Linguaggi

In memoria della Shoah

29.12.2021

“Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo.”

Primo Levi

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Kumar Stane, “Bambino di ?aban” – 1943 Campo di concentramento di Gonars, Italia (Udine)

 

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Ricordare 

 

“Ricordare
è
forse
il modo più tormentoso
di dimenticare
e forse
il modo più gradevole
di lenire
questo tormento”
Erich Friend, “Forse”, da “Es ist was es ist”, 1983 – Traduzione di Andrea Casalegno

 

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Lettera alla madre

“Fili elettrici, alti e doppi,
non ti lasceranno mai più rivedere tua figlia, Mamma.
Non credere alle mie lettere censurate,
ben diversa è la verità; ma non piangere, Mamma.

E se vuoi seguire le tracce di tua figlia
non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta:
cerca le ceneri nei campi di Auschwitz,
le troverai lì. Ma non piangere — qui c’è già troppa amarezza.

E se vuoi scoprire le tracce di tua figlia
cerca le ceneri nei campi di Birkenau:
saranno lì — Cerca, cerca le ceneri
nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.

Cerca le ceneri, Mamma — io sarò lì!

Monika Dombke (uccisa a Birkenau nel 1943), “Lettera alla madre”

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Svolinski Karel, “Occhi tristi”, 1940 – Campo di concentramento di Terezín, Cecoslovacchia

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Che infamia

“Che infamia
Che i giorni scorrano senza alcun senso
Che anziché il riso — io conosca soltanto lacrime

Sono avvilita, sono angosciata
Per aver perduto ogni speranza da così tanto tempo

Come accettare la grettezza umana?
Come pensare alla morte — quando il mondo mi sta chiamando!
Non ho ancora vent’anni
Sono giovane!
Giovane,
GIOVANE!

Vita sciupata, che infamia…”

Halina Nelken, (Uccisa ad Auschwitz nel1944)

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Aldo Carpi, L’ultimo compagno nel forno crematorio di Gunsen”, 1945 

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Shemà

“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”

Primo Levi, “Shemà”, da Se questo è un uomo”, 1956

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Szajna Jósef, “Appello”, 1944 – Campo di concentramento di Buchenwald, Germania

 

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Wstawać” (Alzarsi)
“Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba;
«Wstawać»;
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio.
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
«Wstawać».”
11 gennaio 1946
Primo Levi, da “La tregua”, 1963

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Brandhuber Jerzy Adam, “Esecuzione”, 1946 – Campo di concentramento di Owiecim (Auschwitz) Polonia

 

 

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Il sole sorge sul campo di Auschwitz

“Il sole sorge sul campo di Auschwitz,
Splendente di un bagliore roseo
Stiamo tutti in fila, giovani e vecchi,
Mentre nel cielo scompaiono le stelle.

Ogni mattino stiamo qui per l’appello
Ogni giorno, con la pioggia o con il sole
Sui nostri volti sono dipinti
Dolore, disperazione, tormento.

Forse proprio ora, in queste ore grigie,
A casa mia piange un bambino
Forse mia madre sta pensando a me…
La potrò mai rivedere?

In questo momento è bello sognare ad occhi aperti,
Forse proprio ora il mio innamorato mi pensa
Ma — Dio non voglia — se
Andassero a prendere anche lui?

Come su uno schermo argentato
L’azione continua splendida
Poco lontano arriva qualcuno
In una limousine nuova e brillante.

Scendono con lentezza e con grazia,
Le “Aufseherinnen” (1) indossano abiti blu.
Ci trasformiamo immediatamente in pilastri di sale,
Numeri, nullità inanimate.

Ci contano con arroganza sprezzante
Loro — la razza più nobile
Sono i tedeschi, la nuova avanguardia
Che conta la marmaglia a strisce, senza volto.

All’improvviso, come per una scossa elettrica, rabbrividiamo
Al pensiero che simile a un razzo ci balena in testa
Costei deve essere anche una moglie o una madre
Una donna… E anche io sono una donna…

La pellicola sensazionale si svolge lentamente
“Achtung!” Sistemare la fila!
Questo è un momento davvero speciale,
Si avvicina il “Lagerkommandant”.

È possibile che il mondo sia tanto pericoloso?
Un fischio e, in un attimo, il silenzio
Fra di noi pronunciamo una preghiera quieta
Ma c’è qualcuno che ci può sentire?

