’oscenità del predicatore,
e la voglia che ha l’anima di un corpo caldo
quando le scintille fuggevoli diventano carbone lucente.”
Mourid Barghouti (poeta palestinese), “Il cuscino”
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Dipinto di Karen Hollingsworth
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La bicicletta

 

“Andava
per la strada
crepitando:
il sole si sgranava
come mais ardete
e era
la terra
calda
un infinito circolo
con cielo in alto
azzurro, disabitato.

Passarono
vicino a me
le biciclette,
gli unici
insetti
di quel
minuto
secco dell’estate,
riservate,
veloci,
trasparenti:
mi sembrarono
soltanto
movimenti dell’aria.

Operai e ragazze
alle fabbriche
andavano
consegnando
gli occhi
all’estate,
le teste al cielo,
seduti
sulle
elitre
delle vertiginose
biciclette
che fischiavano
attraversando
ponti, rosai, rovi
e mezzogiorno.

Pensai al pomeriggio quando
i ragazzi
si lavano,
cantano, mangiano, alzano
una coppa
di vino
in onore
dell’amore
e della vita,
a alla porta
aspettava
la bicicletta
immobile
perché
soltanto
di movimento fu la sua anima
e lì caduta
non è
insetto trasparente
che percorre
l’estate,
ma
scheletro
freddo
che solo
recupera
un corpo errante
con l’urgenza
e la luce,
cioè,
con
la
resurrezione
di ciascun giorno.”

 

Pablo Neruda, “Ode alla bicicletta”, 1956

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L’organo del villaggio

 

“Prendi un vecchietto
Prendi un litro di miele
Prendi un temporale che brontola lontano
Prendi un gatto da dietro la stufa
Prendi un gruppetto di colombi
Prendi la più grassa perpetua
Prendi i cherubini paffuti come luna piena
morsicchiati dalle api del paradiso
Aggiungi tre sorrisi di san Francesco
La querula smorfia di un angioletto
Di’
Mettetevi in posa per una foto di gruppo
E quando l’avranno fatto aspetta che dalla finestra
entri un fascio di sole
d’oro
E quando li avrà del tutto indorati
Quando non si saprà se è un litro di miele
o un cherubino
Allora bacia la mano di legno tarlato del santo
che non lontano caccia via una gazza dalla nicchia
Fa’ così e l’organo fratello sentirai
brontolare come un leone
nel barocco della criniera”
Jerzy Harasymowicz 
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La gronda
“Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda,
in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso
e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano
qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti
e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita
non la spezzano ancora.
Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti
irreparabilmente, quella volando via.”
Franco Fortini, da “Una volta per sempre”, 1963
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Il baule
“Ogni casa
ha il suo angolo del caos
un cassetto
un armadio
una stanza
è per gli oggetti che “non si sa mai”
per quelli ammaccati di ricordi
e per le cose senza più senso
— o con un senso che può tornare
così anch’io
ho riposto in un baule
le vecchie stoffe di un’altra vita
cento legni portati dal mare
e solo mille dei miei pensieri
senza senso.
Certe notti
nel silenzio
sento quel baule cantare.”

Irene Marchi 2020

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Il pozzo

“Muschio sul vecchio
marciapiede in rovina:
l’abbiamo eletto
per dire l’amore.
L’acqua ci guarda dal fondo
invidiosa, scavata, forse:
è muta e immobile.
“Non voglio che l’acqua ci veda
mentre mi abbracci. Forse si contorce
per la tortura. Chi può amarla?”
“Stupida: di notte la baciano gli astri”.
Juana de Ibarbourou (poetessa uruguaiana)
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Vincent Van Gogh, “La sedia”, 1888
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La sedia
“Ah smetti sedia di esser cosi sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono, Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.”
Patrizia Cavalli,Ah smetti sedia di esser cosi sedia!”, da “L’io singolare proprio mio”
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La pazienza degli oggetti
“Infinita è la pazienza delle cose
adagiate nell’oblio inerte della casa
finché uno sguardo non le rianima
e tornano ad essere – per loro per noi
la forma semplice dei gesti usuali
lo scivolare lento di giorni tutti uguali.”

Giovanna Rosadini, da “Fioriture capovolte”

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Gli oggetti sono dispettosi

“Gli oggetti sono dispettosi
Si burlano di me quando li osservo
Mi danno la vertigine dell’immobilità
Mi dicono l’ora della partenza
Allora bisogna donare o gettare
Nulla conservare in soffitta
Perché la muffa veglia
E la stupidità ci tormenta
Spogliarsi di tutto
Guadagnare la leggerezza assoluta
Unica compagna dell’ultimo viaggio.”
Tahar Ben Jelloun, “Less is more”, da “Poesie dipinte (n. 90)”, in “Dolore e luce nel mondo”
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Le cose nate “per sbaglio”

“La Coca Cola
è nata per sbaglio:
John Pemberton
voleva creare uno sciroppo
che curasse il mal di testa.

I Post – it
sono nati per sbaglio:
Spencer Silver
all’inizio
voleva solo inventare
una colla fortissima.

