Pensieri

Abbracciare gli alberi per salvare il mondo

19.01.2022

“Trecento anni fa, più di 300 membri della comunità Bishnoi nel Rajasthan (India), guidati da una donna di nome Amrita Devi, sacrificarono le proprie vite per salvare dall’abbattimento i loro “khejri“, gli alberi sacri, cingendoli con le braccia. Inizia con quest’evento la storia documentata del movimento “Chipko“.

Nel racconto, i taglialegna del locale “Maharajah” giungono con l’intenzione di tagliare gli alberi dei contadini, per ricavarne il legno per costruire una nuova fortezza. In alcune versioni della leggenda gli sforzi drammatici degli abitanti del villaggio riescono ad impedire la distruzione della foresta; in altre versioni Amrita muore nel generoso tentativo.

L’attuale “Chipko” è popolarmente riconosciuto come un movimento per la rinascita del potere delle donne e delle questioni ecologiche, la cui storia, nel “Garhwal Himalaya“, è un mosaico di eventi e di attori molteplici. Mira Behn, una delle più strette discepole di Gandhi, trasferitasi nella Regione dell’Himalaya alla fine degli anni ‘40, qui cominciò ad osservare le spaventose alluvioni che si riversavano nel Gange. La deforestazione inesorabile e la coltivazione di pini commerciali, al posto di alberi a larga foglia, erano senza dubbio la causa di quanto accadeva. Si fece voce presso i responsabili ed intraprese un progetto comunitario con la popolazione locale, dalla quale imparò che non basta piantare alberi, ma occorreva piantare quelli ecologicamente adatti.

La base organizzativa delle donne si consolidò negli anni ‘70, che videro l’inizio di frequenti manifestazioni popolari, specie contro lo sfruttamento fatto dagli appaltatori che venivano dall’estero. È il tempo in cui Raturi compose la famosa poesia, che diede il nome al movimento:

Abbraccia i nostri alberi
salvali dall’abbattimento
la proprietà delle nostre colline
salvala dal saccheggio.

Il movimento si diffuse in tutto il Garhwal e nel Kumaou, grazie alla guida completamente decentrata delle donne locali, legate l’una all’altra in modo non verticale, ma orizzontale: portavano le notizie con le canzoni e le poesie di villaggio in villaggio, di regione in regione.

Nel 1973 una donna che stava pascolando le mucche vide alcune persone munite di scuri, chiamò a raccolta le compagne che circondarono questi uomini dicendo: «Questa foresta è la nostra madre. Quando c’è poco cibo, veniamo qui a raccogliere erbe e frutta secca per nutrire i nostri bambini. Troviamo piante e funghi. Non potete toccare questi alberi». Insieme, istituirono squadre di sorveglianza ed il governo fu obbligato a costituire un comitato, che raccomandò la cessazione per 10 anni dei tagli a scopo commerciale nel bacino dell’Alakananda.

Scriveva nel 1978 Sarala Behn:

«Dobbiamo ricordare che il ruolo principale delle foreste collinari non dovrebbe essere quello di procurare reddito, bensì di mantenere l’equilibrio delle condizioni climatiche di tutta l’India settentrionale e la fertilità della piana del Gange…Se lo ignoriamo si accelererà pericolosamente l’alternarsi ciclico e ricorrente di inondazioni e siccità».

Quasi 10 anni dopo, nel dicembre del 1987, a Stoccolma venivano consegnati due premi: Robert Solow, del MIT, riceveva il premio Nobel per l’economia, per la sua teoria della crescita basata sulla superfluità della natura; contemporaneamente, il premio Nobel alternativo – Premio per il diritto alla vita – è stato conferito alle donne del movimento “Chipko” che, come leader e come attiviste, hanno posto la vita delle foreste al di sopra della propria e, con le proprie azioni, hanno affermato che la natura è indispensabile alla sopravvivenza.

Fonte: www.presdonna.it

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Nell’immagine: le donne del movimento “Chipko”

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