Il sole è di nuovo alto nel cielo,
Brillanti e rosei sono i suoi raggi.
O Dio caro, Ti chiediamo
Arriveranno giorni migliori?

Krystyna Zywulska 

(1) Sorveglianti

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Brandhuber Jerzy Adam, “Contro il filo”, 1946 – Campo di concentramento di Oswiecim, Polonia 

 

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Il violinista di Auschwitz

A Jack-Yaacov Strumsa – superstite di Salonicco

“Ogni mattino
anche quando per caso
non c’è stato nessun incubo
quando non mi son destato
in un sudore freddo,
quando non mi sono alzato nello spavento,
nel terrore delle SS.
Proprio ogni mattino.

Il motore ronza sommesso

i luoghi scorrono via veloci
il viale, i semafori
la strada s’inerpica,
su per la collina,
il cancello aperto.
Ogni mattino
Yad Va’Shem ?
il Memoriale dell’Olocausto.

Lo stesso borbottio
le stesse voci
le stesse note
la stessa musica
la marcia
la piccola città in fiamme.
La musica guida la mia auto,
mi trascina come una calamita
come un cavo
come la catena di un argano
a Yad Va’Shem.

La Tenda della Memoria
il Lume Perpetuo
candele
la Sala dei Nomi
foto, occhi,
denti, dentiere d’oro, capelli umani.
Qui stanno le camere a gas,
i forni,
i crematori
e gli ebrei in informi abiti a strisce
che spostano corpi.
Donne nude che cercano invano
di celare la loro vergogna
sul ciglio della fossa comune.
Mancano soltanto
il fetore, il fumo e la musica.

Cosa significano il rumore,
la cadenza dei passi
“Links, sinistra, sinistra…!”
La frusta, gli spari,
“Il lavoro rende liberi”
sull’arco sopra il cancello.
E tutt’intorno
mura, cani, e filo spinato;
elenchi di nomi e di numeri
e c’è una mano ? Yad, mani.
Nella parata, chi viene, chi va
da dove, per dove?

Là io suonavo il violino,
fui selezionato
per l’orchestra
che ogni giorno accompagnava, con la musica,
gli ebrei spinti
nelle camere a gas
sull’orlo dell’abisso ?
al luogo da cui nessuno fa ritorno,
nessuno torna indietro
è soltanto rimosso, cadavere
per gli inceneritori.

Non v’è più bisogno di correre
nessun motivo di terrore
ma quella melodia echeggia ancora nella mia testa.

E così arriverò
qui, oggi ieri
domani,
davanti alla foto dei suonatori:
un’orchestra che guida
la processione infinita di quelli che camminano
nella Valle dell’Ombra della Morte.

Sì, ora sono un nonno
dai capelli bianchi;
rimane ben poco di me
ma i miei tratti somigliano ancora,
un po’, al violinista, a me,
là sulla foto
di Auschwitz.

E può accadere
che un visitatore di Yad Va’Shem mi osservi,
fissi la parete, e resti sorpreso.
Come se vedesse qualcuno
al di là di uno spartiacque ?
un’apparizione che, per lui,
appartiene all’altro mondo;
che, per me, è
quel mondo che fu.

Mattino dopo mattino
giorno dopo giorno
arriverò qui,
con quella musica che mi perseguita,
a quelle immagini sulla parete
a quel fetore nelle narici
che solo io posso avvertire.

Questo è il mio luogo, gli appartengo.
Non sono una “statua vivente”:
son vivo.
Di questo monumento
sono una parte.
Questo Yad Va’Shem ?
Mano e Nome ?
e corpo:
il mio.”

