Affabulazioni

Natale nella Quinta Avenue

03.01.2022
“E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno. Le luminarie sormontavano scintillanti le porte dei negozi. I venditori di caldarroste spingevano i carretti fumanti. Di sera, la folla in strada era immensa e il fragore del traffico saliva a trasformarsi in un’ondata di piena. I Babbi Natale della Quinta Avenue scampanellavano con una delicatezza strana e quasi dolente, come a spargere sale su un taglio di carne guasta. In tutti i negozi risuonavano musichette, canti e osanna natalizi, e le trombe dell’Esercito della Salvezza diffondevano i lamenti marziali di antiche legioni cristiane. L’effetto sonoro in quel luogo e in quel momento era bizzarro, fragore di piatti e rullare di tamburi, come un rimprovero impartito a dei bambini per un peccato imperdonabile, e la gente era infastidita. Ma le ragazze erano adorabili e spensierate, entravano nei negozi più stravaganti a fare acquisti, attraversavano i tanti tramonti magnetici della sera come majorettes, alte e rosee, stringendo ai morbidi seni pacchetti avvolti in carta colorata. Il pastore tedesco del cieco continuava a dormire senza accorgersi di nulla.
Finalmente arrivammo a casa di Quincy. Ci aprì sua moglie. Io le presentai la ragazza che mi accompagnava, B. G. Haines, dopo di che contai i presenti. Nel farlo mi ritrovai, quasi senza accorgermi, a chiacchierare con lei dell’India. Quella di contare i presenti nelle case altrui era una mia vecchia abitudine. Mi era sempre sembrato importante sapere esattamente quante persone avevo intorno, forse perché le notizie ricorrenti di disastri aerei e offensive militari ponevano sempre grande enfasi sul conteggio dei morti e dei dispersi, precisione utile a pungolare anche i cervelli più intorpiditi come una scossettina elettrica. Contati i presenti, il secondo imperativo in ordine di importanza era accertarsi del loro grado di ostilità. Relativamente semplice. Bastava vedere chi si voltava a fissare il nuovo arrivato appena varcava la soglia. In genere bastava un’occhiata attenta per farsi un’idea quasi esatta. Quella sera nel soggiorno c’erano trentun persone. Ostili, più o meno tre su quattro.
La moglie di Quincy e la mia accompagnatrice si scambiarono un sorriso nel notare che portavano gli stessi orecchini con il simbolo della pace. Restammo ad aspettare che qualcuno si avvicinasse per fare conversazione. Era una festa e non avevamo nessuna voglia di intrattenerci fra noi due. Eravamo lì per incontrare gente interessante con cui chiacchierare, quindi rivederci alla fine della serata e dirci quanto ci eravamo annoiati e com’era bello ritrovarsi. È questa l’essenza della civiltà occidentale. Solo che in realtà non aveva poi grande importanza, visto che un’ora dopo ci annoiavamo tutti indistintamente. Era una di quelle feste talmente noiose che ben presto la noia diventa argomento principale di conversazione. Dove ci si sposta da un gruppetto di convitati all’altro e si sente la stessa frase almeno dieci volte: “Sembra di stare in un film di Antonioni“. Con la differenza che le facce non sono altrettanto interessanti.
Decisi di andare in bagno per guardarmi allo specchio. Alle pareti erano appesi sei graffiti incorniciati. Lettere enormi in grassetto, corpo 60 circa, su carta patinata, stampate in corsivo per dare un’impressione di maggiore realismo. Tre dei graffiti erano blasfemi, gli altri tre osceni. Le cornici avevano l’aria di costare un sacco. Mi accorsi che avevo un po’ di forfora sulle spalle della giacca. Stavo per spazzolarla via, quando entrò nel bagno una ragazza che si chiamava Pru Morrison. Veniva da un paesino non meglio specificato della contea di Bucks, e cominciava appena a lasciarsi travolgere dal vortice della monotonia metropolitana. Rimase immobile a guardarmi, con la schiena contro la porta chiusa. Aveva solo diciotto anni, e io ero al tempo stesso troppo vecchio e troppo giovane per interessarmi a lei. Ciò detto, non volevo farle scoprire che avevo la forfora.
Ho pensato di fare un salto a lavarmi le mani.
Chi è quella negra?
Pru, questa settimana da Peck and Peck c’è una grande svendita di frustini. Perché non fai una scappata?
Non sapevo che uscissi con le negre, David.
Io cominciai a lavarmi le mani. Pru si mise a sedere sul bordo della vasca da bagno e aprì il rubinetto giusto quel tanto per far scorrere un filo d’acqua. Mi domandai se il gesto sottendesse messaggi sessuali di sorta. A volte è difficile capirle certe cose.
Mi è arrivata una lettera da mio fratello” disse lei. “Lo hanno messo al comando di un lanciagranate M-79. Sta in una delle zone di guerra più pericolose. Scrive che per ogni centimetro quadrato di terra ci si batte con le unghie e i denti. Dovresti proprio leggere le sue lettere, David. Sono micidiali.
Tutte le sere si sentiva parlare della guerra in televisione, ma noi preferivamo andare al cinema. Ben presto i film erano cominciati a sembrarci tutti uguali, e così avevamo traslocato in massa in camerette immerse nella penombra dove ci riunivamo a eccitarci o ammosciarci, oppure a guardare gli altri che si eccitavano o ammosciavano, o a bruciare bastoncini d’incenso e ascoltare cassette praticamente mute. Io portavo sempre con me la cinepresa da 16 mm. Era un giocattolino proprio spiritoso, e ogni volta tutti ne rimanevano deliziati.

Don DeLillo, da “Americana” (1971)

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