“Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo.”
Primo Levi
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Kumar Stane, “Bambino di ?aban” – 1943 Campo di concentramento di Gonars, Italia (Udine)

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Ricordare
“Ricordare
è
forse
il modo più tormentoso
di dimenticare
e forse
il modo più gradevole
di lenire
questo tormento”
Erich Friend, “Forse”, da “Es ist was es ist”, 1983 – Traduzione di Andrea Casalegno
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Svolinski Karel, “Occhi tristi”, 1940 – Campo di concentramento di Terezín, Cecoslovacchia

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Che infamia
“Che infamia
Che i giorni scorrano senza alcun senso
Che anziché il riso — io conosca soltanto lacrime
Sono avvilita, sono angosciata
Per aver perduto ogni speranza da così tanto tempo
Come accettare la grettezza umana?
Come pensare alla morte — quando il mondo mi sta chiamando!
Non ho ancora vent’anni
Sono giovane!
Giovane,
GIOVANE!
Vita sciupata, che infamia…”
Halina Nelken, (Uccisa ad Auschwitz nel1944)
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Aldo Carpi, L’ultimo compagno nel forno crematorio di Gunsen”, 1945

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Shemà
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”
Primo Levi, “Shemà”, da Se questo è un uomo”, 1956
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Szajna Jósef, “Appello”, 1944 – Campo di concentramento di Buchenwald, Germania

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“Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba;
«Wstawać»;
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio.
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
«Wstawać».”
Primo Levi, da “La tregua”, 1963
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Brandhuber Jerzy Adam, “Esecuzione”, 1946 – Campo di concentramento di Owiecim (Auschwitz) Polonia

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Brandhuber Jerzy Adam, “Contro il filo”, 1946 – Campo di concentramento di Oswiecim, Polonia

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Omersa Nikolaj, “Punizione”, 1945

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Il coro dei superstiti
“Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.”
Nelly Sachs, “Der Chor der Geretteten” (“Il coro dei superstiti”), da “Al di là della polvere”, 1961
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Corrado Cagli, “Ragazzo nel lager”, 1945 – Campo di concentramento di Buchenwald Tratto da “K.Z. (“Konzentration Zenter” ) Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti”, a cura di Arturo Benvenuti, 1983
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Se soltanto sapessi
“Se soltanto sapessi
cosa hai guardato sul punto di morire:
un sasso, che aveva già bevuto
molti sguardi estremi, un cieco sasso
meta di altri sguardi ciechi?
Oppure terra,
sufficiente a riempire una scarpa
e già annerita
da tanto addio
e tanta volontà omicida?
O era forse il tuo ultimo cammino
che ti portava il saluto di tutti i cammini
da te percorsi?
Una pozza d’acqua, un pezzo di metallo luccicante,
forse la fibbia addosso al tuo nemico,
o un altro presagio impercettibile
del cielo?
O forse questa terra
che non congeda nessuno senza amore
ti ha parlato col volo di un uccello
ricordando alla tua anima di quando palpitava
nel corpo riarso dai tormenti?”
Nelly Sachs, da “Nelle dimore della morte”, in “Al di là della polvere”, 1966
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Petrovic Bosko, “Prigionia”, 1943 – Campo di concentramento di Novi Sad, Iugoslavia –
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Ricorda
“Che il sacrario in memoria dei caduti
ricordi invece di me: il suo compito è questo.
Che il giardino in memoria ricordi,
che il nome della via ricordi,
che l’edificio celebre ricordi,
che la casa di preghiera che porta il nome di Dio ricordi,
che il rotolo avvolto della Legge ricordi,
che l’orazione per i morti ricordi.
Che le bandiere ricordino,
questi variopinti sudari della Storia
che avvolsero corpi divenuti polvere.
Che la polvere ricordi.
Che il pattume sulla porta ricordi.
Che la placenta ricordi.
Che la bestia dei campi e gli uccelli del cielo mangino e ricordino
e che ciascuno ricordi
Così potrò riposare”.
Yehuda Amichai, “Ricorda”
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Konieczny Karol, “Il primo bagno”, 1945 – Campo di concentramento di Buchenwald, Germania
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Da domani sarò triste, da domani
“Da domani sarò triste, da domani.
Ma oggi sarò contento.
A che serve essere tristi, a che serve?
Perché soffia un vento cattivo?
Perché dovrei dolermi oggi del domani?
Forse il domani è buono
forse il domani è chiaro. Forse domani splenderà ancora il sole
e non vi sarà motivo di tristezza.
Da domani sarò triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento.
E a ogni amaro giorno dirò:
“Da domani sarò triste. Oggi no”
Poesia di un ragazzo, trovata in un ghetto nel 1941
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Pieck Henri, “Trasporto dei morti”, 1945 – Campo di concentramento di Buchenwald, Germania
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L’invito
“Anche tu vieni condotta via, un paio d’occhi
che indossano lo sguardo come un’armatura.
Tu assisti a tutto. Non devi soffrire
la vergogna fisica, gli indumenti
che ti vengono tolti, il tuo corpo
messo in piedi in mezzo ad altri corpi piangenti. In un modo o nell’altro, ne esci indenne.
Nell’orlo del cappotto ti cuci un urlo
da dispiegare poi in un paese libero.
Tess Gallagher, “L’invito”, da “Viole nere”
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Delarbre Léon, “Il grande Georg, Kapo generale della Werk II: uno dei più bruti al servizio dei tedeschi” – 1944 Campo di concentramento di Dora, Germania