Moshé Liba, “Il violinista di Auschwitz”, da “The Auschwitz Poems”, 1999

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Omersa Nikolaj, “Punizione”, 1945

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Il coro dei superstiti

“Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.”
Nelly Sachs, “Der Chor der Geretteten” (“Il coro dei superstiti”), da “Al di là della polvere”, 1961
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Corrado Cagli, “Ragazzo nel lager”, 1945 – Campo di concentramento di Buchenwald Tratto da K.Z. (“Konzentration Zenter” ) Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti”, a cura di Arturo Benvenuti, 1983
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Se soltanto sapessi
“Se soltanto sapessi
cosa hai guardato sul punto di morire:
un sasso, che aveva già bevuto
molti sguardi estremi, un cieco sasso
meta di altri sguardi ciechi?
Oppure terra,
sufficiente a riempire una scarpa
e già annerita
da tanto addio
e tanta volontà omicida?
O era forse il tuo ultimo cammino
che ti portava il saluto di tutti i cammini
da te percorsi?
Una pozza d’acqua, un pezzo di metallo luccicante,
forse la fibbia addosso al tuo nemico,
o un altro presagio impercettibile
del cielo?
O forse questa terra
che non congeda nessuno senza amore
ti ha parlato col volo di un uccello
ricordando alla tua anima di quando palpitava
nel corpo riarso dai tormenti?”
Nelly Sachs, da “Nelle dimore della morte”, in “Al di là della polvere”, 1966
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Petrovic Bosko, “Prigionia”, 1943 – Campo di concentramento di Novi Sad, Iugoslavia – 
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Ricorda
“Che il sacrario in memoria dei caduti
ricordi invece di me: il suo compito è questo.
Che il giardino in memoria ricordi,
che il nome della via ricordi,
che l’edificio celebre ricordi,
che la casa di preghiera che porta il nome di Dio ricordi,
che il rotolo avvolto della Legge ricordi,
che l’orazione per i morti ricordi.
Che le bandiere ricordino,
questi variopinti sudari della Storia
che avvolsero corpi divenuti polvere.
Che la polvere ricordi.
Che il pattume sulla porta ricordi.
Che la placenta ricordi.
Che la bestia dei campi e gli uccelli del cielo mangino e ricordino
e che ciascuno ricordi
Così potrò riposare”.
Yehuda Amichai, “Ricorda”
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Konieczny Karol, “Il primo bagno”, 1945 – Campo di concentramento di Buchenwald, Germania
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Dopo Auschwitz

“Dopo Auschwitz non c’è teologia:
dai camini del Vaticano si leva fumo bianco,
segno che i cardinali hanno eletto il papa.
Dalle fornaci di Auschwitz si leva fumo nero,
segno che gli dei non hanno ancora deciso di eleggere
il popolo eletto.
Dopo Auschwitz non c’è teologia:
le cifre sugli avambracci dei prigionieri dello sterminio
sono i numeri telefonici di Dio
da cui non c’è risposta
e ora, a uno a uno, non sono più collegati.
Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia:
gli ebrei morti nella Shoah
somigliano adesso al loro Dio
che non ha immagine corporea né corpo:
Essi non hanno immagine corporea né corpo.

Yehuda Amichai, “Dopo Auschwitz”

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Pieck Henri, “Trasporto dei morti”, 1945 – Campo di concentramento di Buchenwald, Germania
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L’invito

“Anche tu vieni condotta via, un paio d’occhi
che indossano lo sguardo come un’armatura.
Tu assisti a tutto. Non devi soffrire
la vergogna fisica, gli indumenti
che ti vengono tolti, il tuo corpo
messo in piedi in mezzo ad altri corpi piangenti. In un modo o nell’altro, ne esci indenne.

Nell’orlo del cappotto ti cuci un urlo
da dispiegare poi in un paese libero.

Tess Gallagher, “L’invito”, da “Viole nere”

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Delarbre Léon, “Il grande Georg, Kapo generale della Werk II: uno dei più bruti al servizio dei tedeschi” – 1944 Campo di concentramento di Dora, Germania

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Memoria

“Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano libri e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
Ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso per l’ultima volta.
Se cammini per strada, nessuno ti è accanto.
Se hai paura, nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra
e guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c’era la sua voce serena.
Allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.”

Natalia Ginzburg, “Memoria”(Questa poesia è stata scritta in memoria del marito Leone, torturato e ucciso dai nazisti nel carcere di “Regina coeli” il 5 febbraio 1944)

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Matoušek Ota, “Al lavoro”, 1943-45 – Campo di concentramento di Flossenbürg, Germania

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Fuga di morte

“NERO latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti.
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei e fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith”

Paul Celan, “Fuga di morte”

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Alherbert Bernhard, “Pronti per il crematorio”, 1945 – Campo di concentramento di Gusen, Austria

 

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Nel vero anno zero

“Meno male lui disse, il più festante: che meno male c’erano tutti.
Tutti alle case dei Sassoni – rifacendo la conta.
Mai stato in Sachsenhausen? Mai stato.
A mangiare ginocchio di porco? Mai stato.
Ma certo, alle case dei Sassoni.
Alle case dei Sassoni, in Sachsenhausen, cosa c’è di strano?
Ma quante Sachsenhausen in Germania, quante case.
Dei Sassoni, dice rassicurante
caso mai svicolasse tra le nebbie
un’ombra di recluso nel suo gabbano.
No non c’ero mai stato in Sachsenhausen.

