Linguaggi

Angeli, “messaggeri interiori”

05.01.2022

“L’angelo è il musicista del silenzio di Dio.”

Dominique Ponnau, storico dell’arte

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Angelo Muritibano
“Sì, una volta
vidi un angelo
non di quegli angeli
cattolici
gabrieli
armati e vendicativi
non di quegli angeli
di Rilke
tedeschi e terribili
il mio angelo
senza ala
e senza parola
non lo vidi in un castello
a Duino
ma in una casa
umile e povera
a Muritiba
era un angelo
piccolino
morto morto
placidamente morto
stava
in una
scatola di scarpe”
Carlos Machado (poeta brasiliano), “Angelo Muritibano”, da “Pássaro de vidro”, 2006

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Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

 

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Non posso essere sola

 

“Non posso essere sola,
mi viene a visitare
una schiera di ospiti,
non sono registrati,
non usano la chiave,
non han né vesti, né nomi,
né climi, né almanacchi,
ma dimore comuni,
proprio come gli gnomi,
messaggeri interiori
ne annunciano l’arrivo,
invece la partenza
non è annunciata, infatti
non sono mai partiti.”

 

Emily Dickinson

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                    Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

 

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L’angelo buono

“Venne quello che amavo,
quello che invocavo.

Non quello che spazza cieli senza difese,
astri senza capanne,
lune senza patria,
nevi.
Nevi di quelle cadute da una mano,
un nome,
un sogno,
una fronte.

Non quello che ai suoi capelli
legò la morte.

Ma quello che amavo.

Senza graffiare i venti,
senza ferire foglie o agitare cristalli.

Quello che ai suoi capelli
legò il silenzio.

Per scavarmi nel petto, senza farmi male,
di luce dolce una riva
e render navigabile la mia anima.”

 

Rafael Alberti, “L’Angelo buono”, da “Degli angeli”

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   Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

 

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Canzone dell’angelo senza fortuna

 

“Tu sei ciò che se ne va:
acqua che mi porta,
che mi lascerà.

Cercatemi nell’onda.

Ciò che va e non torna:
vento che nell’ombra
si spegne e s’accende.

Cercatemi nella neve.

Ciò che nessuno sa:
banco mobile
che non parla con nessuno.

Cercatemi nell’aria.”

 

Rafael Alberti, “Canzone dell’angelo senza fortuna”, da “Degli angeli”

 

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            Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

 

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L’angelo custode

 

“L’omo cià sempre un Angelo Custode
che l’accompagna come un cagnolino:
e ‘st’angeletto che je sta vicino
l’assiste quanno soffre e quanno gode,
je custodisce l’anima e nun bada
che a incamminallo su la bona strada.

Io, quello mio, me lo figuro spesso,
anzi me pare quasi de vedello:
dev’esse un angeletto attempatello
così scocciato de venimme appresso
che ogni vorta che faccio una pazzia
invece d’ajutamme scappa via.

Defatti dove stava quela sera
ch’agnedi da Giggetta e la cosai?
Doveva dimme: — Abbada a quer che fai!… —
Ma certamente l’Angelo nun c’era,
o, forse, avrà pensato, ner vedella:
— Pur io farei lo stesso: è troppo bella! —

Nun me doveva di’ ch’ero uno scemo
quanno, p’er gusto de sposà la fija,
me misi a casa tutta la famija?…
(Se ce ripenso adesso ancora tremo!
Sette persone, un cane e una gallina
che m’impiastrava tutta la cucina!)

Nun me doveva da’ de l’imbecille
quer giorno che firmai le cambialette
a Isacco lo strozzino che me dette
seicento lire e ne rivolle mille?
Quante ce n’ho sofferte! E chi sa quante
n’avrà passate er povero avallante!

Ecco perché ce vado pe’ le piste,
ecco perché me sbajo in bona fede:
la corpa è tutta sua, ché nun me vede:
la corpa è tutta sua, ché nun m’assiste:
la corpa è sua, ché nun me fa er controllo
quanno s’accorge che me rompo er collo.

A cose fatte, poi, me torna accanto,
me chiama, me mortifica, me strilla…
— Tu — dice — nun ciai l’anima tranquilla…
— Purtroppo! — dico — e me dispiace tanto!
Ma nun ce casco più, te l’assicuro…
— Davero? Me lo giuri? — Te lo giuro… —

E ognuno dice le raggione sue
quasi pe’ libberasse dar rimorso:
ma però se capisce dar discorso
che se pijamo in giro tutt’e due:
ché appena me ricapita una quaja
io ce ricasco e l’Angelo se squaja.”

