“Le persone capitano per caso nella nostra vita, ma non a caso. Spesso ci riempiono la vita di insegnamenti. A volte ci fanno volare in alto, altre ci schiantano a terra insegnandoci il dolore… donandoci tutto, portandosi via il tutto, lasciandoci niente…
Alda Merini
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La strada spiacevole
“A volte ti lasci a casa
quando esci. Non vuoi duplicarti.
All’angolo, incontri qualcun altro e, sorpreso,
chiedi:
“Cosa? Non ti ho appena lasciato a casa?”
Juan Calzadilla, “La strada spiacevole”, da “Minimals”, 1993 – Traduzione di Silvia C. Navarro
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Alicja Posłuszna

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La signora Mida
“Settembre inoltrato. M’ero appena versata un bicchiere di vino,
cominciavo a rilassarmi, mentre la verdura cuoceva. Era quieta
la cucina, satura del suo stesso odore, il suo vapore
lieve imbiancava, le finestre. Una la aprii,
l’altra l’asciugai con la mano come una fronte.
Lui, sotto il pero, stava spezzando un ramoscello.
Il giardino era lungo, è vero, la visibilità scarsa, come se
l’oscurità del terreno bevesse la luce del cielo,
ma quel ramoscello era d’oro. Poi lui staccò
una pera dal ramo – noi coltiviamo le William –
e quella sul suo palmo sembrava una lampadina. Accesa.
Non starà addobbando l’albero? Mi chiesi.
Entrò in casa. Le maniglie luccicavano.
Abbassò le persiane. Avete intuito; mi vennero in mente
il Campo del Drappo d’Oro e la signorina Macready.
Sedette sulla sedia come un re su un trono rilucente.
Aveva un’aria strana, spiritata, vana. Dissi,
Santiddio, cosa succede? Si mise a ridere.
Servii la cena. Per antipasto, pannocchia di granturco.
Un attimo dopo si mise a sputare i denti dei ricchi.
Giocherellò col suo cucchiaio, poi col mio, con coltelli e forchette.
Chiese del vino. Versai col tremor nella mano
un bianco secco, fragrante, italiano; lo guardai
alzare il bicchiere, una coppa, un calice d’oro, bere.
Fu allora che mi misi a strillare. Cadde in ginocchio.
Ci calmammo, il vino lo finii da sola,
mentre lo ascoltavo. Lo feci sedere
in fondo alla stanza, mani sotto controllo.
Chiusi il gatto in cantina. Spostai il telefono.
Il cesso lo lascia stare. Non credevo alle mie orecchie:
Aveva espresso un desiderio. E chi non ne ha, vero?
Ma quale di questi si avvera davvero? Il suo. Avete presente l’oro?
Non sfama nessuno; aurum, malleabile, inossidabile; non sazia
la sete. Cercò di accendere una sigaretta; io guardavo, incantata,
mentre la fiamma bluastra danzava sul suo luteo stelo. Almeno,
dissi, smetterai di fumare per sempre.
Letti separati. Misi anche una sedia contro la porta,
ero quasi impietrita. Lui era giù, a trasformare la camera degli ospiti
nella tomba di Tutankhamun. Sì, perché eravamo appassionati allora,
in quei giorni felici; ci spogliavamo svelti, come si scarta
un regalo, o il fast food. Ma ora temevo il suo dolce abbraccio,
il bacio che delle mie labbra avrebbe fatto un’opera d’arte.
E, in fondo in fondo, chi può vivere
con un cuore d’oro? Quella notte sognai di dare
alla luce il suo bambino, le membra d’oro puro,
la piccola lingua un chiavistello prezioso, gli occhi d’ambra
che come mosche racchiudevano le pupille. Il latte del sogno
mi brucia nel petto. Mi svegliai col sole che m’inondava.
Dovette andarsene. Avevamo una roulotte
in aperta campagna, un terreno isolato. Ve lo portai
al calar della notte, seduto sul sedile posteriore.
E poi tornai a casa, la donna che aveva sposato il fesso
che voleva l’oro. All’inizio l’andavo a trovare, a ore strane,
lasciavo la macchina molto lontano, poi andavo a piedi.
Si capiva che si stava per arrivare. Trote d’oro
sull’erba. Un giorno, da un larice pendeva una lepre,
un bell’errore color limone. E poi le sue impronte,
che brillavano sul sentiero lungo il fiume. Era magro,
delirava; sentiva, diceva, la musica di Pan
provenire dal bosco. Credetemi. Fu l’ultima goccia.
Ciò che mi irrita ora non è l’idiozia né la cupidigia
ma il non aver pensato a me. Puro egoismo. Ho venduto
gli arredi della casa e mi sono trasferita qui.
Con una certa luce lo penso, all’alba, al tramonto,
e una ciotola di mele un giorno mi ha gelato il sangue. Più di tutto,
anche ora, mi mancano le sue mani, le sue mani calde, il tocco
sulla mia pelle.”
Carol Ann Duffy, “La signora Mida”
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con pazienza raccoglie
i cocci
del nostro dolore
li avvicina, li incolla.
Poi ci rimette in mare
esilissime barchette a viveggiare.”
Giovanna De Carli, da “La tovaglia a quadretti”
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René Magritte, “The False Mirror”,1928

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Il vecchio cocomeraio
«Chiudi gli occhi agli orrori della notte
apri gli occhi al bello del giorno»
questo non lo disse il saggio cinese
ma un certo vecchio cocomeraio
che dal suo campo riusciva a farsi dare
dal suo campo le più belle angurie
«chiudi gli occhi sull’orrido della notte,
aprili alla bellezza del giorno»
questo non lo disse il saggio cinese
ma il vecchio cocomeraio Amerio Botto,
lui che non sapeva né leggere né scrivere
ma gli dava il suo campo le migliori angurie
con dentro come la più bella bandiera
del nostro mondo.”
Umberto Bellintani, da “Nella grande pianura”, 1998
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Giacomo Bergomi, “Venditore di angurie”, 2013

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Tutto è importante
“Tutto è importante.
Che qualcuno accenda la luce,
raccolga la carta buttata a terra,
ascolti la storia ripetuta più volte,
pieghi la biancheria,
giochi secondo le regole,
dica le cose come stanno,
resista alle tentazioni,
pulisca il balcone,
aspetti a attraversare col giallo,
si congratuli per le vittorie,
accetti le conseguenze,
prenda le parti di qualcuno,
vada per primo,
vada per ultimo,
scelga il pezzo più piccolo,
stia vicino a chi muore,
conforti chi sta male,
tiri via una scheggia da un dito,
asciughi una lacrima,
dia indicazioni a chi si è perso,
tocchi chi è solo.
Le cose più belle
sono le meno riconosciute.”
Laura McBride, “Tutto è importante”
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“La morte è più vicina del pane”
(Muatseem Hateem, gazawi)
“Voci che la monotonia rende tutte uguali,
sabbia che descrive il mare, voci impostate
e senza accento che commentano la morte come
farebbero con le condizioni meteo, come mai e
poi mai commenterebbero una corsa di cavalli
o una gara di motociclismo. Cosa sto cercando?
Apro e riapro la porta ma il giornale non c’è. E
come mai voglio il giornale mentre
tutto attorno crollano condomini?
Non mi è sufficiente, come lettura?”
(Mahmud Darwish)
“C’è un ragazzo in sella che sembra
filare ma la bici è ferma. Sono le villette
a scorrere lui
lancia giornali, che altro può fare.
Mirare alle porte di famiglie sazie…
Dovranno planare le notizie
affilate ma distorte
il meno possibile. Sulla strada
spuntano intanto ostacoli:
vecchi che attraversano
e nel farlo ci mettono secoli,
cani randagi, un carrello,
noie del genere. Il ragazzo le scansa, centra l’ultima casa
passa di livello
muore una vita risorge una vita – ma più svelte
gli muoiono tra le mani le notizie,
morte arrivano morte alla porta di casa.
E non c’è casa che non sia l’ultima.
Paper Boy il gioco si chiamava e la trama
era una meccanica senza dramma. Era il ’98,
sedie da bar venivano disposte
intorno al mondiale. Planavano i gol
come dentro l’ovatta di una cupola
nella noia più tenue di quell’anno.
Tessuto jeans del mare, Albenga.
Tre paesi e milioni di onde cicliche dopo
che in anni farebbero anni venticinque
arriva una chiamata lo riconosco
sversare al telefono l’indicibile
colossale cogliona che è lei. Che lo ha
preso in giro, “ferito nel profondo”.
E no penso in allarme in preda
al mio orecchio interno –si sarà liberata,
ce l’avrà fatta a discriminare
l’amore dalla sua ombra abusiva.
Resta che lui, se annusa
una memoria qualunque di loro due
in quell’idillio-confino di libri
manifesti concerti polvere
se annusa e fa per abbracciarla
non ritrova lei, non ritrova sé.
Cerca amici, incastra
parti di conforto.
Si vede mutilato. Sente solo
il moncherino del presente e la mole
del futuro premuta sul petto.
Com’è che ottant’anni di villeggiatura
ci hanno levato dalla voce leggerezza?
Ognuno porta nella pubblica piazza
la propria insufficienza.
Siccome a queste latitudini
il ragazzo di carta non parla è la risacca
o un’accidente o sono i bot
a spifferare titoli fin dentro la roulotte
NEMICO INTERNO
PROVOCAZIONE MOSTRI
SUMMIT NAZI.
Ogni famiglia che origlia sembra sazia
e non c’è noia più tenue nei giardini
con i fiori esaltati dall’afa, dalla zia,
col formicaio raso al suolo
e la talpa cacciata via.
Nella notte tutte le vacche sono nere.
Nel giorno tutte le vacche sono d’altri.
E la terra, la terra, l’acqua le case.
Saprò riconoscere, discriminare?
Nella laringe
malnutrita del Mediterraneo
il molo ha ceduto il bolo è bloccato.
E non c’è casa
che non sia l’ultima rimasta.Tutte le strade portano al niente
non ci sono strade o le aprono
il mare carri armati Mosé e ammassano
trecento chili di detriti per metro quadro minimo.
Sopra ogni petto rimasto
scandalosamente vivo respirante straccetto.
Sopra quanto era casa e ancora lo è
notizia soppressa sfigurata.
Metterò dov’era casa
questa tenda come una croce.
Dov’era la tenda una croce.
Dov’era la croce un corpo. E prego
che ascenda, e che resti intero.
Intanto arrivano forando la rete,
la sua cupola d’ovatta certe
immagini non ritoccate –l’effetto filtro non serve,
ragazzo di carta sei bruciato
quaranta e pulsa mila volte e
cercateci voi se davvero volete.
Siamo affondati a nessun livello
che si possa numerare
mentre hanno arruolato distorto
compresso i polmoni
lo spazio fra i sinonimi
siamo affondati così
non sappiamo discriminare
più protezione da difesa
difesa da attacco mirato
attacco mirato
da sterminio
da sterminio a peggio
peggio ancora.”
Davide Castiglione, “Il ragazzo di carta” – Fonte: “Nazione Indiana”
*****
“Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro, usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.
L’ora era di mattina
presto, ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!
Tutto Cors’Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.
Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettio la contrada.”
Giorgio Caproni, “L’uscita mattutina”, da “Il seme del piangere”, 1959
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Foto di Taras Loboda

