Affabulazioni

Cassandra, ovvero perché le donne intelligenti sono sempre fuori posto

17.01.2022

“Cassandra, tesoro mio, parliamone. No, davvero, è necessario. Non puoi continuare così. Sono ormai più di duemila anni: quando è troppo, è troppo. Persino dopo morta, resti lì piangente in un angolo, come se fosse colpa tua. Come se avessi sbagliato qualcosa o non avessi fatto abbastanza. No, rimettiamo le cose nella giusta prospettiva.
Il cumulo di disgrazie che t’hanno fatto cadere addosso, figlia mia, supera di gran lunga quello di ogni eroina della mitologia greca. E, santi numi, le eroine della mitologia greca sono famose per le sfighe che si tirano addosso. Ma, come dire, per le altre, almeno, le sventure sono selezionate: di solito un marito imbecille, come Medea, o un amante idiota, come Didone, o un padre che è meglio perderlo che trovarlo, come Danae, o magari anche la propria stupidità, come Niobe. Tu invece, ragazza mia, no, te le prendi tutte. Infili disgrazie come le altre infilano perline nel filo. Appena ti muovi, pàffete, ti ritrovi nei guai.
Sulla carta hai tutto per essere felice. Sei figlia di un re, che è sempre una posizione invidiabile, e poi sei bella. No, bella non basta: sei clamorosamente bella. I poeti, diciamolo, con questa cosa di Elena “la più bella del mondo” si sono un po’ fissati, ma tutto perché a Elena faceva da ufficio stampa Omero. Se però si va a guardare, Elena di Sparta sì, aveva la coda di pretendenti, ma umani, e all’apice della carriera fa perdere la testa a tuo fratello Paride, un bamboccino vanesio che probabilmente si incapricciava di qualsiasi gonnella intravvedesse. Tu, Cassandra, caspita, no. Quello che perde la testa per te è un dio. E mica una divinità zuzzurellona come Zeus, che, proprio come Paride, appena incrociava una femmina perdeva la trebisonda. Per te perde la capoccia lo schizzinoso Apollo, bello ed impossibile. Con tutto che è il luminoso dio della razionalità, come ti vede nel suo tempio che fai la sacerdotessa stramazza cotto, per la prima volta in vita sua.
Ti corteggia. Perché è un dio, ma mica ti vuole così, una botta e via come di solito si fa con le mortali. No, il buon Apollo ti vuole spo-sa-re. Roba da andare subito dritte dritte da Elena e dirle: «Cicca! Cicca! Cicca!»
Le altre donne a questo punto sarebbero già a prenotare l’abito bianco e scegliere le bomboniere, con stampato in faccia il sorriso più scintillante al solo pensiero dell’olimpio fidanzato. E tu? Tu no.
Tu che sei bella, ma anche intelligente ed assennata, di quel possibile matrimonio intuisci subito i lati oscuri. Sì, certo, lui è bello, ed è dio, ma tu, appunto, sei mortale. All’idea di lasciare la tua casa ed il mondo, infilarti nell’empireo degli dei che da sacerdotessa conosci bene anche nei loro momenti poco simpatici, ti prende l’ansia. Il fidanzato, come dono di nozze, ti ha regalato la capacità di prevedere il futuro, e quel futuro che vedi ti spaventa. Ti senti inadeguata ed inadatta, e capisci che sarai infelice.
Allora, con tutto il tatto possibile, fai l’unica cosa che ti sembra razionale, confidando che il dio della razionalità capirà le tue ragioni. Gli dici di no.
Apollo, molto razionalmente, si incazza. È dio, certo, ma è soprattutto maschio. Come sarebbe a dire no? Una mortale che dice no? E per di più una femmina?
Sì, sì, è proprio no. Minaccia. Sbraita. Ma non ti si smuove di un centimetro. Così alla fine, non riuscendo ad ottenere quello che vuole, e non potendo neppure toglierti il dono che ti ha già fatto, si comporta come il più vendicativo dei bambini viziati. Ti lascia la capacità di precedere il futuro, ma ci aggiunge la maledizione di non venire mai creduta. In pratica ti lascia essere saggia ma ti costringe a vivere circondata da idioti. Che per una persona intelligente peggior condanna non c’è.
Da questo momento in poi, la tua vita è un rotolare verso il baratro. Cassandra, sei diventata una cassandra, di nome e di fatto.