 

Trilussa, “L’angelo custode”

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          Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

 

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Gli angeli

 

“Vi hanno tolto le vesti bianche,
Le ali e perfino l’esistenza,
Tuttavia io vi credo, messaggeri.
Là dove il mondo è girato a rovescio,
Pesante stoffa ricamata di stelle e animali,
Passeggiate esaminando i punti veritieri della cucitura.
La vostra tappa qui è breve,
Forse nell’ora mattutina, se il cielo è limpido,
In una melodia ripetuta da un uccello,
O nel profumo delle mele verso sera
Quando la luce rende magici i frutteti.
Dicono che vi abbia inventato qualcuno
Ma non ne sono convinto.
Perché gli uomini hanno inventato anche se stessi.
La voce – senza dubbio questa è la prova,
Perché appartiene a esseri indubbiamente limpidi,
Leggeri, alati (perché no?),
Cinti dalla folgore.
Ho udito sovente questa voce in sogno
E, cosa ancor più strana, capivo pressappoco
il dettame o l’invito in lingua ultraterrena:
è presto giorno
ancora uno
fa’ ciò che puoi.”

Czesław Miłosz, “Gli angeli”

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                 Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

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Gli angeli del mare

“Deve essere uno di quei giorni
che il vento racconta al mare
parole che arrivano da lontano
succede che, non importa
se è il giorno di Natale
o un giorno qualsiasi dell’anno

loro arrivano in piccoli gruppi
ciascuno con la sua storia
sotto al braccio
vanno senza esitare
bagnati, zuppi di mare
in bilico tra il vento
e un’onda appena nata
equilibri precari
di guerrieri o sognatori
non importa se è natale
o un giorno qualsiasi dell’anno

li vedi cadere e rialzarsi
come angeli del mare
provare e riprovare
cercare l’onda appena nata
o solo un’idea per starci sopra
in bilico tra guerrieri e sognatori
ciascuno sulla sua storia
il giorno di natale o
in un giorno qualsiasi dell’anno”

Maria Carmela Miccichè, “Gli angeli del mare”

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                   Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

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La prima elegia

“Chi, s’io gridassi, mi udrebbe
dalle celesti gerarchie degli Angeli?
E se, d’un tratto, un Angelo
contro il suo cuore mi stringesse, certo
io svanirei di quella forza immensa
in Lui racchiusa.
Ché il Bello è solamente
la prima nota del Tremendo. E dato
di sostenerlo e di ammirarlo è a noi,
solo perché non cura di annientarci.
… E gli Angeli appartengono al Tremendo.
Per ciò, io mi raffreno e chiudo in gola
l’appello di un singhiozzo tenebroso.
A chi, gridar soccorso? Non agli Angeli.
Agli uomini? Neppure. E gli animali
sagacemente fiutano
che perigliosa a noi scorre la vita
in questo mondo d’inventati sensi.
Un albero ci resta, sul pendío,
da rivedere in ogni giorno. E resta
anche la strada che facemmo ieri:
la fedeltà viziata a un’abitudine,
che si compiacque d’indugiar fra noi;
e rimaneva; e non se n’è partita.
E la notte, la notte, allor che il vento,
tutto ricolmo dei siderei spazii,
il vólto ci consuma, oh non attende
ella, anelata, i cuori solitarii;
e li delude, poi, soavemente?
Forse, agli Amanti è piú benigna e lieve!
Ahimè! Non fanno che celarsi – stretti –
a vicenda, il destino…
E ancóra non lo sai? Via dalle braccia,
scaglia il tuo vuoto. Aggiungilo agli spazii
che respiriamo… E avvertiran gli uccelli
il dilatato ètere d’attorno
con piú gioioso volo.