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“Sono una tribù strana dispersa per il mondo
perché spostano il mondo.
Trasportano universi da una lingua all’altra.
Ecco il loro mestiere.
Fanno nevicare in arabo, cambiano il nome al mare,
portano dei cammelli in Svezia,
permettono che don Chisciotte possa cavalcare su Ronzinante
dalla Mancha alla Manciuria.
Fanno delle cose strane, pressappoco impossibili.
Dicono nella loro lingua
cose che quella lingua non aveva mai detto prima,
cose che non sapeva di poter dire.
Nascono da un crollo, quello della Torre di Babele,
e da un sogno: che gli uomini, le anime
che vivono agli antipodi,
si conoscano, si capiscano, si amino.
Sono una tribù muta:
danno la loro voce ad altre voci.
Diventarono invisibili a forza d’umiltà.
Per secoli sono stati anche anonimi.
Loro, che vivono di nomi e tra i nomi,
non avevano un nome.
Nella liturgia della letteratura
vengono spesso trattati come dei chierichetti.
Sono invece i veri pontefici: quelli che costruiscono i ponti
tra le isole di lingue lontane, quelli che sanno
che tutte le lingue sono straniere,
che tutto tra noi è traduzione.
Sono una tribù strana dispersa per il mondo
perché stanno spostando il mondo,
perché stanno salvando il mondo.”
Juan Vicente Piqueras, “I traduttori” – Trad. di Milton Fernández
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Emilio Tadini, “Fiabe”

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Il signore nel cuore
“Le era entrato nel cuore.
Passando dalla strada degli occhi e delle orecchie le era entrato nel cuore.
E lì cosa faceva?
Stava.
Abitava il suo cuore come una casa.”
Vivian Lamarque
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Mojmir Jezek

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Il signore della buonanotte
“Da un letto lontano con tutta la migliore stessa buonanotte
gli augurava.
C’era la luna?
Oh sì la luna e anche le mille stelle, più le fronde degli alberi e le
addormentate acque, con tutto tutto buonanotte gli augurava.
E il signore sentiva?
Sì, il signore piano piano sentiva, mentre si addormentava.”
Vivian Lamarque
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Il signore sognato
“Splendidissima era la vita accanto a lui sognata.
Nel sogno tra tutte prediletta la chiamava.
E nella realtà?
La realtà non c’era, era abdicata.
Splendidissima regnava la vita immaginata.”
Vivian Lamarque
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Il signore d’oro
“Era un signore d’oro. Un signore d’oro fino, zecchino.
Per il suo carattere duttile e malleabile, per il suo caldo dorato
colore, per il luccichio dei suoi occhi, era un signore molto
ricercato.
I corsi dei fiumi venivano deviati, i fondali scandagliati e setacciati,
ma i signori che affioravano brillavano poco, erano signori
pallidi, opachi, non erano d’oro vero, erano signori falsi.
Non avevano aurifere vene?
No, le loro lente vene scorrevano quasi del tutto essiccate in
direzione dei loro minuscoli cuori, a fatica.
E dov’era il signore d’oro vero?
Lontano, in una casa assolata, pigro e paziente, aspettando di
essere trovato, in un angolino, il signore d’oro luccicava.”
Vivian Lamarque
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Marc Chagall, “Sopra Vitebsk”, 1914

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Il signore nell’aria
“Alle ore venti ognuno tornava alla sua casa.
Non avevano una stessa casa?
No, ma nell’aria sì.
Nell’aria?
Sì, a destra e a sinistra nel mezzo dell’aria avevano una stessa
casa. Con le porte e le finestre gli uccelli le cene le voci e il riposo.
Non i colori?
Sì, colori splendenti erano appesi nei quadri nell’aria della casa.”
Vivian Lamarque
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La signora non gelosa
“Una signora che stava diventando gelosa non lo diventò.
Nemmeno un po’?
Sì, un po’ sì ma pochissimo, come un solletico al contrario che
invece di far ridere manca poco a piangere.”
Vivian Lamarque
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Larry Madrigal, “Lotta al solletico”

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Il signore puntino
“Non potendolo vedere sempre, quando infine poteva vederlo lo
guardava moltissimo, fino all’ultimo minuto, fino all’ultimo
secondo, e anche dopo si voltava indietro, si voltava indietro.
Il signore diventava sempre più piccolo, ormai era quasi del
tutto irriconoscibile, eppure lei lo riconosceva benissimo,
anche sottoforma di minuscolo puntino laggiù.”
Vivian Lamarque
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Francisco José de Goya y Lucientes, “Il Parasole”, 1777-1778

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La signora parasole
“Come nel famoso quadro, ma non lui a lei, lei a lui teneva il
verde parasole.
Era un parasole speciale.
Chi stava lì sotto era protetto da tutti i mali del mondo.
La signora stava ben attenta a coprire perfettamente tutto il
signore, a non lasciarne fuori, in pericolo, nemmeno un pezzetto.”
Vivian Lamarque
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“Era un signore seduto di fronte a una signora seduta di fronte a lui.
Alla loro destra/sinistra c’era una finestra, alla loro sinistra/destra c’era una porta.
Non c’erano specchi, eppure in quella stanza, profondamente, ci si specchiava.”
Vivian Lamarque, “Il signore di fronte”, da “Il signore degli spaventati”, 1992
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Installazione di Joan Brossa

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Il Maestro
“Dimorava in se stesso
come un corvo in una torre senza tetto.
Per accostarlo dovevo inerpicarmi
a lungo su per bastioni deserti
senza battere ciglio o alzare gli occhi
per cercare degli occhi che scrutassero
dalla sua vedetta di clausura.
Deliberatamente disserrava
il suo libro di reticenze
una pagina alla volta e non era nulla
di arcano, solo vecchie regole
che tutti avevamo iscritto sulle nostre lavagne.
Ogni carattere bloccato sulla pergamena sicuro
nel suo volume e misura.
Ad ogni massima il suo spazio.
Dì il vero. Non temere.
Nozioni durevoli, ostinate,
come martelli di minatori e cunei saggiati
da un intransigente servizio.
Come la pietra della cimasa su cui ci si ristora
nel balsamo della fonte.
Che fragile mi sentivo scendendo
la scala senza ringhiera delle mura,
sentendomi sopra il battito d’ali
del proposito e del rischio.”
Seamus Heaney
*****
Alberto Giacometti, “Donna delle pulizie che osserva le sculture”1962

