Magazzino Memoria

La memoria rende liberi

19.01.2022

“Nell’estate del 1948 avvenne l’incontro che cambiò completamente la mia vita.
Non avevo ancora compiuto diciotto anni e i nonni decisero di portarmi in vacanza a Pesaro, da due cugine che la nonna da tempo si riprometteva di andare a trovare. Ero nervosissima: non ero mai di buon umore e la prospettiva di andare in un posto dove non conoscevo nessuno non mi allettava per niente. Ero abituata sin da bambina a trascorrere le estati in Liguria – prima con mio papà e  successivamente con gli zii – ed ero convinta che nelle Marche mi sarei annoiata da morire.
Alloggiavamo al Vittoria, un albergo elegante affacciato sul mare. Faceva un caldo micidiale, la spiaggia era bruttissima, piatta, e non c’era niente che mi piacesse. Decisi di fare un bagno e sulla spiaggia incontrai una mia cugina in compagnia di alcuni amici tra cui c’era Alfredo, il mio futuro marito.
Io, che non mi ero mai interessata all’altro sesso e avevo tanti progetti nella mia  testa, ebbi un colpo di fulmine! Guardai quest’uomo e pensai: “Quanto mi piace! Oddio, mi sento male!
Ci innamorammo all’istante, e tre giorni dopo eravamo fidanzati.
Quando i miei nonni lo seppero, interruppero bruscamente la vacanza e mi portarono immediatamente a Milano. Non avevo mai mostrato simili interessi e quindi per loro si trattò di una sorpresa, inoltre erano preoccupati per me, non volevano che  uscissi con le ossa rotte da quella storia estiva. Si erano informati e avevano scoperto che Alfredo era un uomo un po’ leggero, uno che si divertiva.
Ma sei pazza!” Mi dicevano. “Con tutto quello che hai passato, ti metti con uno di dieci anni più vecchio di te! Uno che tutte le  estati sta con una diversa!
Alfredo viveva a Bologna. Era laureato in Legge e lavorava in uno studio legale.
Gli bastò notare il mio numero sul braccio (ero in costume, e il tatuaggio era in vista) per capire che – nonostante la differenza d’età – non ero una ragazzina come le altre.
Io so cos’è questo“, mi disse, notando le cifre sul mio polso. “In Germania ho incontrato tanti che lo avevano. Che cosa tremenda.
Sentii che con lui avrei potuto parlare e così, timidamente, cominciai a raccontargli qualcosa. Solo qualche dettaglio, perché allora non parlavo di questo argomento.
Cominciammo a parlare e non ci fermammo più. Smettemmo solo qualche giorno prima che morisse.
Conoscerlo mi cambiò dal giorno alla notte, perché l’amare – parola nuova – e l’essere amata – parole strepitosamente nuove – compirono una rivoluzione in me. Volevo godermi a fondo questa nuova condizione. Entrambi avevamo un passato ingombrante, ma insieme decidemmo di vivere oltre: “Sappiamo tutto l’uno dell’altro, di quello che è stato. Adesso, però, siamo noi due“.
Finché non ufficializzammo la nostra relazione, lui veniva a Milano di nascosto: andavamo a ballare in una sala vicino al Teatro dell’Arte oppure al cinema, a baciarci… Accadeva tutto il sabato e la domenica pomeriggio, perché la sera io non avevo il permesso di uscire. Mia nonna era tremenda e mi diceva: “Devi capire che tu sei mia nipote, non mia figlia, quindi io ho una doppia responsabilità: sei minorenne e hai un fidanzato che ha dieci anni più di te. È un uomo, per cui tu stai a casa ed esci quando lo dico io!
Avevo vent’anni quando ci sposammo, era il 1951, e ricordo che prima delle nozze mio zio Amedeo chiamò Alfredo e gli disse: “Guarda, ti dico la verità: amici medici mi hanno detto che queste donne che per tanto tempo non hanno avuto le mestruazioni e che hanno assunto questo bismuto, potrebbero anche non avere figli“.
Non mi importa” – gli rispose. – “Io ad avere figli non ci penso“. (…)
Per tanto tempo ho provato a dimenticare il lager, per quanto possibile. Perché il mio braccio mi ha parlato senza sosta, tutti i giorni, ogni minuto. La mia vigliaccheria mi aveva spinto, fin dai tempi della prigionia, a non vedere, non sentire, non capire, non parlare, non esistere. E anche dopo, da donna libera, ho continuato a convivere con certe paure: per esempio, non posso dormire da sola in una casa (non l’ho mai fatto in via mia), i cani lupo mi suscitano un’ansia terribile (anche quelli vecchi e malconci), le ciminiere fumanti mi inquietano al punto che non ho mai avuto un camino.
E in nome di quella vigliaccheria, di quell’egoismo profondo, ho taciuto per molti anni. Non ho parlato del lager per un desiderio di normalità e Alfredo mi ha offerto tutta la serenità di cui ho avuto bisogno.
Con lui ho conosciuto questa cosa meravigliosa che è la passione e ho cercato di essere quella che lui voleva che io fossi. Perché lui mi ha insegnato tutto: dal primo bacio al sesso.
È stato come veder nascere un’altra Liliana, una Liliana che non voleva più essere triste e parlare di cose dolorose, una Liliana che voleva essere felice e godere insieme a lui di questa gioia, di questo amore, della fortuna di essere amata (…).”

Liliana Segre, da “La memoria rende liberi”, 2015

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