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Memoria
“Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano libri e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
Ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso per l’ultima volta.
Se cammini per strada, nessuno ti è accanto.
Se hai paura, nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra
e guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c’era la sua voce serena.
Allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.”
Natalia Ginzburg, “Memoria”(Questa poesia è stata scritta in memoria del marito Leone, torturato e ucciso dai nazisti nel carcere di “Regina coeli” il 5 febbraio 1944)
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Matoušek Ota, “Al lavoro”, 1943-45 – Campo di concentramento di Flossenbürg, Germania

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Fuga di morte
“NERO latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti.
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei e fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith”
Paul Celan, “Fuga di morte”
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Alherbert Bernhard, “Pronti per il crematorio”, 1945 – Campo di concentramento di Gusen, Austria

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Nel vero anno zero
“Meno male lui disse, il più festante: che meno male c’erano tutti.
Tutti alle case dei Sassoni – rifacendo la conta.
Mai stato in Sachsenhausen? Mai stato.
A mangiare ginocchio di porco? Mai stato.
Ma certo, alle case dei Sassoni.
Alle case dei Sassoni, in Sachsenhausen, cosa c’è di strano?
Ma quante Sachsenhausen in Germania, quante case.
Dei Sassoni, dice rassicurante
caso mai svicolasse tra le nebbie
un’ombra di recluso nel suo gabbano.
No non c’ero mai stato in Sachsenhausen.
E gli altri allora – mi legge nel pensiero –
quegli altri carponi fuori da Stalingrado
mummie di già soldati
dentro quel sole di sciagura fermo
sui loro anni aquilonari. dopo tanti anni
non è la stessa cosa?
Tutto ingoiano le nuove belve, tutto –
si mangiano cuore e memoria queste belve onnivore.
A balzi nel chiaro di luna si infilano in un night.”
Vittorio Sereni, “Nel vero anno zero” (il titolo allude al film neorealista “Germania anno zero“, del per la regia di Roberto Rossellini), da “Strumenti umani”
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Lonek Bohumil, “Morto vivo”, 1945 – Campo di concentramento di Mauthausen, Austria

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Un cappottino rosso cuore
“Un cappottino rosso cuore
come Cappuccetto Rosso.
Sola, in un bosco non bosco.
Chissà che spaura.
Chissà che grossa contrattura,
in quel piccolo cuore di pettirosso nascosto
sotto al cappottino rosso,
abbottonato per bene,
Color fragola Color Natale
Color labbra di mia madre.
Adesso, devo camminare.
Nessuno si accorgerà di me.
Mi lasceranno passare,
distratti ad inseguire passi su passi,
scarpe spaiate,
persone contate,
tutte quante nate
sotto a una stella senza nessun colore.
Vedo solo scarpe, nel mio andare.
Non vedo volti, vedo gambe.
Tutte queste gambe non sanno che sono una bambina,
sanno che sono una farfalla.
Mi lasceranno volare.
Prenderò la strada verso il bosco,
arriverò fino al mare.
Farò finta di andare dalla nonna.
Farò finta di non vedere i lupi grigi
per le strade.
Stringo il bottone
del cappotto sul cuore.
Lo ha chiuso per me mio padre,
sento la sua mano
forte, nel bottone.
Farò finta di volare,
sento già due ali rosse
spuntarmi tra le scapole.”
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Barbieri Agostino, “Camere a gas”, 1945