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“Più nere delle loro ombre
sul linoleum e dell’acqua
che rimestano nei secchi,
ma ancora più grandi che nere,
nelle eclissi di neon
spingono lo straccio
sul battiscopa carichi di luna.
Ho bussato alle loro bocche
ma nessuna risposta le abitava.
Lavorano come onde scure.
Quando tra le ginocchia delle città
si erigeranno nuovi panteon
non dimenticate le nere
pulitrici. E l’infuso di lavoro
che rimestano nei secchi
sarà come acqua benedetta,
il decotto delle nostre radici.”
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Francesco Bergamini (1851-1900), “La lezione”
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Il vecchio professore
“Gli ho chiesto di quei tempi,
quando ancora eravamo così giovani,
ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti.
È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto se sa ancora di sicuro
cosa è bene e male per il genere umano.
È la più mortifera di tutte le illusioni
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto del futuro,
se ancora lo vede luminoso.
Ho letto troppi libri di storia
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto della foto,
quella in cornice sulla scrivania.
Erano, sono stati. Fratello, cugino, cognata,
moglie, figlioletta sulle sue ginocchia,
gatto in braccio alla figlioletta,
e il ciliegio in fiore, e sopra quel ciliegio
un uccello non identificato in volo
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto se gli capita di essere felice.
Lavoro
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto degli amici, se ne ha ancora.
Alcuni miei ex assistenti,
che ormai hanno anche loro ex assistenti,
la signora Ludmilla, che governa la casa,
qualcuno molto intimo, ma all’estero,
due signore della biblioteca, entrambe sorridenti,
il piccolo Jas che abita di fronte e Marco Aurelio
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto della salute e del suo morale.
Mi vietano caffè, vodka e sigarette,
di portare oggetti e ricordi pesanti.
Devo far finta di non aver sentito
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto del giardino e della sua panchina.
Quando la sera è tersa, osservo il cielo.
Non finisco mai di stupirmi,
tanti punti di vista ci sono lassù
– mi ha risposto.”
Wislawa Szymborska, “Il vecchio professore”, da “Due punti”, 2005
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Edward Hopper, “Gente al sole”, 1960

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Un incontro inatteso
“Siamo molto cortesi l’uno con l’altro,
diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.
Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell’acqua.
I nostri lupi sbadigliano a gabbia aperta.
Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.
Ci fermiamo a metà frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa parlarsi.”
Wisława Szymborska, “Un incontro inatteso, da “Sale”, 1962
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L’infermiere dei feriti
“Vecchio e cadente, avanzo tra volti nuovi.
Risalgo il corso degli anni e ricordo per rispondere ai bimbi,
Vieni, raccontaci, vecchio, da parte di fanciulli, di fanciulli che amano,
(Irato, furioso avevo pensato di suonare l’allarme. di spingerli ad una guerra senza tregua.
Ma presto mi caddero le mani, curvai il voto e mi rassegnai.
Sedere presso i feriti ed alleviarne le pene, o In silenzio vegliare i morti;)
Tanti anni dopo queste scene, queste furiose passioni, queste occasioni,
Di eroi da nessuno mai superati, (si fu valorosi da una parte? dall’altra si fu valorosi ugualmente.)
Oggi testimonia di nuovo, descrivi le più possenti armate della terra.
Di quelle armate cosi rapide, cosi prodigiose. che hai mal veduto da poterci narrare?
Che ti è rimasto, estremo e più profondo? strani sgomenti,
Scontri accaniti, assedi terribili, che ti è rimasto più nel profondo?
Fanciulle, fanciulli che amo e che mi amate,
Ciò che voi mi chiedete dei miei giorni, i più strani e improvvisi che evocano le vostre parole.
Soldato vigile arrivo dopo una lunga marcia, coperto d sudore e polvere.
Arrivo in buon punto, mi tuffo nella mischia, ad alta voce urto nell’impeto della carica vittoriosa
Entro nella fortezza espugnata – ma osservate, come un rapido fiume svaniscono
Passano e sono scomparsi, svaniscono – io non mi attardo sui pericoli dei soldati,
(Gli uni e le altre ben li ricordo – molti i travagli, scarse le gioie, e tuttavia ne ero contento.)
Ma in silenzio, in visioni di sogno,
Mentre il mondo dei guadagni, delle apparenze, dell’allegria va per la sua strada.
Presto odiato ciò che oramai e trascorso, e intanto le onde cancellano le importe sulla sabbia.
Con snodate ginocchia tornando penetro nelle porte (allora tu, lassù.
Chiunque tu sia, seguimi senza rumore e sta saldo d cuore.)
Recando bende, l’acqua e la spugna.
Rapido mi dirigo verso i miei feriti,
Dove giacciono per terra, ivi portati dopo la battaglia.
Dove il loro sangue prezioso arrossa l’erba per terra,
O verso le file di giacigli nella tenda dell’ambulanza, o sotto il tetto d un ospedale.
Percorso le lunghe distese di brande da una parte e dall’altra,
A tutti, uno dopo l’altro, mi accosto, non ne tralascio nessuno.
Mi segue un infermiere con un vassoio e un secchio,
Che ben presto si riempirà di stracci cruenti, di sangue e, svuotato, non tarderà a riempirsi
Procedo, mi fermo.
Su snodate ginocchia, con mano sicura medico le ferite,
Sono risoluto con tutti, il dolore è intenso ma inevitabile.
Uno mi rivolge occhi supplici – povero regalo! non t’ho mai conosciuto.
Eppure penso che non saprei ricusare d morire in questo momento per te, se la mia morte potesse salvarti.
E continuo, procedo, (apritevi, porte del tempo! apritevi, porte dell’ospedale!)
Bendo la testa schiacciata (povera mano impazzita no, non strappare le bende).
Il collo che un cavalleggero che un proiettile ha passato da parte a parte, lo esamino
Rantola forte e con fatica, gli occhi sono già quasi vitrei, eppure la vita non cede, (Scendi, dolcissima morte! lasciati persuadere, o splendida morte!
Per pietà, scendi presto).
Dal moncherino cui venne amputata la mano,
Tolgo le bende coagulate, stacco una crosta, lavo il pus e il sangue,
Contro il cuscino si inarca il soldato, che torce il collo e volta la faccia dall’altro lato.
Ha gli occhi serrati, pallido il volto, e non osa guardare il suo moncherino.
Non l’ha ancora guardato.
Fascio una ferita nel fianco, molto profonda,
Ancora un giorno o due, giravate infatti come il corpo cede, non sa più reagire.
Osservate la tinta del volto, giallo-blu.
Bendo la spalla perforata, il piede trapassato da un colpo di fucile.
Pulisco quello roso da una putrida cancrena, che stomaca tanto ripugna,
Mentre l’infermiere mi segue, reggendo il vassoio e il secchio.
Sono costante, non cedo.
La coscia, il ginocchio spezzato, la ferita al ventre,
Queste e ben altro lo bendo con una mano impassibile (ma profondo nel petto un fuoco, una fiamma brucia).
Cosi in silenzio, in visioni di sogno,
Ritorno, rivivo, riprendo il mio giro per gli ospedali,
Con mano suasiva placo il ferito, l’offeso,
Trascorro la lunga notte nera presso gli insonni, alcuni sono tanto giovani,
Altri soffrono tanto, rivivo quel tempo di tanta dolcezza e mestizia,
(Il braccio affettuoso di più di un soldato sì è appoggiato, si è appeso a questo mio collo,
Il bacio di più di un soldato è rimasto impresso su queste mie labbra barbute.)”
Walt Whitman, da “Foglie d’erba”
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Giovanni Segantini, “Ave Maria a trasbordo”, 1886

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I pastori
“Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!
Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.
Ah perché non son io cò miei pastori?”
Gabriele D’Annunzio, “I pastori”
*****
Il Poeta Pescatore
“Invecchiando percepisco
che la vita ha la coda in bocca
e gli altri poeti gli altri pittori
non significano più alcun genere di competizione
È il cielo a lanciare la sfida
il cielo ha bisogno di decifrare
anche se gli astronomi si sforzano di sentirlo
con le loro enormi orecchie elettriche
il cielo che ci sussurra costantemente
gli ultimi segreti dell’universo
il cielo che respira dentro e fuori
come fosse l’interno di una bocca
del cosmo
il cielo che è anche la sponda della terra
e anche quella del mare
il cielo con le sue molte voci e nessun dio
il cielo che racchiude un mare di suoni
e di echi che ci rimanda
come in un’onda contro la parete del mare
Poesie intere dizionari interi
arrotolati in un rombo di tuono
E ogni tramonto un action painting
e ogni nuvola un libro di ombre
attraverso le quali volano selvagge
le vocali degli uccelli che stanno per gridare
E il cielo è chiaro per il pescatore
anche se è coperto
Lo vede per quello che è:
uno specchio del mare sul punto di crollare su di lui
sulla barca di legno al cupo orizzonte
Dobbiamo pensarlo come poeta per sempre faccia a faccia con la vecchia realtà
dove gli uccelli non volano mai prima della tempesta
E lui sa quello che verrà giù
prima dell’alba
e lui è la sua migliore vedetta
ascoltando il suono dell’universo
e cantando le sue visioni
della terra dei vivi”
Lawrence Ferlinghetti
*****
Paul Signac, “Concarneau, Opus 221 (adagio)”, 1891