Il Cognac
è nato per sbaglio:
nel Medioevo i mercanti
si dimenticarono di reintegrare
il vino cotto con l’acqua.

I Cornflakes
sono nati per sbaglio:
Keith Kellogg
dimenticò il grano bollito.

I Fuochi artificiali
sono nati per sbaglio:
fu un cuoco 2000 anni fa
a unire carbone, zolfo e salnitro.

Quando ti dicono
che stai facendo
qualcosa di sbagliato,
aspetta a dar loro ragione.

Magari
stai solo inventando
qualcosa.”

Gio Evan

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Carel Weight, “Il pomeriggio di una lavoratrice”, 1935

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Oggetti

“I piccoli oggetti, i piccoli
amici schiavi, che tirano
troppo in lungo la vita! Miei cari,
vi licenzio in tronco. È più dura
forse per me: ma chi monco,
chi gobbo, chi spelato da lebbra;
e il mazzo di chiavi risputato
da ogni serratura.

Gli ipocriti inermi! Bisbigliano
aiuto, pietà.
E s’uncinano a tutti gli appigli,
a tutti i ricordi come labbra
s’attaccano, come vermi.

Giù nel sacco – un tonfo – coraggio!
Non sarà un lungo viaggio.
In cantina, il bel dormitorio.
Col teatrino dei topi, il tanfo
del vino, la grata
(tarlata) del parlatorio
per la piuma, per la foglia di passo.
Tra vecchi fratelli… Diciamo
che a noi padroni va peggio,
quand’è l’ora nostra… Ma adesso
muoviamoci, andiamo.”

Fernanda Romagnoli, “Oggetti”, da “Il tredicesimo invitato”

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La scatola

“Guarda questa scatola vuota
che io chiudo con un piccolo coperchio.
Se provo ad agitarla
tutto è silenzio.
Se vado ad aprirla,
non trovo nulla.
Meno male,
è proprio così? Torno
a chiuderla con il piccolo coperchio,
e la scuoto,
ancora silenzio,
torno a aprirla.
Meno male
è proprio così. È così
si svela
il niente che contiene,
né l’anima né Budda.
Meno male.
È proprio così? Finisco qui.
È proprio così? Finisco qui.”

Kikuo Takano, da “Il senso del cielo”

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La lavatrice

“La centrifuga gira come un mondo
e i suoi abitanti sono gli indumenti
riposti dalla coppia dei congiunti.
si avvinghiano bagnati in un groviglio
i rispettivi panni in capriola;
sono rimasti questi i soli amanti,
quegli altri se si afferrano è alla gola.”

Guido Oldani

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La betoniera

“L’acqua ha già il sale e su, le petroliere,
versano olio, come condimento,
alla zuppa di pesce navigante.
e la gabbia del cielo ha le sue penne
che portano la cacciagione in volo
e i vermi sono filo per cucire,
che tiene insieme ogni zolla nera
e il tutto è nella pancia di dio padre,
che ci mescola, dolce betoniera.”

Guido Oldani

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Le pietre

“Sento cadere le pietre che abbiamo gettato
Cristalline negli anni. Nella valle
Volano le azioni confuse dall’attimo
Gridando da cima a cima degli alberi, tacciono
Nell’aria più leggera del presente, planano
Come rondini da cima
A cima dei monti finché
Raggiungono l’altopiano più remoto
Lungo la frontiera con l’aldilà.
Là cadono
Le nostre azioni cristalline
Su nessun fondo
Tranne noi stessi.”

Tomas Tranströmer, “Le pietre”

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Tutto a posto

“Tutto a posto
Ogni cosa è al suo posto:
I dadi, rimessi nel sacchetto,
Le lacrime, cucite nelle palpebre,
La tua assenza, ripiegata in un cassetto,
E il nostro ridere del mondo…
Ogni cosa è al suo posto:
Il guardaroba, svuotato dei tuoi silenzi,
L’orologio, fermato insieme al tempo,
I tuoi sospiri, deposti sul cuscino,
E le nostre lenzuola, senza più peccato…
Ogni cosa è al suo posto:
Le stoviglie, lì in alto, tutte in fila,
Le lampade, alle tue spalle,
Le sedie, puntate contro il cielo,
E il tuo ridere, disperso nell’eco…
Ogni cosa è al suo posto:
Il tuo profumo, in ogni angolo di te,
Le tue carezze, sulle candele luccicanti,
E il tuo corpo nudo, disteso sul suolo
Come si affidano parole all’oblio…
Ogni cosa è al suo posto:
Nella casa dei ricordi,
Nel rifugio dei nostri sorrisi…
Ogni cosa è al suo posto, questa sera,
Mentre tu non sei più qui!”