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“Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio,
voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa,
la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato,
e – crudeli – ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità,
la mano che si tende a toccare Dio in cielo.Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei,
e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono,
gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.
E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante,
sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare,
e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!
Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma,
e la mano scarna – le vene come vipere verdi – la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.
L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli,
l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!
Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele;
Oh, potessi – io, fiaccola ardente – levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!
Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero.
Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.
Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre,
tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!”
Gertrud Kolmar (pseudonimo di Gertrud Chodziesner, poetessa tedesca di origine polacca)
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Brandhuber Jerzy Adam, “Ritorno dal lavoro”, 1946 – Campo di concentramento di Auschwitz, Polonia

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“Fai ninna, fai nanna, mio bimbo, lo sento
risuona la lira al soffiare del vento,
nel verde canneto risponde l’assolo
del canto dolce dell’usignuolo.
Fai ninna, fai nanna, mio bimbo, lo sento
risuona la lira al soffio del vento.
Fai ninna, fai nanna, gioia materna,
la luna è come una grande lanterna,
Sospesa in alto nel cielo profondo
volge il suo sguardo dovunque nel mondo.
Fai ninna, fai nanna, gioia materna,
la luna è come una grande lanterna.
Fai ninna, fai nanna, sereno riposa
dovunque la notte si fa silenziosa!
Tutto è quieto, non c’è più rumore,
mio dolce bambino, per farti dormire.
Fai ninna, fai nanna, sereno riposa
dovunque la notte si fa silenziosa”
Ilse Herlinger Weber, “Wiegala”
(6 ottobre 1944: Ilse Herlinger Weber intona questa ninna nanna entrando nella camera a gas insieme al figlio Tomáš e agli altri bambini. Poetessa e scrittrice ebrea di origine ceca, Ilse, dopo l’occupazione nazista, riesce a mettere in salvo il suo primogenito Hanuš mandandolo in Svezia presso alcuni amici. Lei, il marito ed il figlio più piccolo vengono deportati nel ghetto di Praga e poi internati nel campo di Theresienstadt. Qui, tra i tanti bambini rinchiusi nel campo, Ilse Weber, che funge da infermiera, fa di tutto per cercare di alleviare le loro sofferenze componendo poesie e canzoni. Nell’ottobre del 1944, quando suo marito viene trasferito ad Auschwitz, Ilse chiede di seguirlo: lei ed il figlioletto Tommy vengono uccisi al loro arrivo. Il marito riesce invece a salvarsi e a riabbracciare Hanuš, il figlio sopravvissuto.)
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Engov Božo, “Morte”, 1945 – Campo di concentramento di Dachau, Germania

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Io ne ho memoria
“Io ne ho memoria.
in quei giorni mi avrebbero messo un nero, quello per gli Asociali, che erano i “disabili” o prostitute, i malati o semplici oppositori: i diversi ci chiamavano.
Ho memoria del rosso per i comunisti, gli anarchici e gli oppositori politici fossero anche sacerdoti.
Del giallo per gli ebrei.
Del viola per testimoni di Geova.
Ho memoria del marrone degli zingari
e del blu per i tedeschi antifascisti.
Ho memoria del rosa degli omosessuali.
Erano triangoli.
Erano i miei fratelli e le mie sorelle.
A volte facevano la musica come me.
E io sono tutti loro. Sono tutti quei colori.
Per questo ho memoria di quei triangoli e continuerò ad averla.
Perché sono tutti quei triangoli.
Lo siamo tutti.
E quindi avrò memoria.
Oggi come ieri, come domani.”
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Spalmach Gino, “Oltre i reticolati”, 1944 – Campo di concentramento di Wietzendorf, Germania