Capisci tutto. Sempre. E purtroppo. Ma per quanto ti sbatta ad avvisare quei tumbani con cui vivi, niente, quelli tirano dritti: tu li avverti che c’è davanti un muro e loro, invece di deviare, corrono di più a spatasciarcisi addosso. E pazienza potessi salvarti almeno tu. No, mannaggia. Loro combinano casini, tu li avverti, loro se ne fregano e tu ci vai di mezzo.
L’unico modo per fuggire da Troia assediata sarebbe sposarsi e andar via, lasciano gli altri a scannarsi in loco. Ma i tuoi due fidanzati vengono ammazzati uno dopo l’altro, in guerra, e tu resti lì, bloccata dentro alle mura, a guardare quell’immane ed inutile carneficina. Il cavallo lo capisci che è un inganno. Ma ciao che ti credono. Sei una donna, e se per giunta ti incazzi e sbraiti, l’unica cosa che ottieni è passare pure per isterica, o per una scentrata.
Se gli uomini non ti ascoltano, persino gli dei ti voltano le spalle. E pazienza Apollo, che per come l’hai trattato magari qualche motivo ce l’ha. No, tu sperimenti anche la totale assenza di solidarietà divina femminile. Quando la notte dell’assalto finale, con la città che brucia e i Greci che fanno strage per le strade, correndo, trafelata, riesci a rifugiarti nel tempio di Atena, la dea vergine della razionalità che di Troia è protettrice e quindi dovrebbe essere una di casa, vieni tradita anche dai numi. Aiace entra, ti afferra e ti stupra, fregandosene del fatto che sei una sacerdotessa e sei abbracciata all’altare. E Atena, quella stronza di Atena, che fa? Ti aiuta? Fulmina il reo? No, distoglie lo sguardo. Roba che un vaffanculo all’Olimpo tutto in seduta plenaria non glielo può togliere neanche Zeus.
Poi Troia è ridotta in cenere, e le donne, come in ogni guerra, divengono bottino. Se le spartiscono i conquistatori, al pari delle suppellettili. Tu sei bella, anzi, la più bella, e quindi vai al più potente: ti vuole Agamennone, il Re dei Re, il capo della spedizione.
Che gran fortuna. Roba che quasi quasi ti invidiano, le altre destinate a divenire schiave peregrinando nelle corti minori, che sono poco più grandi di fattorie sperdite fra i sassi ed abitate dalla capre, perché nella sfiga generale tu sembri aver colto il meglio. Anche perché Agamennone di te s’incapriccia.Ti vuole portare con sé a Micene come fossi una regina. Ha perso la testa per te, come Apollo tanti anni prima.
La differenza è che tu stavolta non puoi dire di no, perché con lui non hai scelta: non è un pretendente, è un conquistatore. Non ti opponi, lo segui, remissiva e quasi indifferente, forse perché la violenza subita ti ha spezzata dentro, e quello che è rimasto di te e pare vivo è solo un guscio vuoto. Lo sai che ti porta a morire. A casa quell’immane cretino ha una moglie, Clitemnestra, che lo odia in modo feroce. Per arrivare a Troia ed avere buoni venti Agamennone ha sacrificato la loro figlia, Ifigenia, e non sono cose che una madre può perdonare. Tanto meno se poi lui, dopo dieci anni, torna a casa con una concubina, senza la minima creanza.
Cerchi di avvertirlo, ma Agamennone è stupido. Il più stupido di una sequela infinita di cretini che hai incrociato in vita tua. Non vede e non sente nemmeno ciò che è evidente e salta all’occhio, mentre tu percepisci e capisci anche ciò che è nascosto e non appare.
Sono giorni d’incubo gli ultimi tuoi, i cui scorgi i muri della reggia che grondano sangue, e i sinistri presagi che si accumulano, assisti impotente ad una danza di morte.
Quando ti ammazzano, con un colpo d’ascia, come una vacca portata al macello, è quasi una liberazione. Almeno è finita. Almeno non devi angosciarti più per loro. Almeno non devi più ogni santo giorno affrontare la loro stupidità cieca, che è la peggiore forma di violenza.
Il mondo non è fatto per le donne intelligenti, Cassandra. E il mondo, quindi, non è fatto per te.”

Galatea Vaglio, “Cassandra, ovvero perché le donne intelligenti sono sempre fuori posto”

Fonte: Il nuovo mondo di Galatea – https://galateavaglio.com/

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Nell’immagine: Anne Marie Zilberman, “Le lacrime di Freyja” (opera attribuita a Gustav Klimt)

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