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“Deve essere uno di quei giorni
che il vento racconta al mare
parole che arrivano da lontano
succede che, non importa
se è il giorno di natale
o un giorno qualsiasi dell’anno
loro arrivano in piccoli gruppi
ciascuno con la sua storia
sotto al braccio
vanno senza esitare
bagnati, zuppi di mare
in bilico tra il vento
e un’onda appena nata
equilibri precari
di guerrieri o sognatori
non importa se è natale
o un giorno qualsiasi dell’anno
li vedi cadere e rialzarsi
come angeli del mare
provare e riprovare
cercare l’onda appena nata
o solo un’idea per starci sopra
in bilico tra guerrieri e sognatori
ciascuno sulla sua storia
il giorno di natale o
in un giorno qualsiasi dell’anno”
*****
Andy Warhol, “Marilyn Monroe”, 1967 (serigrafia a colori)
*****
Marilyn
“Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore,
quella che corre dietro ai fratelli più grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,
e si mette addosso le loro sciarpette,
tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,
tu sorellina più piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non hai mai saputo di averla,
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.
Sparì, come un pulviscolo d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata.
Così la tua bellezza divenne sua.
Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.
E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci mendicanti di colore,
le zingare, le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma
Sparì, come una colombella d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata,
e così la tua bellezza non fu più bellezza.
Ma tu continuavi ad esser bambina,
sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere
si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente
te la portavi sempre dietro come un sorriso tra le lacrime
impudica per passività, indecente per obbedienza.
Sparì come una bianca ombra d’oro.
La tua bellezza sopravvissuta del mondo antico,
richiesta dal mondo futuro, posseduta
dal mondo presente, divenne così un male.
Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: “È possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?”
Ora sei tu, la prima, tu la sorella più piccola, quella
che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte”
Pier Paolo Pasolini
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Pablo Picasso, “I due saltimbanchi”, 1901

*****
Il saltimbanco
“Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’ anima mia:
“follia”.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non à che un colore
la tavolozza dell’ anima mia:
“malinconia”.
Un musico allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
“nostalgia”.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
dinanzi al mio core,
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.”
Aldo Palazzeschi, “Il saltimbanco”, da “Poemi”, 1909
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Il tredicesimo invitato
“Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
e fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se qualcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
e all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.”
Fernanda Romagnoli, “Il tredicesimo invitato”
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Immagine sulla parete di un antico tempio
“Da mille… duemila.. forse tre ,quattromila anni.
Il flautista cieco sta sempre a mostrar se stesso sulla parete…
Qui e ci sorride spesso…
Col cuore guarda lontano e dalle dita leggere,
Dalle labbra genera la melodia d’un canto.
Mi chiedo A noi sorride o ci deride?
E la sua melodia… è un allegro canto
O è invece lutto e pianto?
Allora mi chiedo: se il suonatore cieco…
È come noi, cieco.”
Sayed Hegab, poeta egiziano
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Maggie, Milly, Molly e May
“Maggie e milly e molly e may
scesero alla spiaggia (a giocare un giorno)
e maggie trovò una conchiglia che cantava
così dolcemente che dimenticò i suoi guai;
e milly divenne amica di una stella arenata
i cui raggi erano cinque languide dita;
e molly fu inseguita da una cosa folle
che correva obliqua soffiando bolle;
e may tornò a casa con un ciottolo liscio e rotondo
grande come la solitudine e piccolo come un mondo.
Per tutto quello che perdiamo (come un tu o un me)
è sempre noi stessi che troviamo nel mare.”
Edward Estlin Cummings, “Maggie, Milly, Molly e May”, da “95 poesie”, 1958
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Il guardiano di greggi
“Sono un guardiano di greggi.
Il gregge è i miei pensieri.
E i miei pensieri sono tutti sensazioni.
Penso con gli occhi e con gli orecchi
e con le mani e i piedi
e con il naso e la bocca.
Pensare un fiore è vederlo e odorarlo
e mangiare un frutto è saperne il senso.
Perciò quando in un giorno di calura
sento la tristezza di goderlo tanto,
e mi corico tra l’erba
chiudendo gli occhi accaldati,
sento tutto il mio corpo immerso nella realtà,
so la verità e sono felice.”
Fernando Pessoa, “Sono un guardiano di greggi”
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Aleksej Georgievič von Javlenskij, “Il gobbo”, 1911

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Il gobbo
“Dalla solita sponda del mattino
io mi guadagno palmo a palmo il giorno:
il giorno dalle acque così grigie,
dall’espressione assente.
Il giorno io lo guadagno con fatica
tra le due sponde che non si risolvono,
insoluta io stessa per la vita
… e nessuno m’aiuta.
Mi viene a volte un gobbo sfaccendato,
un simbolo presago d’allegrezza
che ha il dono di una stana profezia.
E perché vada incontro alla promessa
lui mi traghetta sulle proprie spalle.”
Alda Merini, “Il gobbo”
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Pescatori
“La grande pesca:
Al sorgere del sole, gloriosa alba
è un grosso problema!
Una grande pesca di sardine!
Sulla spiaggia, è come una festa
ma nel mare, terranno
funerali
per le decine di migliaia di morti.”
Kaneko Misuzu (1903-1930), poetessa giapponese
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Vincent van Gogh, “Il postino Joseph Roulin”, 1888
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Discorso del postino
“Sono in possesso di una bella collezione
di cartoline che non ho potuto consegnare.
Messe in rigoroso ordine alfabetico.
Saluti dalle ferie, firmati da unti politici,
tradimenti d’amore in stampatello,
consigli pratici: ti prego, non dimenticare
di chiudere il gas. Tutto ciò che lega
gli umani. Scritture spigliate che si sperperano,
altre puritane che si allungano in basso.
E tutti questi bei volti annullati:
Adenauer, Franco, il triste re di Grecia
che timbravano ancora un pezzo dopo
che era in esilio. Anche pellicani e tulipani
non mancano alla mia collezione.
Ma una cartolina mi è cara in modo particolare,
fu imbucata a New York, ha fatto il giro del mondo
senza liberarsi del suo messaggio.
Dice il testo: Non ti perdono.
Mai.”
Michael Krüger, “Discorso del postino”
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“Dietro il tendone del grande circo
nella pancia della notte
si nasconde il fuoco degli uomini
che si mangia ballando per fare la vita
Prima di tutto, incerta e benedetta,
mangiai un fuoco gentile, un raggio di primavera
che svanì nelle prime nubi della sua leggera stagione.
Poi assaggiato il coraggio e tutto troppo d’un fiato,
il pieno calore del mezzogiorno nel deserto:
la gola si arse e non c’è medicina
contro il fuoco
che si mangia ballando per fare la vita.
La ferita marcì e fu aspro il ritorno, impregnato nel sangue.
Per guarire, mi sono rifugiata in una povera oasi
dove ho trovato il fuoco del camino, il riposo delle arterie, il sonno.
Al risveglio, con occhi aperti ho indagato i fuochi
per trovare dove fosse il mio:
la combustione dell’olio di pietra che muove le grandi macchine
e i fuochi d’artificio delle grandi celebrazioni
che lasciano dietro di sé il vuoto del giorno dopo,
il discreto calore della lampada di Aladino,
lo scoppiettìo del falò sulla spiaggia.
Ho preso infine il fuoco dei sentieri di montagna
che accende le storie di draghi e di fate,
per forgiare il mio gioiello di oro vivo,
il piccolo talismano di luce che guida l’anima.
Ora sono pronta
per la mia ora più forte
la brace rossoviva che assorbe lo sguardo
liberando la mente in meditazione
mentre arroventa la carne concentra i sapori e gli odori
nell’istante infinito
le distanze si risucchiano in sé
e i confini non ci sono mai stati
trascorre l’oceano caldo
nella pancia della notte
dove nasce il fuoco.”
Livia Bazu (poetessa rumena)
*****
Foto di Sonia Simbolo
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“La frase, la limpida precisione della sua logica,
hanno fermato la rivolta.
Essi,
abbandonando tranquillamente la pietra impugnata,
hanno obbedito senza essere in grado di opporsi
all’ordine delle parole: guardarsi
nel profondo di se stessi.
Nel cerchio silenzioso
il miracolo cominciò a realizzarsi. Dicono
che compie prodigi incredibili. Questo,
così essenziale,
forse è il meno proclamato, il fatto
che accetteremo le nostre viltà
onestamente.
Per quel miracolo
non fui lapidata. Come se fossero trascorsi secoli
le pietre violente caddero dalle mani
convertite in morbida sabbia.”
José Watanabe (poeta peruviano), da “Abito tra noi”, 2002
*****
“Mi interessa quello che vedo.
Mi interessa sempre.
Come quando rimbalza negli occhi un riflesso improvviso,
calpesti un momento di fortuna
e vai a sbattere contro il primo passante.
Mi interessa l’odore che sento.
Mi interessa come quando provi a spacciare gentilezza,
ma ormai è tardi
la tua storia è arrivata prima di te.
Mi interessa il vento che mi porta via ogni emozione
lasciandomi sepolto da una risata di gioia.
Mi interessa l’arrivo.
Mi interessa il ritorno.
Mi interessa il mentre.”
Vincenzo Costantino, “La gente si incontra”
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Il suonatore di tamburo
“Il suonatore di tamburo
non crede che i rumori esistano nella realtà
ma li produce lui percuotendo una pelle tesa
sulla misura dei suoi battiti.
Il suonatore di tamburo non crede
che la melodia possa essere altra cosa
dal battito interno che lo guida.
Da tempo egli rispetta soltanto il tempo
e da questa contemplazione esclude
tutto ciò che accade incidentalmente,
né sa disporre i suoi rumori di tamburo
in modo da farne un romanzo, o qualsiasi
altra cosa utilizzabile, se si esce
dal campo dei rumori. Quel che conta sono certi
colpi che ogni tanto gli provano la sua presenza
e quindi l’utilità del tentativo
di dare un significato al tempo”.
Ennio Flaiano, “Il suonatore di tamburo”, da “La spirale tentatively”, in “Autobiografia del blu di Prussia, 1974
*****
Illustrazione di Beata Puskarczyk (artista polacca)