Viginia Blanco Auteure, “Tutto a posto”

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La mancanza

“T’ informo sulla situazione a casa, nel caso ti interessi.
La tapparella della nostra stanza si è bloccata e si rifiuta di scendere.
Le porte dell’armadio sbadigliano notte e giorno.
La tua parte del letto sta morendo di noia.
Una banda di tarme ottuse si è mangiucchiata la tenda blu.
Pendono da tutti i cassetti lingue di stoffa assetate.
Gli asciugamani che lasciasti per terra sono invecchiati prematuramente.
I fiori di plastica che avevi sistemato sul calorifero sono marciti.
Non voglio esagerare, ma uno dei Rolling Stones ha inumidito con le sue lacrime
il muro dove avevi attaccato il manifesto.
Il controsoffitto si screpola chiedendo quando torni.
(E del mio cuore
meglio non parlare).”

José Sbarra, “La mancanza”, da “El mal amor”

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La sigaretta

“La sigaretta, dio della vita
dio dei suicidi
cade al suolo come un fiore ferito
fiore di cenere
volto invertito,
fiore del nulla”
Leopoldo María Panero, da “Tana di un animale che non esiste”, 1998
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Alphonse Mucha, manifesto pubblicitario per le cartine di sigarette Job, 1897
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Natura morta con palloncino

“Invece del ritorno dei ricordi
al momento di morire
mi prenoto il ritorno
degli oggetti smarriti

Da finestre, porte – ecco ombrelli,
valigia, guanti, cappotto,
perché io possa dire:
Che me ne faccio?

Spille, questo e quel pettine,
una rosa di carta, uno spago,
perché io possa dire:
Non rimpiango nulla.

Ovunque tu sia, o chiave,
cerca di arrivare in tempo,
perché io possa dire:
C’è ruggine, mia cara, ruggine.

Cadrà una nube di certificati,
permessi, moduli,
perché io possa dire:
Tramonta il sole.

Orologio, riemergi dal fiume,
lasciati prendere in mano,
perché io possa dire:
Tu fingi l’ora.

Salterà fuori anche il palloncino
portato via dal vento,
perché io possa dire:
Qui non ci sono bambini

Vola via per la finestra aperta,
vola via nel vasto mondo,
che qualcuno gridi: Oh!
perché io possa piangere”

Wislawa Szymborska, “Natura morta con palloncino”

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Seo Young-Deok, dalla mostra “Dystopia”

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Catene
“Giorno afoso, una cuccia e un cane alla catena.
Poco più in là una ciotola ricolma d’acqua.
Ma la catena è corta e il cane non ci arriva.
Aggiungiamo al quadretto ancora un elemento:
le nostre sono molto più lunghe
e meno visibili catene
che ci fanno passare accanto disinvolti.”
Wislawa Szymborska, “Catene”, da “Basta così”

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La mappa
“Piatta come il tavolo
sul quale è posata.
Sotto – nulla si muove,
né cerca uno sbocco.
Sopra – il mio fiato umano
non crea vortici d’aria
e lascia tranquilla
la sua intera superficie.
Bassopiani e vallate sono sempre verdi,
altopiani e montagne sono gialli e marrone,
oceani e mari – di un azzurro amico
sui margini sdruciti.
Qui tutto è piccolo, vicino, alla portata.
Con la punta dell’unghia posso schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli senza guanti grossi,
posso con un’occhiata
abbracciare ogni deserto
insieme al fiume che sta lì accanto.
Segnalano le selve alcuni alberelli
tra i quali è difficile smarrirsi.
A est e ovest, sopra e sotto
l’equatore, un assoluto
silenzio sparso come semi,
ma in ogni seme nero
la gente vive.
Fosse comuni e improvvise rovine
sono assenti in questo quadro.
I confini s’intravedono appena,
quasi esitanti – esserci o non esserci?
Amo le mappe perché dicono bugie.
Perché sbarrano il passo a verità aggressive.
Perché con indulgenza e buonumore
sul tavolo mi dispiegano un mondo
che non è di questo mondo.”
Wislawa Szymborska, “La mappa”, da “Basta così”, 2011
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Francesco Rosselli, “Universale”, 1508, Royal Museum Greenwich

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Il piano azzurro

“A casa ho un piano azzurro,
Ma note non conosco. Sta all’ombra della porta della cantina
Da quando il mondo è perduto.
Lo suonano quattro mani di stelle –
La Donnaluna cantava nella barca –
Ora danzano i ratti nel cigolio.
Rotta è la tastiera…
Io piango l’azzurra morta.
Ah, caro angelo, aprimi – Il pane amaro ho mangiato –
Nonostante il divieto
A me viva la porta del cielo.”
Else Lasker-Schüler, “Il mio piano azzurro”
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La barca
“La barca scura di un pescatore
stanca di remare
sulla spiaggia ha cominciato a pregare:
Preparami, Signore,
un porto nelle spiagge di questo mare!”
José Gorostiza (poeta messicano), “Preghiera”
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Immagine dal web 
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Fossile

metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
colma la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato – hai fatto di me
il tuo favo di luce

una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non sistacca
dall’albero del miele

                                   – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura –

                              mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:

                                             usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:

                   avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora

Maria Grazia Calandrone, da “Serie fossile”