E gli altri allora – mi legge nel pensiero –
quegli altri carponi fuori da Stalingrado
mummie di già soldati
dentro quel sole di sciagura fermo
sui loro anni aquilonari. dopo tanti anni
non è la stessa cosa?

Tutto ingoiano le nuove belve, tutto –
si mangiano cuore e memoria queste belve onnivore.
A balzi nel chiaro di luna si infilano in un night.”

Vittorio Sereni, “Nel vero anno zero” (il titolo allude al film neorealista “Germania anno zero“, del per la regia di Roberto Rossellini), da “Strumenti umani”

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Lonek Bohumil, “Morto vivo”, 1945 – Campo di concentramento di Mauthausen, Austria

 

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Un cappottino rosso cuore

 

“Un cappottino rosso cuore
come Cappuccetto Rosso.
Sola, in un bosco non bosco.
Chissà che spaura.
Chissà che grossa contrattura,
in quel piccolo cuore di pettirosso nascosto
sotto al cappottino rosso,
abbottonato per bene,
Color fragola Color Natale
Color labbra di mia madre.
Non prendere freddo!
La sento gridare.
Adesso, devo camminare.
Nessuno si accorgerà di me.
Mi lasceranno passare,
distratti ad inseguire passi su passi,
scarpe spaiate,
persone contate,
tutte quante nate
sotto a una stella senza nessun colore.
Vedo solo scarpe, nel mio andare.
Non vedo volti, vedo gambe.
Tutte queste gambe non sanno che sono una bambina,
sanno che sono una farfalla.
Mi lasceranno volare.
Prenderò la strada verso il bosco,
arriverò fino al mare.
Farò finta di andare dalla nonna.
Farò finta di non vedere i lupi grigi
per le strade.
Stringo il bottone
del cappotto sul cuore.
Lo ha chiuso per me mio padre,
sento la sua mano
forte, nel bottone.
Farò finta di volare,
sento già due ali rosse
spuntarmi tra le scapole.”
Sabrina Natalucci

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Barbieri Agostino, “Camere a gas”, 1945

 

 

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Noi ebrei
15.9.1933
“Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio,
voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa,
la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato,
e – crudeli – ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità,
la mano che si tende a toccare Dio in cielo.Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei,
e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono,
gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.

E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante,
sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare,
e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!

Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma,
e la mano scarna – le vene come vipere verdi – la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.

L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli,
l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!

Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele;
Oh, potessi – io, fiaccola ardente – levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!

Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero.
Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.

Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre,
tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!”

Gertrud Kolmar (pseudonimo di Gertrud Chodziesner, poetessa tedesca di origine polacca)

 

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Brandhuber Jerzy Adam, “Ritorno dal lavoro”, 1946  – Campo di concentramento di Auschwitz, Polonia

 

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Wiegala
“Fai ninna, fai nanna, mio bimbo, lo sento
risuona la lira al soffiare del vento,
nel verde canneto risponde l’assolo
del canto dolce dell’usignuolo.
Fai ninna, fai nanna, mio bimbo, lo sento
risuona la lira al soffio del vento.
Fai ninna, fai nanna, gioia materna,
la luna è come una grande lanterna,
Sospesa in alto nel cielo profondo
volge il suo sguardo dovunque nel mondo.
Fai ninna, fai nanna, gioia materna,
la luna è come una grande lanterna.
Fai ninna, fai nanna, sereno riposa
dovunque la notte si fa silenziosa!
Tutto è quieto, non c’è più rumore,
mio dolce bambino, per farti dormire.
Fai ninna, fai nanna, sereno riposa
dovunque la notte si fa silenziosa”
Ilse Herlinger Weber, “Wiegala”
(6 ottobre 1944: Ilse Herlinger Weber intona questa ninna nanna entrando nella camera a gas insieme al figlio Tomáš e agli altri bambini. Poetessa e scrittrice ebrea di origine ceca, Ilse, dopo l’occupazione nazista, riesce a mettere in salvo il suo primogenito Hanuš mandandolo in Svezia presso alcuni amici. Lei, il marito ed il figlio più piccolo vengono deportati nel ghetto di Praga e poi internati nel campo di Theresienstadt. Qui, tra i tanti bambini rinchiusi nel campo, Ilse Weber, che funge da infermiera, fa di tutto per cercare di alleviare le loro sofferenze componendo poesie e canzoni. Nell’ottobre del 1944, quando suo marito viene trasferito ad Auschwitz, Ilse chiede di seguirlo: lei ed il figlioletto Tommy vengono uccisi al loro arrivo. Il marito riesce invece a salvarsi e a riabbracciare Hanuš, il figlio sopravvissuto.)