*****
“Tu conti
senza stancarti
le nuvole
che separano la tua finestra
dall’alba
tu cerchi sul greto
le parole della madre
quelle che faceva sgusciare e scorrere
nella matassa delle sue lingue
l’inverno prima di Natale
le agganciava sopra un filo
davanti al caminetto con delle immagini
laddove le aveva prese
nella buca delle lettere
in fondo al giardino
erano intirizzite dal freddo
bisognava riscaldarle
e poi non suonavano
come quelle degli altri bambini a scuola
tu le ritrovi
nascoste nelle conchiglie
e canticchi con loro
il canto perduto della madre
batte così lontano
in ciascuna delle tue vene
e percuote il suolo con il tuo passo
a lungo
scegli sotto la pioggia
i colori dei suoi paesaggi
quelli che s’impastavano e cuocevano
per te con il pane del mattino
abitante smarrita di paesi
che non avevi mai visti
e che erano i suoi
non sapevi
che erano i tuoi
tu vivevi
in una città senza sponde
e i cigni
le disegnavano a sera
laggiù al tramonto
con lunghi gridi aspri
la madre le ricamava
poi le riponeva in buste
che partivano molto lontano
verso un altro continente
il tempo le ha dipinte
con le sue lettere sulle stoffe
che sgocciolano
agli alberi dopo l’acquazzone
tu le stendi alla finestra
e tieni nel cavo delle tue mani
tutte queste strade
che nessuno conosceva
nella città senza sponde
le tue mani luccicano
nella notte
riempite di case
e di volti
quelli di laggiù
e cammini
tu traghettatrice di sponde”
Cécile Oumhani, “Traghettatrice di sponde”, da “Métissage”, 2012
*****
Amedeo Modigliani, “Jeanne Hébuterne in maglione giallo”, 1919
*****
“Età : 75 anni
Professione : ex stiratrice
È da molto
che non vedo Madame Chevrot,
la donna che di solito
incontravo nella strada principale.
Mi sorrideva
e il suo sorriso mi costringeva a fermarmi,
anche se avevo fretta,
per parlare del tempo,
della sua bellezza di un tempo
e degli uomini che l’hanno amata.
Madame Chevrot è piccola,
un naso grosso come una melanzana
e pochi denti
rotti e neri,
Lei giura con fierezza, che sono veri.
Elegante, per quanto l’età lo permetta.
Truccata, tanto che le cascano le palpebre …
Al nostro ultimo incontro
mi ha raccontato
di aver conosciuto un uomo
nella sala da ballo
dove stava imparando la salsa.
Lui avrebbe tanto voluto vivere con lei …
Ma lei?
Lei esitava,
divisa tra rinunciare alla sua libertà
e rinunciare al suo russare,
perché, mi diceva,
è tutto quello che lui può offrirle
la notte.”
Maram al-Masri, da “Anime scalze”
*****
Henri Matisse, “Lezione di piano”, 1916

*****
I
Quella tastiera, lui vi tornava ogni mattina,
Era così da quando aveva creduto
Di udire un suono che avrebbe cambiato la vita,
Ascoltava, martellando il nulla.
E così percorreva un suolo fradicio.
La musica, nient’altro che un bagliore
All’orizzonte di un cielo che restava cupo,
Credeva che vi si addensasse il lampo.
Invecchiò. E il temporale lo rinchiuse
Nella sua casa dai vetri illuminati.
Le sue mani sulla tastiera smarrirono il sogno.
È morto? Che si alzi, nel buio,
E socchiuda la porta, ed esca! Senza sapere
Se sia il giorno che spunti o la notte che cali.
Una mano che s’arrischia, anelante,
Nei vortici di un’acqua sia chiara sia cupa,
La sua immagine si sbriciola, si potrebbe credere
Che non abbia più la forza di trattenere.
E quest’altra, nello specchio? Si avvicina
Alla tua, che le va incontro, le loro dita si toccano
Quasi, ma nel nulla di questa distanza
S’apre l’abisso tra essere e apparenza.
Queste dita, almeno, che scuotono corde.
Un’altra mano salirà, dal fondo dei suoni,
A prenderli nei suoi, per guidarli?
Ma verso cosa? Io non so se è amore
O miraggio, e nient’altro che sogno, le parole
Che non hanno che acqua o specchio, o suono, per tentare d’essere.
Yves Bonnefoy, da “L’ora presente”, 2013
*****
Foto di Sonia Simbolo