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Cassetti

“Nel cassetto delle piccole cose
Metterei il fiore che ieri ho piantato in giardino,
Le stagioni che hanno il valore di una vita intera
E torte di compleanno grandi come la solitudine
Nel cassetto dei minimi particolari
Ci sono la goccia di rugiada che si è depositata
Sul fiore del balcone del vicino
E la stretta di mano che ho donato a uno sconosciuto
Del quale non ricordo il nome
Ci sono gli antichi sapori del pane appena sfornato
Come a volerci annunciare una fragranza che nasce dal cuore
Poi l’albero di ciliegie che rimane ancora li
A ricordarmi la mia infanzia anni dopo anni
Colorandosi di mille colori ogni primavera,
Ci sono la mia prima pagella in prima elementare
E l’orsetto che mi fa compagnia da ormai una vita
Ci sono il biglietto del treno che ho preso
La prima volta che sono partito da Lei
E le lettere di mille notti insonni
Passate a scrivere e poi abbandonate in un angolo
Per pura di soffrire più di quanto non facessi
E poi c’è l’alfabeto del dolore
appreso con lezioni di vita mai dimenticate
Nel cassetto del dolore
Ripongo i miei ricordi più belli
I volti di persone mai dimenticate
E la voglia di realizzare ogni giorno I sogni
che tanto conservo dentro di me…”

 Ishak Alioui, “Cassetti”

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La polvere

“La polvere è ricchezza

di macerie
che rinascono
Di ricordi che non lasciano
la loro casa
Della vita – microbonda – che resiste
sotto noi che la scacciamo
con un panno. Ingrati

E lei ritorna:
sulle foto, sopra i mobili,
tra scaffali chiusi
Dentro libri mai aperti
e mai paghi di attenzione
Sotto il letto
che non dormi o su cui
ti abbandoni
coi vestiti logori
di giornate in mezzo al mondo
o stanche dal divano

La polvere è ricchezza

Storia che rimane
e ricomincia
persino dentro le narici”

Mariapia Crisafulli, “La polvere è ricchezza”, da “Reperti quotidiani”

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Nota a margine

“Polvere
non sono
e polvere
non tornerò.
Non sono scesa
dal cielo
e in cielo non salirò.
Sono io stessa il cielo
come solaio di vetro.
Sono io stessa la terra
come fertile terreno.
Non sono fuggita
da nessuna parte
e non ci
tornerò.
Oltre a me stessa non conosco altra distanza.
Nel gonfio polmone del vento
e nella calcificazione delle rocce
devo
me stessa
qui
dispersa
ritrovare.”
Zuzanna Ginczanka, “Nota a margine”, 1936

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Scolpire la polvere: Paul Hazelton, “Eternal Light Bulb”, 2013

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La lavatrice

“Mi inchino al tuo niveo potere,
ti servo, mi servi, ti nutro e ti curo,
mi lavi
quotidiane sporcizie…

Magari
sbiancassi nequizie
in scala elevata,
pulissi la vita, vicenda infinita
con forti candeggi olezzanti
che abbagliano,
esposti
al bianco del sole.

Vicende sporcate
come tovaglie di festa,
macchiate
da straripanti libagioni.

Talvolta mi fermo incantata
e ammiro attraverso il traslucido tondo
il cestello,
che preso da furia
centrifuga i teli
lasciandoli esausti e sgualciti.

Modello del mondo e dell’essere umano
che fugge al tempo
nell’interminata rincorsa
del suo tautologico destino.”

Sagitta, “Ode alla lavatrice”