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I disegni sopra riportati sono tratti da “K.Z. (“Konzentration Zenter” ) Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti”, a cura di Arturo Benvenuti, 1983
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1
Orrore e paura mi assalgono, mi soffocano –
i vagoni sono già di ritorno! Sono partiti solo ieri sera –
e oggi sono qui di nuovo, già pronti all’Umschlag *
Li vedi, là con le fauci aperte, spalancate nell’orrore?
11
Vagoni vuoti! Eravate pieni, ed eccovi di nuovo vuoti.
Cosa ne avete fatto degli ebrei? Dove sono finiti?
Erano diecimila, contati e stivati – e voi siete qui di nuovo!
O vagoni, vagoni vuoti, ditemi dove siete stati!
12
Voi tornate dall’altro mondo, lo so. Non dev’essere lontano.
Solo ieri siete partiti carichi, e oggi siete già di ritorno!
Perché questa fretta? Avete così poco tempo?
Presto sarete vecchi come me, logori e grigi.
13
Solo a guardare, a vedere, a sentire tutto ciò – gevàld! ** [= aiuto!, in yiddish – n.d.r.] –
come fate, anche se siete di ferro e di legno?
O ferro, giacevi nel profondo della terra.
O legno, un giorno fosti un albero alto e fiero.
14
E ora? Ora siete vagoni, e state a guardare,
testimoni muti di un tale carico, di una tale pena.
In silenzio tutto avete osservato. Oh, ditemi, vagoni,
dove andate, dove avete portato a morire il popolo ebraico?
15
Non è colpa vostra – vi caricano e poi vi dicono: andate!
Vi fanno partire pieni e tornare vuoti.
Voi che tornate dall’altro mondo, ditemi una parola.
Vi prego, ruote, parlate, ed io, io piangerò…
* [= abbreviazione di Umschlagplatz, posto di smistamento, il luogo in cui gli ebrei erano caricati sui vagoni ]
** [= aiuto!, in yiddish ] –
Itzhak Katzenelson, da “Il canto del popolo ebraico massacrato” – Versione poetica di D. Vogelmann dalla traduzione dallo yiddish di S. Sohn
(Il poeta ebreo polacco Itzhak Katzenelson comincia a scrivere il Canto nell’autunno del 1943, mentre è internato nel campo di Vittel, dopodiché lo nasconde in tre bottiglie che seppellisce tra le radici di una quercia. Il manoscritto verrà ritrovato grazie alle indicazioni di una donna sopravvissuta al campo, Miriam Novitch, e sarà pubblicato per la prima volta nel 1945.
Nella primavera del 1944, Itzhake suo figlio, di diciotto anni, erano stati trasportati ad Auschwitz,. dove erano stati uccisi appena arrivati, forse il 3 maggio 1944.)
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Itzhak Katzenelson

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Canta, prendi l’arpa nella tua mano vuota, svuotata e lieve,
“Canta, prendi l’arpa nella tua mano vuota, svuotata e lieve,
sulle sue corde magre getta le tue dita dure,
come cuori in pena, l’ultimo dei canti,
canto degli ultimi yidn sul suolo d’Europa.
Come faccio a cantare? Come aprire la bocca
se sono rimasto io solo solamente?
Mia moglie, i miei due cuccioli, orrendo
un orrore mi scuote, piangere, da lontano sento piangere.
Canta, canta, solleva in alto la tua voce di pena e di rovina.
Cerca, cercalo lassù da qualche parte, se ancora ci sta.
E cantagli, canta per lui l’ultimo canto dell’ultimo degli yidin,
vissuto, morto, non sepolto e nient’altro.
Come faccio a cantare? Come posso levare la testa?
Mia moglie portata via, il mio Bentzi e Yomele,
piccolino,
non li ho più e non mi lasciano mai.
Ombre scure dei miei luminosi, ombre gelate e cieche.
Canta, canta un’ultima volta ancora sulla terra, getta
la testa indietro, rovescia gli occhi pesanti su di lui
e canta per l’ultima volta, suona per lui sull’arpa.
Non ce n’è più di yidn. Messi a morte
non ce ne sono più.”
Itzhak Katzenelson, “Canto”, da “Il Canto del popolo yiddish messo a morte” – Traduzione di Erri De Luca
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“Oh, voi che sapete
sapevate che la fame fa brillare gli occhi,
che la sete li spegne?
Oh, voi che sapete
sapevate che si può vedere la propria madre morta e restare senza lacrime?
Oh, voi che sapete
sapevate che al mattino si vuole morire,
che la sera si ha paura?
Oh, voi che sapete
sapevate che un giorno è più di un anno,
un minuto più di una vita?
Oh, voi che sapete
sapevate che le gambe sono più vulnerabili
degli occhi, i nervi più duri delle ossa,
il cuore più solido dell’acciaio?
Sapevate che le pietre della strada non piangono, che non c’è che una parola per il terrore, che una parola per l’angoscia?
Sapevate che la sofferenza non ha limite,
l’orrore non ha confine?
Lo sapevate
voi che sapete?”
Charlotte Delbo, da “Nessuno di noi ritornerà”
(Nel 1942, Charlotte Delbo, poetessa francese, e il marito, che militavano nella Resistenza, furono arrestati dalle “Brigades Spéciales”.
Il marito venne fucilato subito dopo la cattura; lei, nel 1943, venne deportata con altre 229 donne, tra cui Virginia Nenni, prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Ravensbrück.
Nel 1945, Charlotte e le compagne sopravvissute riuscirono a rientrare a Parigi.”
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Disegno di Antonella Martino