*****
“Attorno m’urlava la strada assordante.
Alta, sottile, in lutto, nel dolor regale, una donna passò,
alzando con superba mano e agitando, la balza e
l’orlo della gonna; agile e nobile, con le gambe statuarie.
Ed io le bevevo, esaltato come un folle, nell’occhio,
cielo livido presago d’uragano,
dolcezza che incanta e piacere che dà morte.
Un lampo … poi la notte!
Bellezza fugace, il cui sguardo m’ha ridato vita a un tratto,
nell’eternità solamente potrò rivederti?
Altrove, lontano, troppo tardi, mai forse!
Perché ignoro dove fuggi, e tu dove io vada,
o te che avrei amato, o te che lo sapevi!”
Charles Baudelaire, pubblicata per la prima volta su “L’Artiste”, 1855, poi ne “I fiori del male”
*****
La ragazza della pensilina
“Esce dalla pensilina e guarda
verso sinistra:
rientra e ricomincia il suo ticchettio nervoso.
Non ce la fa più, ne muore, ha bisogno
che arrivi l’autobus, la vita, tutto
ciò che questa le ha riservato.
E ne ha bisogno ora, adesso, questo sabato sera.
Domani è una chimera, una finzione,
un pianeta lontano anni luce.
Esce di nuovo, guarda e si consuma di desiderio.
È terribilmente sfortunata un secondo
e al successivo – arriva l’autobus finalmente – ride
e sembra che albeggi nel mondo.
La guardo e penso
che anche solo per questo,
per questa forza, per provare
ciò che proprio adesso lei sta provando,
vale la pena vivere.”
Karmelo Iribarren, da “Ola de frío”, 2007
*****
Lucien Hervé, “Construction of the Unité d’habitation”, Marseille1949
*****
Il Ragazzino che portava acqua nel setaccio
“Ho un libro su acque e ragazzini.
Mi è piaciuto di più il ragazzino
che portava l’acqua nel setaccio.
La madre disse che portare acqua nel setaccio
era come rubare un vento e
uscire correndo per mostrarlo ai fratelli.
La madre disse che era come
prendere spine nell’acqua.
Come crescere pesci in tasca.
Il ragazzino era legato alla spontaneità
Volle costruire le fondamenta
di una casa sulla rugiada.
La madre si accorse che il ragazzino
Amava più il vuoto che il pieno
Diceva che i vuoti sono più grandi e addirittura infiniti.
Con il tempo quel ragazzino
che era ossessivo e strano,
perchè gli piaceva portare l’acqua nel setaccio.
Con il tempo scoprì che
scrivere sarebbe stato come
portare acqua nel setaccio.
Con il tempo scoprì che
scrivere sarebbe stato come
portare acqua nel setaccio.
Nello scrive il ragazzino vide
che era capace di esser una novizia
un monaco o un mendicante contemporaneamente.
Il ragazzino imparò ad usare le parole.
Vide che poteva giocare con le parole
E iniziò a giocare.
Fu capace di modificare il pomeriggio inserendo una pioggia.
Il ragazzino faceva prodigi.
Addirittura fece fiorire una pietra.
La madre osservava il bambino con tenerezza.
La madre disse: Figlio mio sarai poeta!
Porterai l’acqua sul setaccio la vita intera.
Riempirai i vuoti
con i tuoi giochi,
e alcune persone ti ameranno per la tua spontaneità!”
Manoel de Barros (Manoel Wenceslau Leite de Barros), “Il Ragazzino che portava acqua nel setaccio”, poeta brasiliano
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Edvard Munch, “Disturbed vision”, 1930
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“I colori sono meno forti adesso?
Non so, io li vedo più netti.
Ma è negli occhi che comincia a fare scuro.
I titoli dei libri si ritirano nello scaffale
come volessero adesso starsene da soli.
La vite caduta è perduta senza scampo,
nella penombra sotto il banco. Le persone
d’altra parte, molto più nitide adesso.
Le persone della mia gioventù, vaghe ombre
dai contorni deboli nella periferia. Devo
avere guardato qualcos’altro.
Questo qualcos’altro adesso non si vede affatto.”
Lars Gustafsson (poeta e scrittore svedese), da “Förberedelser för vintersäsongen: elegier och andra dikter”, 1990 – Traduzione di Enrico Tiozzo
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Mi piacciono i timidi
“Mi piacciono i timidi
che sulle guance hanno i tramonti
che nel silenzio hanno le parole giuste
che negli occhi hanno
i ti amo mai detti
che prendono spinte e si scusano
che bevono piano e guardano l’acqua nel bicchiere.
Mi piacciono i timidi
che stanno lì a riempire i mondi
dal lato della finestra sbagliato
che con la testa bassa
portano il peso di tutto il cielo
e cadono
e cadono le stelle dentro loro
ma nessuno guardandoli esprime desideri.
Mi piacciono i timidi
perché salvano il mondo senza saperlo
e quando lo vengono a sapere
dicono che non sanno chi è stato.
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Immagine dal web
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“Lei è commessa in un presepe di neon
Guarda le macchine sul viale di periferia
Nessuno entra, nessuno la guarda
Vanno i passanti in un triste Natale
Lei è pallida, ha gli occhi azzurri
Un po’ spaventati, forse non è bella
Ma con grazia ripiega i vestiti non venduti
Dolcemente si annoia, ogni sera dell’anno
Dall’auto lui la vede, nella vetrina appannata
Un colpo di clacson è la sua serenata
Come la prima volta il cuore traballa
Lei ha gli occhi azzurri, forse non è bella
Ma lei è importante per lui
E lui è importante per lei
Anche se i giornali non ne parlano
Lui ha perso già tutti i capelli
Ha la pancia, è sempre vestito male
Guida il taxi in tuta, canta vecchie canzoni
Aspetta per ore sotto vecchi lampioni
Ma ogni notte lei lo aspetta sveglia
Ascolta i suoi passi, guarda i suoi gesti
Mentre un po’ goffo si spoglia
Lui sa di fumo e di benzina
Lei ha un pigiama da bambina
Il letto cigola, e si abbracciano
Lui è importante per lei
E lei è importante per lui
Anche se i giornali non ne parlano
Però stasera vogliono dimenticare
I pochi soldi, il mutuo, le vacanze non fatte
E vanno insieme alla pizzeria Pagoda
Lei ha i tacchi e un vestito fuori moda
Lui ha una camicia troppe volte stirata
E la cravatta con cui l’ha sposata
E ordinano vino, non importa quanto costa
Brindano e si guardano negli occhi
Ridono col cameriere che li tratta da ricchi
E sotto il tavolo lui le tocca il ginocchio
E lei lo provoca, con la spallina abbassata
E hanno ancora un sacco di cose da dirsi
Anche se la vita spesso chiude la bocca
E giorno dopo giorno ti vuole uguale
Lei è pallida, lui vestito male
Ma lui è importante per lei
E lei è importante per lui
Anche se i giornali non ne parlano.”
Stefano Benni, “Loro”, da “Chichilaki”
*****
Foto di Simone Venditti
*****
“Ritorna a volte il sogno in cui mi avviene
di manovrare un tram senza rotaie
tra campi di patate e fichi verdi
nel coltivato le ruote non sprofondano
schivo spaventapasseri e capanni
vado incontro a settembre, verso ottobre
i passeggeri sono i miei defunti.
Al risveglio rispunta il dubbio antico
se questa vita non sia evento del caso
e il nostro solo un povero monologo
di domande e risposte fatte in casa.
Credo, non credo, quando credo vorrei
portarmi dall’al di là un po’ di qua
anche la cicatrice che mi segna
una gamba e mi fa compagnia.
Già, ma allora? sembra dica in excelsis
un’altra voce.
Altra?”
Luciano Erba, dall’omonima raccolta del 1918
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“Lo so, mio buon Gesù, che durante una sera piovosa
ti porterò per cena del pane,
nascosto nel manto, ed entrando nella stanza vedrò tutto triste
il tuo santo volto chino sul giornale.
E non visto mi siederò accanto a te
e vedrò oscurarsi il tuo puro volto,
mentre scorri notizia su notizia,
mentre turbato sfogli pagina su pagina.
Come potrei allora consolarti
stando pieno di vergogna davanti a te?
E sarebbe la mia voce abbastanza forte
da difendere tutto il mondo dinanzi a te?
La mia piccola statura cadrebbe sotto il peso di tali parole,
ma nei miei occhi splenderebbe una gioia umana.
Lascia – ti direi con voce tremante – ,
che la nostra piccola terra ruoti pure avanti.
Poi uscirei pian piano davanti alla porta.
E ti lascerei solo nel tuo dolore.
Pregando sulla soglia che il buon profumo
del pane sulla mensa calmi la tua ira.”
Nikola Šop (Bosnia), dall’antologia di Fedora Ferluga-Petronio, “Nikola Šop: poeta di Gesù e del cosmo”, 2017
*****
Philip Wilson Steer, “Cosa si dice della guerra?”, 1881
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Il contadino di Taškent
“Il contadino di Taškent dai denti d’oro
mi regala un fascio d’erbe con un sorriso
e mi dice con suoni che non riesco a riconoscere
qualcosa come albero falò mantice o fiume.
È un uomo semplice del centro dell’Asia
e io un sudamericano che s’è portato dietro
il suo logoro bagaglio.
Egli mi offre con le sue erbe
quest’aria così reale e così chiara
della quale si nutrono uva pesche
spezie cipolle cannella
i visi aperti verso il giorno
che si riempie delle cose umilie complesse che compongono la vita:
l’amore e la frutta lo sguardo la mano
il sorriso e il canto.
Sono un uomo d’America e un uomo
dell’Asia che non capiscono ciò
che pronunciano le loro bocche ma conoscono
quello che non entra nelle parole
e che fa gravida l’aria quest’aria
che illumina ed avvolge
quando insieme si trovano
l’uomo dell’Asia con l’uomo americano.”
Jorge Arbeleche (poeta uruguaiano), “Il contadino di Taškent”, Traduzione di Martha L. Canfield
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Ubaldo Oppi, “Contadino a sera”
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“Chi scrive
è
un visitatore
Viene di notte
e prende il posto del
sonno
Si siede a tavola
e mangia la mia fame
Scrive
ciò che nemmeno supponevo
Firma con il mio nome.”
Eunice Carvalho de Arruda, “Un visitatore”, da “Cambio di luna”, 1986
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Le passanti
“Voglio dedicare questa poesia
a tutte le donne amate
per qualche istante segreto.
A quelle conosciute appena,
che un destino diverso porta via
e che non si ritrovano più.
A quella che si vede apparire
per un secondo alla finestra
e che, rapida, scompare via,
però la sua sagoma snella
è tanto graziosa e sottile
da rimanerne rasserenato.
Alla compagna di viaggio,
i cui occhi, affascinante paesaggio
fan sembrare breve il cammino
e che si è il solo, forse, a capire
ma che, però, si lascia scendere
senza averle sfiorato la mano.
All’esile e leggera ballerina di valzer
che vi è parsa così triste e nervosa
in una notte di carnevale,
che è voluta rimanere ignota
e che non è più ritornata
a volteggiare in un altro ballo.
A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore grigie
accanto a uno ormai troppo diverso
vi hanno, inutile follia,
fatto vedere la malinconia
d’un avvenire disperante.
A quelle timide innamorate
che sono restate in silenzio
e che ancora vi rimpiangono,
a quelle che se ne sono andate
lontane da voi, tristi, abbandonate,
vittime d’uno stupido orgoglio.
Immagini care appena scorte,
speranze d’un giorno deluse,
domani sarete nell’oblio
per quel poco di felicità che sopravvenga
È raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.
Ma se la vita è andata male,
si pensa con un po’ di rimpianto
a tutte quelle felicità intraviste,
ai baci che non si osò prendere,
ai cuori che forse vi attendono,
agli occhi mai più rivisti.
Allora, nelle sere di stanchezza
mentre si popola la propria solitudine
di fantasmi del ricordo
si piangono le labbra assenti
di tutte quelle belle passanti
che non si è saputo trattenere.”
(La poesia, ispirata al componimento poetico “A una passante”, di Charles Baudelaire, fu ripresa da Georges Brassens nel 1972 e da Fabrizio De André nell’omonima canzone del 1974)
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“Ritorna a volte il sogno in cui mi avviene
di manovrare un tram senza rotaie
tra campi di patate e fichi verdi
nel coltivato le ruote non sprofondano
schivo spaventapasseri e capanni
vado incontro a settembre, verso ottobre
i passeggeri sono i miei defunti.
Al risveglio rispunta il dubbio antico
se questa vita non sia evento del caso
e il nostro solo un povero monologo
di domande e risposte fatte in casa.
Credo, non credo, quando credo vorrei
portarmi all’al di là un po’ di qua
anche la cicatrice che mi segna
una gamba e mi fa compagnia.
Già, ma allora? Sembra dica in excelsis
un’altra voce.
Altra?”
Luciano Erba, “Il tranviere metafisico”, dall’omonima raccolta del 1987
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Dipinto di Carmen de Maio