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Asole
“Dice che non c’è addio
nelle asole
e asola allora sia: poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio
e allaccio
sia lo spazio dell’abbraccio
sia pertugio e rifugio sia il chiuso
esposto alla parola.”
Lucianna Argentino
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La nostra campana
“Ognuno può suonare senza timore
e senza esitazione la nostra campana.
Essa ha voce soltanto
per un mondo libero,
materialmente più fascinoso
e spiritualmente più elevato.
Suona soltanto
per la parte migliore di noi stessi.
Vibra ogni qualvolta
è in gioco il diritto contro la violenza,
il debole contro il potente,
l’intelligenza contro la forza,
il coraggio contro la rassegnazione,
la povertà contro l’egoismo,
la saggezza e la sapienza
contro la fretta e l’improvvisazione,
la verità contro l’errore,
l’amore contro l’indifferenza.”
Adriano Olivetti, “La nostra campana”, da “Le fabbriche di bene”
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Il poema dell’acquaio
“un giorno l’acquaio prese una cotta
s’innamorò d’una piccola stella gialla nell’angolo della finestra della cucina
si confidò con l’incerata e con il barattolo di mostarda
si lamentò con le stoviglie bagnate.
un altro giorno l’acquaio svelò il suo amore:
– stellina, non brillare sopra il panificio e il molino dîmboviţa
vieni giù, quelli non hanno bisogno di te
loro hanno nel seminterrato centraline elettriche e sono pieni di lampade
ti dissipi posando la tua luce dorata sui tetti
e sui parafulmini.
stellina, il mio nichel ti desidera, il mio sifone ha borbogliato
ogni sorta di canti per te, per come lui può riuscirci
i piatti con rimasugli di pesce sott’olio
ti si sono già affezionati.
vieni, e brillerai tutta la notte sul reame di linoleum
regina degli scarafaggi rossi di cucina.
però, ahimè! la stella gialla non rispose a questo appello
poiché lei amava un colino da brodo
della casa di un contabile della Pomerania
e notte dopo notte si tormentava suggendolo con gli occhi.
sicché alla fine l’acquaio cominciò a porsi domande circa il senso dell’esistenza e la sua oggettività
e alla fine della fine fece una proposta all’incerata.
…a un certo punto ho preso parte anch’io al gioco dell’amore
io, il foro della tenda, che vi ho raccontato questa storia.
ho amato una splendida vettura dacia color crema che ho visto solo una volta…
ma perché parlarne ancora, ora ho dei figli in età prescolare
e tutto ciò ch’è stato mi sembra un sogno.
Mircea Cărtărescu (poeta rumeno), “Il poema dell’acquaio”
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Pablo Picasso, “La tavola davanti alla finestra”, 1919
*****
Tutto quel casino…o quasi
“Son corso su per sei piani di scale
alla mia piccola stanza ammobiliata
ho aperto la finestra
e ho cominciato a buttar fuori quelle cose
che più contano nella vita.
Per prima, la Verità, che cinguettava in un soffio:
«No, non farlo! dirò cose terribili su di te!»
«Ah, sì? Be’, io non ho niente da nascondere… FUORI!»
Poi è toccato a Dio, che lanciava occhiatacce e frignava sbalordito:
«Non è colpa mia! Non sono io la causa di tutto!»
«FUORI!»
Poi l’Amore, tubandomi lusinghe:
«Non conoscerai mai l’impotenza!
Tutte le ragazze copertina di Vogue saranno tue!»
Gli ho spinto fuori quel suo culone grasso, urlando:
«No sei mai stato altro che un povero parassita!»
Ho preso su Fede, Speranza e Carità
quelle tre megere se ne stavano abbracciate:
«Senza di noi, tu morirai, di certo!»
«E’ con voi che io do fuori di matto! Addio!»
Poi, la Bellezza… Ah, la Bellezza …
Mentre la spingevo verso la finestra le ho detto:
«Nella vita sei quella che più ho amato,
ma sei un’assassina; la Bellezza uccide!»
Non è che proprio volessi buttarla via
quindi corsi giù per le scale
arrivando giusto in tempo per prenderla al volo
«Mi hai salvato!» gridò lei
io la posai a terra e le dissi: «Smamma.»
Poi son risalito quei sei piani e ho cercato i soldi
ma non c’erano soldi da buttar via
la sola cosa rimasta nella stanza era la Morte,
se ne stava nascosta sotto il lavandino
«Non sono vera!» urlò
«Son solo una diceria messa in giro dalla vita…»
Ridendo l’ho buttata fuori, con lavandino e tutto
e a un tratto mi sono accorto che l’Umorismo
era tutto ciò che mi restava E tutto ciò che potevo fare con l’Umorismo era dirgli:
«Vai fuori dalla finestra, tu e la tua minestra!»
Gregory Corso, “Tutto quel casino…o quasi”
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Cose (che forse erano) importanti