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Roberto Innocenti, “La Margherita”, 2016, dal libro “Rosa Bianca”
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“Non ricordo
se siamo ancora vivi
Non ricordo
se esiste il vento
Non so più dove
abita la mia memoria
Non so più
se sono l’inseguito
o l’inseguitore
Muore l’albero
con gli uccelli dell’oblio
Il sole morde la polvere
ed è notte
Sterzo dal mio cammino
che mi parla del tempo
Il silenzio richiama i fratelli di un tempo
la seta del cielo blu
si strappa tra le mie dita pallide
Avevo una storia da raccontare, viva,
raccontamela, se vuoi, perché soltanto se seguo
la tua storia si accende il dolce lume dell’avvenire.”
Jean Cayrol, da “Poèmes della nuit et de brouillard”, 1946
“Questi testi, che l’autore rifiuta di considerare poesie, sono stati scritti in un piccolo laboratorio del campo di Mauthausen-Gusen. I detenuti controllavano materiali ammassati su un grande tavolo. Nascosto, l’autore scriveva in penombra, senza rileggere, mentre il lavoro continuava attorno a lui. Smarriti durante la liberazione, questi quaderni gli furono restituiti da un anonimo tedesco, dieci anni dopo. Ma nel 1955 ai sopravvissuti era vivamente consigliato di dimenticare, di tacere…”.
(Jean Cayrol, da “Alerte aux ombres”)
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“La magnolia che sta giusto nel mezzo
del giardino di casa nostra a Ferrara è proprio lei
la stessa che ritorna in pressoché tutti
i miei libri
La piantammo nel ’39
pochi mesi dopo la promulgazione
delle leggi razziali con cerimonia
che riuscì a metà solenne e a metà comica
tutti quanti abbastanza allegri se Dio vuole
in barba al noioso ebraismo
metastorico
Costretta fra quattro impervie pareti
piuttosto prossime crebbe
nera luminosa invadente
puntando decisa verso l’imminente cielo
piena giorno e notte di bigi
passeri di bruni merli
guatati senza riposo giù da pregne gatte nonché da mia
madre
anche essa spiante indefessa da dietro
il davanzale traboccante ognora
delle sue briciole
Dritta dalla base al vertice come una spada
ormai fuoresce oltre i tetti circostanti ormai può guardare
la città da ogni parte e l’infinito
spazio verde che la circonda
ma adesso incerta lo so
lo vedo
d’un tratto espansa lassù sulla vetta d’un tratto debole
nel sole
come chi all’improvviso non sa raggiunto
che abbia il termine d’un viaggio lunghissimo
la strada da prendere che cosa fare”
Giorgio Bassani, “Le leggi razziali”, da “Poesie complete”, 2021
Nell’immagine in evidenza: Lo Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto e degli eroi, il cui nome riprende le parole pronunciate da Dio nella promessa fatta al suo popolo: «Io darò loro, nella mia casa e tra le mie mura, un monumento (yad) e un nome (shem) più che se fossero figli e figlie; io darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato» (Isaia, 56,5).