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“Ho visto molti postini vagare in questi boschi autunnali.
I loro sacchi gialli si erano gonfiati, come la pancia di una capra appena sazia.
Hanno raccolto lettere di epoche passate, vecchie e nuove,
i postini in questi nostri boschi autunnali,
li vedo, continuamente a setacciare come delle gru che pescano segretamente
con una tale impossibile enigmatica vigilanza,
non come i nostri postini
dalle cui mani continuamente si perdono
le nostre implacabili e gratuite lettere d’amore.
Noi continuamente ci allontaniamo l’uno dall’altro
noi continuamente, nella smania di ricevere lettere, ci allontaniamo l’uno dall’altro,
noi continuamente riceviamo lettere da lontano
proprio ieri ci siamo allontanati e già abbiamo lasciato cadere
nelle mani del postino una lettera piena del nostro amore.
È in questo modo che le persone simili si allontanano da altre persone simili,
in questo modo che cerchiamo di esprimere le nostre arroganze, debolezze e desideri.
È in questo modo che in piedi davanti allo specchio, non riusciamo più a guardarci
nella solitudine delle terrazze serali ci lasciamo trascinare alla deriva.
È in questo modo che tenendo le nostre camicie aperte, da soli, continuiamo
a naufragare sotto un materiale di luce lunare
è da molto tempo che non ci siamo abbracciati
è da molto tempo che non sentiamo il gioco delle labbra e della lingua
è da molto tempo che non abbiamo ascoltato le canzoni dell’Uomo
è da molto tempo che non abbiamo visto i giochi insensati dei bambini.
Da una foresta all’altra più antica ci lasciamo trascinare.
Dove l’eterno delle foglie lascia il segno sulla pietra in un esilio ultraterreno
così nel paese senza cielo della comunicazione ci lasciamo trascinare —
Ho visto molti postini vagare in questi boschi autunnali
i loro sacchi gialli si erano gonfiati, come la pancia di una capra appena sazia.
Lettere di epoche passate, vecchie e nuove, sono state raccolte
dai postini in questi boschi autunnali.
Ho visto lettere allontanarsi l’una dall’altra.
Non ho mai visto gli alberi allontanarsi l’uno dall’altro.”
Shakti Chattopadhyay (India), “, Nei boschi autunnali”, da “Movimenti, acque, soliloqui. Poesia moderna bengalese”, a cura di Alessandro Anil e Giuseppe Flora, 2025 – Traduzione di Alessandro Anil e Mary Cassatt
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Mary Cassatt, “La lettera”, 1891-1892