“Io non so cosa sia più importante:
la dolcezza speziata del caffè amaro
mescolata al gusto della prima sigaretta del mattino
o l’odore di pesce e barche verniciate di fresco.
I vestiti sbiaditi sul filo fra i mandorli in fiore
o i monti che li mettono in risalto…
No, nulla di ciò, ma tutte queste cose insieme
rivelano che ho trascurato qualcosa
e che la sua presenza
mi tormenterà per il resto della vita perché l’ho ignorato mentre era qui.”
Henrik Nordbrandt, “Cose (che forse erano) importanti”, da “Vicinanze”, in “Il nostro amore è come Bisanzio
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Il grembiule
“Mia madre invece aveva un vecchio grembiule
per la festa del lavoro,
a lui si consolava vivendo.
In quel grembiule noi trovammo ristoro
fu dato agli straccivendoli
dopo la morte, ma un barbone
riconoscendone la maternità
ne fece un molle cuscino
per le sue esequie vive.”
Alda Merini, “Il grembiule”
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Foto di Martino Dini, “Basilica di Santa Croce, Firenze”
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La preghiera del cucchiaio
“Concedi forza alla mano, che non
mi faccia traboccare, cos
che io possa restare un lago silenzioso
da cui sorgono soli e lune fumeggiando.
Non mi smussare, lascia che io sia
sempre profondo e saggio
come l’etere lieve di un’anima giusta,
e le mie rive restino
eternamente miti per la bocca
che trema e per la bocca che ha paura e
per la bocca che ha fame, e possa essere
sempre ricolmo per coloro che
mentre in me si rispecchiano ascoltano
la propria anima stanca e lentamente
mi sorseggiano e pensano alla vita.
Fa’ che la mia distesa
sia fulminata di giorno da una rondine
di sereno, e la notte
sopra le mie profondità ondeggino le stelle
con grani di luci più intensi. Concedi
forza alla mano di colui che trema
e che tentando d’alzarmi mi rovescia, e senza
saperlo mi colma di lacrime, e poi
assorto in gravi pensieri le sorseggia.”
Eugen Jebeleanu (poeta rumeno), da “La porta dei leoni”, 1970
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L’inginocchiatoio
“E sai, alla fine è come quando restiamo
in silenzio di fronte al sole che diminuisce,
noi, seduti lì, dentro quel colore che cambia,
ogni tanto parli, ed io ti ascolto, non c’è
altro da fare, il mondo sta finendo e noi
con lui siamo ospiti per qualche battito,
le nostre anime infuse in un tè al sangue,
i tuoi capelli che invecchiano, rapidamente,
le mie mani che si induriscono, rapidamente.
Un gatto salta sulle ginocchia e si accoccola,
anche lui vuole partecipare alla nostra fin
du monde privata, toujours après nous,
ma non importa, basta il calore, basta ora.
Poi quando tutto sembra terminare ci guardiamo,
sorridiamo e ci diciamo: Ancora qualche battito,
Dio, magari, ancora qualche battito insieme.”
Tiziano Fratus, “L’inginocchiatoio”
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Il Valore delle Cose
“A No’” je faccio “dai tojime ‘n dubbio…
Ma te che hai lavorato tanto nella vita
Che hai pedalato stretto a ‘sto manubrio
Te sembra che ‘a fatica t’è servita?
“Vie’ qua mettete a sede a Nonno mio”
Me versa er vino rosso ner bicchiere
“Quello che voi sape’ t’o dico io
Ma posa ‘sto gingillo fa er piacere…”
Sorseggio er vino, spengo er cellulare
E appizzo st’orecchiacce come ‘n lupo
“La vita bello mio è come t’appare
Com’oggi che sei omo e ieri ‘n pupo
Arrivi all’età mia e nun te n’accorgi
Te sembra de ‘sta sopra a ‘n cornicione
Ormai stai in cima e pare che te scorgi
Er panorama è sempre n’emozione
Nun pensi a quanti piani che hai salito
Le incazzature, i mazzi, le sudate
Tutti i gradini duri che hai patito
Li guardi bene e dici: che cazzate…
Perché nun so’ er lavoro, i sordi, l’obiettivi
Che te danno la forza d’annà avanti
Ma ciò per cui lo fai, so’ i tuoi motivi
Pe’ me siete voi altri, tutti quanti
Nun te fa spaventa’ dar precariato
La crisi, er monno sempre più meschino
Vai sempre a lavora’ ma spensierato
E accanna chi te tratta da cretino
Vedrai che sopra a ‘n ber cuscino degno
Pregno de sogni e de soddisfazioni
Te sentirai più fiero de st’impegno
Te servirà a squadratte li cojoni
E se c’avrai ‘na moje, ‘n pupo bionno
Che a casa aspetteranno er tuo rientro
Te sentirai co’ poco er re der monno
Ma adesso famme vede, dacce dentro.”
Er Pinto, da “Il peso delle cose”, 2017
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Spazzatura
“Tutta la spazzatura finisce discretamente in sacchi,
alcuni pesanti di sbornie, altri leggeri.
Questi volano per aria, quelli devo trascinarli
con uno sbattere di bottiglie all’ingresso senza cancello.
Non mi sono mosso quando mi hanno aggiustato il tetto
o quando il muratore mi ha rifatto l’intonaco;
con il lavavetri scambio cenni e sorrisi
e non mi stacco un momento dal tavolo in disordine.
Chissà dunque perché, quando al lunedì due uomini
attraversano il prato spelacchiato per svuotarmi i bidoni,
come se i miei rifiuti fossero vergognosi,
una confessione pubblica dei miei peccati,
sgattaiolo via dallo studio e mi nascondo?
Penso sia il timore di essere sorpreso
a scrivere mentre quelli gettano con i guantoni
sacchi neri di abbozzi cestinati nel camion.”
Tony Harrison, da “In coda per Caronte”, 2003 – Traduzione di Massimo Bacigalupo