 

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Engov Božo, “Morte”, 1945 – Campo di concentramento di Dachau, Germania

 

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Io ne ho memoria

 

“Io ne ho memoria.
in quei giorni mi avrebbero messo un nero, quello per gli Asociali, che erano i “disabili” o prostitute, i malati o semplici oppositori: i diversi ci chiamavano.
Ho memoria del rosso per i comunisti, gli anarchici e gli oppositori politici fossero anche sacerdoti.
Del giallo per gli ebrei.
Del viola per testimoni di Geova.
Ho memoria del marrone degli zingari
e del blu per i tedeschi antifascisti.
Ho memoria del rosa degli omosessuali.
Erano triangoli.
Erano i miei fratelli e le mie sorelle.
A volte facevano la musica come me.
E io sono tutti loro. Sono tutti quei colori.
Per questo ho memoria di quei triangoli e continuerò ad averla.
Perché sono tutti quei triangoli.
Lo siamo tutti.
E quindi avrò memoria.
Oggi come ieri, come domani.”
Ezio Bosso

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Spalmach Gino, “Oltre i reticolati”, 1944 – Campo di concentramento di Wietzendorf, Germania

 

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I disegni sopra riportati sono tratti da K.Z. (“Konzentration Zenter” ) Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti”, a cura di Arturo Benvenuti, 1983

 

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Da domani sarò triste, da domani
“Da domani sarò triste, da domani.
Ma oggi sarò contento.
A che serve essere tristi, a che serve?
Perché soffia un vento cattivo?
Perché dovrei dolermi oggi del domani?
Forse il domani è buono
forse il domani è chiaro. Forse domani splenderà ancora il sole
e non vi sarà motivo di tristezza.
Da domani sarò triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento.
E a ogni amaro giorno dirò:
“Da domani sarò triste. Oggi no”
Poesia di un ragazzo, trovata in un ghetto nel 1941

 

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I vagoni sono tornati!
1
Orrore e paura mi assalgono, mi soffocano –
i vagoni sono già di ritorno! Sono partiti solo ieri sera –
e oggi sono qui di nuovo, già pronti all’Umschlag *
Li vedi, là con le fauci aperte, spalancate nell’orrore?
11
Vagoni vuoti! Eravate pieni, ed eccovi di nuovo vuoti.
Cosa ne avete fatto degli ebrei? Dove sono finiti?
Erano diecimila, contati e stivati – e voi siete qui di nuovo!
O vagoni, vagoni vuoti, ditemi dove siete stati!
12
Voi tornate dall’altro mondo, lo so. Non dev’essere lontano.
Solo ieri siete partiti carichi, e oggi siete già di ritorno!
Perché questa fretta? Avete così poco tempo?
Presto sarete vecchi come me, logori e grigi.
13
Solo a guardare, a vedere, a sentire tutto ciò – gevàld! ** [= aiuto!, in  yiddish – n.d.r.] –
come fate, anche se siete di ferro e di legno?
O ferro, giacevi nel profondo della terra.
O legno, un giorno fosti un albero alto e fiero.
14
E ora? Ora siete vagoni, e state a guardare,
testimoni muti di un tale carico, di una tale pena.
In silenzio tutto avete osservato. Oh, ditemi, vagoni,
dove andate, dove avete portato a morire il popolo ebraico?
15
Non è colpa vostra – vi caricano e poi vi dicono: andate!
Vi fanno partire pieni e tornare vuoti.
Voi che tornate dall’altro mondo, ditemi una parola.
Vi prego, ruote, parlate, ed io, io piangerò…
26 ottobre 1943
* [= abbreviazione di Umschlagplatz, posto di smistamento, il luogo in cui gli ebrei erano caricati sui vagoni ]
** [= aiuto!, in  yiddish ] –
Itzhak Katzenelson, da “Il canto del popolo ebraico massacrato” – Versione poetica di D. Vogelmann dalla traduzione dallo yiddish di S. Sohn
(Il poeta ebreo polacco Itzhak Katzenelson comincia a scrivere il Canto nell’autunno del 1943, mentre è internato nel campo di Vittel, dopodiché lo nasconde in tre bottiglie che seppellisce tra le radici di una quercia. Il manoscritto verrà ritrovato grazie alle indicazioni di una donna sopravvissuta al campo, Miriam Novitch, e sarà pubblicato per la prima volta nel 1945.
Nella primavera del 1944, Itzhake suo figlio, di diciotto anni, erano stati trasportati ad Auschwitz,. dove erano stati uccisi appena arrivati, forse il 3 maggio 1944.)