È vero, sí… Le primavere, al mondo,
avean sete di te. Talune stelle
si struggevan, lassú, che tu le udissi.
E t’investiva, a volte,
un’onda dall’ocèano del Remoto;
e, se passavi, dal balcone schiuso
un violino abbandonava tutte
le sue musiche a te.
Questa, la tua missione. E, per adempierla,
ti bastavan le forze? O non piuttosto
era un orgasmo in te, come se tutto
ti annunziasse un’amante?
E dove, in te, sarebbe stato spazio
per ospitarla,
in questo eterno pullularti dentro
di estranee immense idee,
che vengono e rivanno;
ed anche a notte, hanno dimora in te?
Ma canta, se la nostalgia ti accora,
canta le Amanti.
Ché, lungi ancor dall’essere immortale,
è il loro molto celebrato ardore.
Cantale, sí, le tristi Abbandonate,
che tu sempre invidiavi: e ti pareano
tanto amorose piú, di quelle altre
dal ricambiato amore.
E di cantarle, non cessare! Innova
la non mai colma lode!
Pensa: l’Eroe non è compiuto mai
d’essere al mondo.
Anche la morte, è a lui
pretesto per rivivere immortale
dopo l’estrema nascita.
Ma la Natura dentro il grembo esausto
riprende in sé le Amanti abbandonate,
come se non avesse piú la forza
di dar vita al prodigio un’altra volta.
Hai tu già sciolto un adeguato canto
alla memoria di Gaspara Stampa,
perché, deserta dall’amato, adesso,
una fanciulla, estatica all’esempio,
dentro si strugga di adeguarsi a lei?
Non debbono recare anche piú frutti,
queste pene defunte, a noi viventi?
Non è venuto il tempo,
che, amando, noi si giunga a liberarci
dell’adorato oggetto, in un fremente
impeto di vittoria,
come la freccia che, raccolta e tesa
entro il suo scocco, supera la corda?
Inerzia, è nulla. E solo il Moto, è tutto.

Voci! Voci!… Mio cuore, e tu pervieni
ad ascoltare, come i Santi solo
sanno ascoltare.
L’immenso appello li scagliava in alto;
ma rimanean con le ginocchia a terra:
irreali impassibili profondi;
ed eran solo in quell’ascolto solo.
… Alla voce di Dio, non reggeresti.
Ma il soffio ascolta del messaggio eterno,
che si crea dal silenzio: e che ti giunge
da quei morti precoci.
Oh sempre che varcasti, a Roma o a Napoli,
la soglia di una chiesa, non parlava
un placido linguaggio, a te, quel loro
funereo destino?
O iscritto in una stele, ti si ergeva
innanzi, come là sovra la lapide
apparsa in te, Santa Maria Formosa.
Che vogliono da me? Ch’io con leggiero
tócco dissolva la parvenza ingiusta
di quella sorte, che talvolta ancóra
il loro etèreo moto un poco attarda?

È strano, certo,
non abitare piú su questa terra;
non compier piú le usanze apprese appena;
né piú legare il senso
del divenire umano
alle rose e alle cose, onde ciascuna
aveva una sua voce di promessa;
non esser piú ciò ch’eravamo chiusi
nell’infinita angoscia delle mani;
e abbandonar finanche il proprio nome
come un balocco infranto.
È strano, certo,
non piú desiderare desiderii
desiderati tanto;
veder questa compagine, disciolta,
volitare per spazii sterminati…
Essere morti, è una fatica dura.
Un ímprobo ricupero di forze,
per avvertire un po’ d’eternità.
Ma i vivi, tutti aberrano, − segnando
troppo profondo il solco fra i due Regni.
Gli Angeli (è fama…) ignorano talvolta
se vanno fra i viventi o i trapassati.
Ogni progenie, la fiumana eterna
travolge via con sé per ambo i Regni;
e, con lo scroscio suo,
ne sommerge il clamore in questo o in quello.

Ma non hanno di noi bisogno piú
quei morti d’una morte prematura…
Placidamente,
ci si divezza dalla terra: come
ci si divezza dal materno seno,
quando sia l’ora.
Ma noi viventi, noi, che ci nutriamo
di tanti inesauribili misteri;
e a cui sovente, su da un lutto, balza
il progredir beato;
potremmo, noi, senza quei morti, esistere?
Non è leggenda vana,
che un dí si ardimentò la prima Musica
a penetrar dentro la dura pietra
nel compianto di Lino; e che per entro
quello spazio atterrito, ormai deserto
dal Semidio precocemente estinto,
l’ètere scosso, per la prima volta,
oscillava nel palpito di suono,
che ancóra ci travolge e ci consola.”

 

Rainer Maria Rilke, “La prima elegia”, da “Elegie di Duino”, 1922 

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             Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

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Annunciazione

“(Le parole dell’Angelo)

Tu non sei piú vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.
Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.
Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.
Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai cosí intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.
Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…
Ma tu, tu sei la pianta.”