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Realizzazione di Tim Nobel e Sue Webster
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Cosa abbiamo perduto cosa abbiamo guadagnato
“Abbiamo perduto tutto – le fabbriche le case
le automobili – gli stipendi – la nostra indipendenza
gli impieghi nella amministrazione pubblica –
la dignità – la pensione –
le vacanze – le indennità – il lavoro –
le gratifiche di Pasqua e di Natale
la speranza nel futuro nostro
e dei nostri figli – la reputazione
la credibilità – le azioni societarie –
il nostro Paese – le obbligazioni e gli euro
ci sono rimasti i debiti – le tasse – l’ansia –
l’umiliazione – gli annunci di ricerca
dei posti di lavoro – la disperazione –
e gli anniversari – i compleanni
le feste di Pasqua e di Natale
gli onomastici – i matrimoni
i battesimi – i funerali – il cinema – le soap-opera
le commemorazioni dei defunti – i divorzi –
il totocalcio – la lotteria. I prestiti – l’amarezza –
l’affitto – le bollette della luce con in più –
le imposte sugli immobili – le bollette
del telefono e dell’acqua, le spese condominiali
le tasse scolastiche per i figli
e i libri che per loro non ci sono –
e la nostra Malinconia per le
cose mondane – la tristezza – il calcio!
le barzellette – le frecciatine – i litigi
le zuffe – le commedie
le tragedie – le isole –
i monti
il cielo – il mare
non seminato
sul lido del mare infecondo
di Omero”
Nanos Valaoritis, da “Nanos Valaoritis, Carnevale amaro”, 2014 -Traduzione di Nicola Crocetti
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Fortunato Depero, “L’ aratura”, 1926
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Certe cose ci puntano contro il dito e ridono
“Certe cose
si nascondono agli occhi della gente
e si odono
piangere sommessamente.
Certe cose cadono dal cielo:
cose nere informi, mostri
della notte e terrore
dei giorni.
Certe cose sembrano essere state predisposte
da Dio e dal Diavolo.
Certe cose sembrano nate in un abisso
e cresciute nelle tenebre.
Certe cose portano l’immagine della bontà
come se il fuoco
ve l’avesse scolpita in bassorilievo.
Certe cose ridono fino a divenire teschi
e poi continuano a ridere.
Certe cose sono come alberi di pesco,
portano a lungo frutti verdi.
Certe cose sono come il vino che uno beve
soltanto per ubriacarsi.
Certe cose colpiscono
il cuore come un colpo di gong,
così che poi risuona a lungo.
Certe cose schiacciano il cuore come se fosse
uno scarafaggio.
Ed è orribile, come spiaccicare
uno scarafaggio.
Certe cose sono come il fulmine:
possono essere guidate
anche se pericolose.
Certe cose sono come pensieri dal piede pesante,
hanno il piede pesante anche se abitano il cielo.
Certe cose sono come le aquile.
Vivono in alto –
possono benissimo dimenticare la valle.
Certe cose sono come il terremoto:
utilizzano tutte le nostre paure.
Certe cose sono come la Bellezza che è morta da tempo:
solo l’acqua profonda del pozzo può lavarle e destarle.”
Emanuel Carnevali (1897-1942), da “Il primo dio” (pubblicato postumo nel 1978)
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Scatole. Il pieno e il vuoto…
“Guarda questa scatola vuota
che io chiudo con un piccolo coperchio.
Se provo ad agitarla
tutto è silenzio.
Se vado ad aprirla,
non trovo nulla.
Meno male,
è proprio così? Torno
a chiuderla con il piccolo coperchio,
e la scuoto,
ancora silenzio,
torno a aprirla.
Meno male
è proprio così. È così
si svela
il niente che contiene,
né l’anima né Budda.
Meno male.
È proprio così? Finisco qui.
È proprio così? Finisco qui.”
Kikuo Takano, da “Il senso del cielo”, 2017
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Sputi
“Lo sputo sulla mano si asciuga sul piccone
lo sputo in terra, poi, diventa fango,
e Dio ci impasta Adamo.
Lo sputo contro il muro diventa rosa, e sangue
lo sputo per la fame è duro, e bestemmia.
Lo spunto contro il viso io non l’ho mai saputo fare
e neanche dentro un piatto
lo sputo controvento, molte volte, assolo, senza amore.
Lo sputo.
Lo sputo tiene insieme
tutto quello che ho scritto.”
Erri de Luca, “Sputi”, da “Opera sull’acqua e altre poesie”, 2002
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Opera di Raaj
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Sono uno zolfanello, ardo di botto
“Sono uno zolfanello, ardo di botto,
in un prestissimo consumo il mio dappoco.
Che brillío, che impostura, che giuoco,
ma quanta fatica, mio Signore, c’è sotto.
Quanto si soffre a sgombrare
la massa ingorda dei detriti,
che ti sviolinano intorno incalliti
come donne di malaffare.
Quanta smaniosa tensione
per affrancarsi dai lacci
dei tenaci svolazzi, dall’infezione
di ignobili croste e di stracci.
Sono uno zolfanello, ardo in un lampo,
ma prima quanti mucchietti rachitici
ha scavato la talpa nell’umido campo,
nel fetido intrico delle radici.”
Angelo Maria Ripellino, da “Das letze Varieté”, in “Lo splendido violino verde”,1976
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Antenna televisiva
“Tutta la sera fino a notte ascolta
tesa e fremente l’antenna d’argento
rastrellando sul cielo sinfonie
e canzoni di ballo e voci umane.
Ma l’ospite d’onore è questa luna
chiara chiara che sale lungo il tronco
di limpido metallo improvvisando
un freddo albero in fiore.”
Daria Menicanti
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Pascal Campion