 

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“Oh, voi che sapete
sapevate che la fame fa brillare gli occhi,
che la sete li spegne?
Oh, voi che sapete
sapevate che si può vedere la propria madre morta e restare senza lacrime?
Oh, voi che sapete
sapevate che al mattino si vuole morire,
che la sera si ha paura?
Oh, voi che sapete
sapevate che un giorno è più di un anno,
un minuto più di una vita?
Oh, voi che sapete
sapevate che le gambe sono più vulnerabili
degli occhi, i nervi più duri delle ossa,
il cuore più solido dell’acciaio?
Sapevate che le pietre della strada non piangono, che non c’è che una parola per il terrore, che una parola per l’angoscia?
Sapevate che la sofferenza non ha limite,
l’orrore non ha confine?
Lo sapevate
voi che sapete?”
Charlotte Delbo, da “Nessuno di noi ritornerà”
(Nel 1942, Charlotte Delbo, poetessa francese, e il marito, che militavano nella Resistenza, furono arrestati dalle “Brigades Spéciales”.
Il marito venne fucilato subito dopo la cattura; lei, nel 1943, venne deportata con altre 229 donne, tra cui Virginia Nenni, prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Ravensbrück.
Nel 1945, Charlotte e le compagne sopravvissute riuscirono a rientrare a Parigi.”

 

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Disegno di Antonella Martino

 

 

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Cosa c’è nel museo di Auschwitz

“Cosa c’è nel museo di Auschwitz
ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi
di una intera generazione
occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa
valigie per milioni
di possibili ritorni a casa
tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima
il nome sulle etichette il fango secco sulle suole
solo una cosa è andata avanti- non posso proprio chiamarlo vivere –
c’è una stanza intera piena di capelli
sono ingrigiti sul pavimento
aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia non li hanno mai raggiunti.”
Francesco Tomada, “Cosa c’è nel museo di Auschwitz”

 

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Anch’io ho camminato lungo i binari
Auschwitz, 3 marzo
(A Daniel)
“Anch’io ho camminato lungo i binari
dove fermavano i treni dei deportati
volevo capire quel poco che posso
della colpa e del dolore
ma sono un uomo troppo piccolo
e questa pianura è troppo vasta e vuota
è terra distesa a sottolineare ciò che manca
è neve caduta a coprire ciò che resta
così dovrebbe essere il silenzio
qualcosa che si vede si tocca e
congela per sempre un angolo del cuore
ad Auschwitz una volta almeno si dovrebbe
andare tutti, rimanere muti muti muti
scegliere un nome a caso fra i sopravvissuti
io ho scelto Rose che allora era bambina
e poi chiedere scusa di essere arrivati troppo tardi
di esser nati troppo tardi
forse di esser nati”
Francesco Tomada, da “L’infanzia vista da qui”, 2005

 

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Nell’immagine in evidenza: Lo Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto e degli eroi, il cui nome riprende le parole pronunciate da Dio nella promessa fatta al suo popolo: «Io darò loro, nella mia casa e tra le mie mura, un monumento (yad) e un nome (shem) più che se fossero figli e figlie; io darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato» (Isaia, 56,5). 

 

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