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“I capi sono sempre
qualcuno da odiare,
qualcuno a cui dare la colpa
dei nostri fallimenti, dell’amarezza di non
poter essere
migliori di loro.
Il capo ha successo, è potente e
ha sempre un sacco di soldi.
È un uomo importante
che
ti guarda sempre dall’alto in basso;
ma sappiamo tutti
che ci sono capi amareggiati,
le loro mogli hanno
una o più amanti,
nessun dipendente vuole
parlare con loro,
persino il cane all’angolo
parla male del capo.
I capi non sono solo
avidi di denaro
o corrotti
e autoritari,
provengono quasi sempre
da famiglie povere
e la promozione che hanno ottenuto
li rende orgogliosi.
Negano segretamente
il loro umile passato
e tutto deve essere fatto
come pensano loro,
e nessuno di noi
ha mai
ragione su nulla, e la loro convinzione
è che se tutti fossero come loro,
il mondo sarebbe un posto migliore.”
Edgar Artaud Jarry (Messico), “I capi”, da “Periódico de Poesía”, n. 56, Febbraio 2013
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Quando la mia vicina
“Quando la mia vicina
va dal parrucchiere
torna così cotonata, tronfia
inorgoglita, sembra
persino più alta.
La vedo rientrare
sul marciapiede, rinata
non più
la trasandata
che sta al suo davanzale,
anche la gamba
fa meno male,
anche la fantasia si fa
più serena
e il bene non è pena,
ma sotto
quell’impalcatura,
con il colore fresco, senza sbavatura,
né più il bianco della natura,
la sua preoccupazione oscura
è camuffata
da passeggiata.
Se solo la conoscessi,
le direi
che è così bella, che sta
così bene,
ma non per l’eccezione di quel giorno,
non per il taglio, per il suo orgoglio:
a entrambe le donne
che abitano in lei
e due volte sarei sincera
e due volte mentirei.”
Beatrice Zerbini, da “In comode rate”, 2019
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“Li salutava mio padre,
con occhi fissi e denti stretti.
Ma, con sorrisi quieti e voci di miele,
mi sfioravan i ricci con dita di seta.
Ospiti di casa, parenti in divisa.
Ma nello sguardo cortese,
traspariva un inverno sottile.
S’insinuavano quelle serpi gentili,
oltre l’uscio non chiesto.
Frugavano i miri nidi di cuscini,
spalancavan cassetti.
E a mio padre stringevano i polsi,
tra spire di gelido acciaio.
Così rimase nuda la casa.
Tempio dissacrato,
bottega senz’artigiano.
Ed io, non scolaro né apprendista,
ma schiavo d’una scuola senza perdono.
Allora mutaron i loro visi.
Si disfecero le maschere,
sotto lingue come fruste,
occhi che scortavan ogni passo.
E tornò il gelo di quelle spire,
su quella carne mia già corrosa.
La bottega di nuovo vuota.
Ma oltre il sole lacerato dalle grate,
mio padre.
Canuto e stanco,
custode del mio stesso silenzio.”
Tommaso Foscarin, “Il Bottegaio”, da “Luce nel buio”, 2023
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Eva Besnyö, “Nicole Dumont”, Amsterdam, 1934
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“gli occhi ti diventano di ghiaccio · mi guardano attraverso le lenti
dell’obiettivo e si mettono in posa – il sorriso storto
espressivo o pieno d’anima · sciocco · come disinteressati assenti
davanti all’eternità in cui credono di essere catturati a ogni scatto
come se la vita si potesse giustificare con delle pose
mentre io cerco ciò che concedono solo a sé stessi
il momento della non simulata presenza
spulciando tra tutto questo fingere
a volte lo colgo mentre si voltano
per vedere la faccia che stanno
perdendo: arrossendo · arrabbiata · una sorta di passione
nella sconfitta · nulla di straordinario – eppure una fototessera
del privato · dalla quale con impensata risoluzione
qualcosa di noi emerge lievemente quasi
come la luce che annerisce l’argento
poi devo solo pensare al tipo d’inquadratura
che catturi questo bagliore · è un pugno
al cuore vedere quanto siamo nascosti
quanto effimeri siamo davanti a questi sfondi di muri e narcisi
e quanto poco sappiamo mantenere il nostro contegno”
Raoul Schrott (Austria), da “L’arte di non credere a nulla”, 2025 – Traduzione di Federico Italiano
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Quando rinunciò alle montagne si fece
“Quando rinunciò alle montagne si fece
lavavetri, issandosi su corde e carrucole
a cinquanta piani sulla strada. L’amore del cielo
è una dipendenza come rubare
veloci il tempo dalla tonda prigione dell’orologio.
Ama finestre alte. Le lascia per ultime,
guardando giù il traffico, strisciando su lavoratori
la cui visione pulisce in uno sciacquo, come un vetro fresco.
I piccioni oscillano come burattini sotto le sue mani.
Ma pensa a sotto?
Ama la paura del difetto nascosto nel ponteggio, la crepa su un’asse sleale?
Pensa al viaggio fatale tra il suo vivere e morire? No.
Guarda, dentro, i contabili che annuiscono, ammicca
a una stupita segretaria a cui sfugge il fascicolo.
Guarda per miglia di tetti riflessi, il cielo specchiato sull’invisibile finestra.
È come volare sulla superficie della nostra brama di un visibile orizzonte.
A mezzogiorno le finestre più in alto sono chiare come una risposta, al tramonto puro oro,
di notte puro blu lunare.
Tristemente scende giù con l’ascensore
e ricomincia ai piedi del muro cieco.”
Daniel Mark Epstein (Usa), in “Dall’alba al crepuscolo. Poesie 1967-2014”, 2015 – Traduzione di Simone Dubrovic
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Edvard Munch, “Muratori al lavoro sull’edificio dello studio”, 1920
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Con las mismas manos
“Con le stesse mani con cui ti accarezzo sto costruendo una scuola.
Arrivai quasi all’alba, con quello che pensai fossero abiti da lavoro,
ma gli uomini e i ragazzi che aspettavano nei loro stracci,
comunque mi dissero signore.
Stanno in un casermone mezzo demolito,
con qualche branda: lì passano le notti ora invece di dormire sotto i ponti o nei portoni.
Uno sa leggere, e lo mandarono a cercare quando seppero che io avevo una biblioteca.
(È alto, luminoso, e ha una barbetta sull’insolente volto di mulatto.)
Passai attraverso quello che sarà il refettorio della scuola, oggi segnalato solo da una tavola
sulla quale il mio amico traccia col dito nell’aria porte e finestre.
Dietro c’erano le pietre, e un gruppo di ragazzi
le trasportava su veloci carriole. Ne chiesi una
e cominciai ad imparare il lavoro elementare degli uomini elementari.
Poi presi la mia prima pala e bevvi l’acqua silvestre dei lavoratori,
e, stanco, pensai a te, quella volta
che lavorasti ad una raccolta finché la vista ti si annebbiò
come ora a me.
Come eravamo lontani dalle cose vere, amore quanto lontani – come uno dall’altro!
La conversazione e il pranzo
furono meritati, e l’amicizia del pastore.
Poi ci fu una coppia di innamorati
che arrossivano quando li indicavamo, ridendo
fumando, dopo il caffé.
Non c’è un momento
in cui non pensai a te.
Oggi forse di più,
e mentre aiuto a costruire questa scuola
con le stesse mani con cui ti accarezzo.”
Roberto Fernández Retamar (Cuba), “Con las mismas manos” – Traduzione di Silvio Bertocci
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“Era assolato
e senza un alito di vento
-quel pomeriggio d’estate
del 1948-
e seduta
all’ombra di un telo
-Carmela scacciava mosche
e vespe fastidiose.
Un cigolio
ci fece rizzare le orecchie
-come lucertole girammo la testa-
nel brillio dell’aria
c’era qualcosa che avanzava
-mentre nell’ortale imperava
il richiamo sensuale delle cicale.
Sotto il primo platano
si fermò
-e infischiandosene
di quella quiete cimiteriale
che aveva appisolato i Bucitesi-
*à cuminciàtu a jettàri ‘u bànnu
ppè re vie-
d’accattàri ppè pòchi lìri
nu gilàtu dùce da liccàri.
La piazza
diventò un’oasi in festa
-una infantile allegria
contagiò-
gente avvezza ai sospiri
consumare in fretta
quella delizia
dentro una coppetta.
Cercai lo sguardo di mia nonna
tirando più volte la sua gonna
-quante lacrime su quel muretto
che ci separava da quel carretto-
Carmela
era ricca dentro –
nelle tasche
-possedeva il vento.”
(* ha cominciato a gridare/per le vie/di acquistare per poche lire/un gelato dolce da leccare)
Pietro Aloise, “Il gelataio”, da “Le trappole della nostalgia”, 1990
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Dal web
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“Hai la stessa età che avevo io
quando iniziavo a sognare di incontrarti.
Non lo sapevo ancora, come tu
non lo hai mai imparato, che qualche volta
l’amore è una pistola carica
di solitudine e di malinconia
che adesso i miei occhi puntano contro te.
Sei la ragazza che sono andato cercando
per tanto tempo quando ancora non esistevi.
E io sono quell’uomo verso cui
un giorno vorrai dirigere i tuoi passi.
Ma allora sarò così lontano da te
come tu da me adesso a questo semaforo.”
Joan Margarit i Consarnau (poeta e architetto catalano), “La ragazza del semaforo”, da “Joana” , 2002
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L’uomo dagli occhi meravigliosi
“Quando eravamo piccoli c’era una casa strana,
gli scuri erano sempre chiusi
non sentivamo voci venire da dentro.
Il giardino era pieno di canne di bambù,
ci divertivamo a giocare tra i bambù.
Fingevamo di essere Tarzan, anche se mancava Jane.
C’era un grande stagno con i pesci rossi più grassi del mondo.
Erano pesci addomesticati. Salivano in superficie
per prendere dalle nostre mani le briciole di pane.
I nostri genitori ci avevano detto:
“Non avvicinatevi a quella casa.” Naturalmente ci andammo.
Ci chiedevamo se qualcuno ci abitasse.
Passavano le settimane, ma non si vedeva nessuno,
un giorno sentimmo una voce provenire dalla casa:
“Maledetta puttana!” Era la voce di un uomo.
Poi la porta di casa si spalancò e l’uomo ne uscì.
Teneva una pinta di whisky nella mano destra.
Avrà avuto trent’anni.
Aveva un sigaro in bocca e la barba non rasata.
I suoi capelli erano ribelli e spettinati
ed era scalzo in canottiera e pantaloni.
Ma gli occhi erano luminosi, splendevano. E disse:
“Signorini! Spero vi stiate divertendo.”
Poi fece una risatina e tornò nella sua casa.
Ce ne tornammo nel giardino dei miei genitori per riflettere sulla cosa.
Arrivammo alla conclusione che i nostri genitori volevano tenerci lontani da lì,
perché non volevano che vedessimo un uomo come quello:
un uomo forte dagli occhi meravigliosi.
Si vergognavano di non essere come lui
per questo volevano tenercene alla larga.
Ma noi tornammo a quella casa e alle canne di bambù
e ai pesci addomesticati.
Tornammo tante volte e per molte settimane di seguito,
ma non vedemmo né sentimmo più quell’uomo.
Gli scuri erano chiusi come sempre e tutto era silenzioso.
Un giorno mentre tornavamo da scuola vedemmo la casa.
Era bruciata, non era rimasto niente.
Solo delle fondamenta fumanti.
Corremmo allo stagno dei pesci rossi e non c’era più l’acqua.
I grassi pesci rossi erano morti.
Tornammo al giardino dei miei a parlarne.
Secondo noi i nostri genitori avevano bruciato la casa
avevano ucciso gli abitanti e avevano ucciso i pesci
perché era tutto troppo bello.
Avevano bruciato anche la foresta di bambù.
Avevano avuto paura dell’uomo dagli occhi meravigliosi.
Noi cominciammo a temere che per il resto della nostra vita
sarebbero successe cose come queste,
che nessuno avrebbe voluto persone belle come quell’uomo,
che gli altri non lo avrebbero permesso
e che molte persone sarebbero dovute morire.
Charles Bukowski, “L’uomo dagli occhi meravigliosi”, da “Nato per rubare le rose – Madrigali da una camera in affitto”
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Inge Morath
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“La violoncellista estrae dal pozzo della notte
un alveare volante, le rotaie
della metropolitana, un tonfo,
un garrulo stuolo di cornacchie,
il vento che gonfia le lenzuola, il vento
che fa di marzo un maestro di nitidezze.
L’archetto si profuma di laghi.
La violoncellista ci abitua ad ogni sorta di miracolo marino
la testa gonfia di singhiozzi
percorre le incongruenze delle periferie
i sussulti dei treni inghiottiti dalla nebbia
i tornanti scoscesi dell’amore.
La violoncellista esibisce a volte un sorriso che non è di questo mondo
ricorda le beatitudini del bosco
siepi di rosmarino spalancate sulle palpebre.
Ma io voglio vedere le sue gambe voglio vedere
se l’alba le disegna una città di mare sulla fronte.”
Paolo Polvani, “La violoncellista”, inedito
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“La Grande Jeanne non faceva distinzioni
tra inglesi e francesi
purché avessero le mani fatte
come diceva lei
abitava il porto, suo fratello
lavorava con me
nel 1943.
Quando mi vide a Losanna
dove passavo in abito estivo
disse che io potevo salvarla
e che il suo mondo era lì, nelle mie mani
e nei miei denti che avevano mangiato
lepre in alta montagna.
In fondo
avrebbe voluto la Grande Jeanne
diventare una signora per bene
aveva già un cappello
blu, largo, e con tre giri di tulle.”
Luciano Erba, “La Grande Jeanne”, da “Il male minore”, 1960
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Frantisek Kupka, “La ragazza di Gallien”, 1909-’10
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“Clelia ha ancora
bellissime gambe d’amore,
lavandaia diligente
le tiene ripiegate nelle grucce.
Alessio ha genitori ultracattolici
ma si sente donna.
Iris poteva essere sua madre,
ma morì a cinque anni.
Féfè guida la pattuglia,
ma è sempre molto esaurito.
Gino mette incinte le slave,
ma piuttosto paga un avvocato.
Gennaro è un voltagabbana,
viene dal popolo che non lo vota
e pesca la verità
da un fiume di scolorina.
Alessia adesso è donna
però vorrebbe fare il militare.
Iris non ha avuto figli,
chiacchiera spesso con Adelina
e ne assume la paternità
il condominio è complemento oggetto.
La guardia smonta
dopo essersi commossa
al levar splendente del sole
dietro il Vesuvio.”
Flavio Almerighi, “Portatori sani”, Inedito 2017, dal sito “La dimora del tempo sospeso”
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In evidenza: Foto di Sonia Simbolo