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Il dono senza fine
“Un pittore ci aveva promesso un quadro.
Ora, in New England, ho saputo che è morto.
Ho sentito, al pari di altre volte, la tristezza di comprendere che siamo come un sogno.
Ho pensato all’uomo e al quadro perduti.
(Soltanto gli dèi possono promettere, perché sono immortali.)
Ho pensato a un luogo prefissato che la tela non occuperà.
Poi ho pensato: se stesse lì, sarebbe con il tempo una cosa di più, una cosa, una delle vanità o
abitudini della casa; ora è illimitata, incessante, capace di qualsiasi forma e qualsiasi colore e non costretta in alcuno.
Esiste, in qualche modo.
Vivrà e crescerà come una musica e starà con me fino alla fine.
Grazie, Jorge Larco.
(Anche gli uomini possono promettere, perché nella promessa è qualcosa di immortale.)”
Jorge Luis Borges, “Il dono senza fine”, da “Elogio dell’ombra”, 1969 – Traduzione di Francesco Tentori Montalto
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Foto di Sonia Simbolo
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Il ciottolo
“Il ciottolo è una creatura
perfetta
Uguale a se stesso
attento ai propri confini
esattamente ripieno
di senso pietroso
con un odore che non ricorda nulla
non spaventa nulla non suscita desideri
il suo ardore e la sua freddezza
sono giusti e pieni di dignità
provo un grande rimorso
quando lo tengo nel palmo
e un falso calore
ne pervade il nobile corpo
– I ciottoli non si lasciano addomesticare
fino alla fine ci guarderanno
con un occhio calmo e molto chiaro.”
Zbigniew Herbert, da “Rapporto dalla città assediata” 1993 – Traduzione di Pietro Marchesani
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Immagine dal web
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L’orologio senza muro
Interior design
“Guarda, qui può andare il divano
e qui l’ombra, dissolta nel fresco…
Il lampadario in aria
e il letto sotto un raggio di sole
E’ perfetto,voglio tenere tutto
meno le mura”
Livia Bazu (poetessa rumena), da “Sull’orlo delle cose”, 2015
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L’altalena
“Non volevo stare sull’altalena –
perché volevo essere l’altalena e
fare il giro completo, a 360 gradi. Ricordo
ancora il colpo in fronte, il mondo
rigirato, le stelle sotto-sopra-sopra-sotto, i mozziconi schiacciati che bucavano
il cielo, il verde scrostato del bungalow e come
l’odore delle salsicce e delle patate fritte
s’impresse nel mio stomaco per ore, come
la mia pelle di bambina cominciò a odorare di melone marcio, come
ogni sera febbre a 37,5, come stetti per mesi senza tv,
senza pianoforte, libri, elastico, badminton, come
tutti pensavano che fosse stato il colpo, l’altalena, come
nessuno capì che avevo capito che c’era una bugia, che mi avevano
fatto credere di essere, mentre sull’altalena… – allora
fu chiaro – molto triste, ma
del tutto chiaro, che non potevo più
restare dentro, che non
dovevo più, che io dovevo
completare il giro, e tornare là dove il colpo, dove
tutti i colpi non hanno ancora o mai
colpito, e restare in quell’attimo prima di –
e magari completare
il giro, senza colpire
nessuno, e senza mai –”
Nadežda Radulova (scrittrice e traduttrice bulgara), da “Il piccolo mondo, il grande mondo, 2020 – Traduzione di Alessandra Bertuccelli
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Foto dal web
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È la bellezza
“Mi commuovono i taxi abbandonati,
come orologi fermi nei giorni di pioggia
e i fragili steli delle margherite,
estranei al rumore incessante delle asce nel bosco.
Penso agli ombrelli persi,
alla seconda vita delle cose rotte
o a questi guanti spaiati che conservano carezze per qualcuno,
così simili a isole solitarie
quando se ne sono andati i turisti e la luce
disegna una ragnatela nell’aria che sembra sul punto di spezzarsi.
Che mi saluta da un giorno sperduto nelle scure mangrovie della memoria,
e mi sembra di sentire antichi ghiacciai che si sciolgono a chilometri da qui.
Ho bruciature sulle dita.
È la bellezza, stupido, mi dico.
E piango.”
Alfonso Brezmes, “È la bellezza” – Traduzione di Annamaria Sessa
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Foto di Michael Meador
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Interurbana
“Per quanto mia madre fosse morta da due anni
papà teneva le sue pantofole a scaldare sul fornello,
metteva dalla sua parte del letto la boule
e le rinnovava la tessera dell’autobus.
Non potevi fargli un’improvvisata, dovevi avvertire.
Si prendeva un’ora per avere il tempo
di togliere d’attorno le cose di lei e sembrare solo
come se il suo amore acerbo fosse un delitto.
Non poteva rischiare lo scontro con la mia incredulità,
per quanto certo di sentire da un momento all’altro la chiave
girare nella toppa arrugginita e liberarlo dal dolore.
Sapeva che lei era solo uscita un attimo a comprare il tè.
Per me la vita finisce con la morte, e basta.
Non siete usciti a fare la spesa tutti e due;
però nel nuovo taccuino di pelle nera c’è il tuo nome
e il numero staccato che ancora chiamo.”
Tony Harrison, da “V e altre poesie” – Traduzione di Massimo Bacigalupo
*****
La foto in evidenza è di Sonia Simbolo

 

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