Rainer Marie Rilke, “Annunciazione”, dal “Libro delle immagini”

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 Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”

 

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Commediole

“Se esistono gli angeli,
probabilmente non leggono
i nostri romanzi
sulle speranze deluse.
E neppure – temo –
le nostre poesie
risentite con il mondo.
Gli strilli e gli strazi
delle nostre pièces teatrali
devono – sospetto –
spazientirli.
Liberi da occupazioni
angeliche, cioè non umane,
guardano piuttosto
le nostre commediole
dell’epoca del cinema muto.
Ai lamentatori funebri,
a chi si strappa le vesti
e a chi digrigna i denti
preferiscono – suppongo –
quel poveraccio
che afferra per la parrucca uno che annega
o affamato divora
i propri lacci.
Dalla cintola in su le ambizioni e lo sparato,
e sotto, nella gamba dei pantaloni,
un topo impaurito.
Oh, questo sì
deve divertirli parecchio.
L’inseguimento in circolo
si trasforma in una fuga davanti al fuggitivo.
La luce nel tunnel
si rivela l’occhio d’una tigre.
Cento catastrofi
sono cento divertenti capriole
su cento abissi.
Se esistono gli angeli,
dovrebbe convincerli
– spero –
questa allegria sull’altalena dell’orrore,
che non grida neppure aiuto, aiuto,
perché tutto avviene in silenzio.
Oso supporre
che applaudano con le ali
e che dai loro occhi colino lacrime
almeno di riso.”
Wislawa Szymborska, “Commediole”
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  Giovanni Gastel, Serie “Angeli caduti”
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Disegna angeli bianchi
“Disegna angeli bianchi
il diavolo bambino
poi li accartoccia tutti
gli dà fuoco con l’accendino.
“Solo angeli neri”, dice
guardando bruciare la luce.”
Davide Cortese, da “Zebù bambino”
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Allora i muri verranno abbattuti
“Allora i muri verranno abbattuti
da possenti angeli
e libertà, libertà verrà proclamata
per tutte le anime,
per la mia anima,
per la tua anima.
Allora si spezzeranno tutte le catene
al segnale di un’alta, vertiginosa nota,
così alta che nessuno potrà udirla,
ma noi vedremo le catene infrangersi come cristallo.
Allora sarà giunta l’età dell’adempimento,
e tutti i cieli si colmeranno di pace,
la pace dei muri caduti,
la pace degli spazi ascendenti,
la pace della libertà
senza confine alcuno.”
Pär Lagerkvist (poeta, scrittore e drammaturgo svedese)
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Sugli angeli
“Vi hanno tolto le vesti bianche,
Le ali e perfino l’esistenza.
Tuttavia io vi credo, messaggeri.
Là dove il mondo è girato a rovescio,
Pesante stoffa ricamata di stelle e animali,
Passeggiate esaminando i punti veritieri della cucitura.
La vostra tappa qui è breve,
Forse nell’ora mattutina, se il cielo è limpido,
In una melodia ripetuta da un uccello,
O nel profumo delle mele verso sera
Quando la luce rende magici i frutteti.
Dicono che vi abbia inventato qualcuno
Ma non ne sono convinto.
Perché gli uomini hanno inventato anche se stessi.
La voce − senza dubbio questa è la prova,
Perché appartiene a esseri indubbiamente limpidi,
Leggeri, alati (perché no?),
Cinti dalla folgore.
Ho udito sovente questa voce in sogno
E, cosa ancor più strana, capivo pressappoco
il dettame o l’invito in lingua ultraterrena:
è presto giorno
ancora uno
fa’ ciò che puoi.”
Berkeley, 1969
Czesław Miłosz (poeta polacco), “Sugli angeli” – Trad. di Pietro Marchesani
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Ricardo Fernandez Ortega (pittore messicano)
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L’angelo necessario

 

“lo sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.
Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza
che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso”
Wallace Stevens – Traduzione di Giorgio Chiantini e Angela Greco AnGre
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Ho chiuso la mia porta al mondo
“Ho chiuso la mia porta al mondo
ho perso la carne per il sogno…
Sono rimasto magico, invisibile
nudo come un cieco.
In piena, fino al bordo degli occhi
mi sono illuminato da dentro.
Tremulo, trasparente
sono restato nel vento
proprio come un bicchiere
d’acqua, come
un angelo di vetro
in uno specchio.”
Emilio Prados, da “Llanto en la sangre”
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Nell’immagine: Raffaello Sanzio, “Madonna Sistina” (dettaglio), 1513-1514 circa

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