Magazzino Memoria

Donatella, il gattino che miagolava nel bagagliaio

26.01.2022

29-30 settembre 1975

Cigno, cigno… c’è un gatto che miagola dentro a una 127 in viale Pola”.

Mi avevano scambiata per un gattino. Ma forse a un gattino avrebbero risparmiato un po’ di quello che hanno fatto a me.
Mi chiamo Donatella, ho 17 anni e mi piacciono i fotoromanzi dove si racconta sempre la favola di Cenerentola e dove il principe azzurro è Fabio Testi. Vado a scuola, ogni tanto al cinema. Prima o poi avrò un fidanzato che assomiglierà a Fabio Testi e farà di me la sua principessa.
Magari è Carlo che ho incontrato l’altra sera assieme a Rosaria, proprio mentre uscivo dal cinema e ci siamo scambiati i numeri di telefono. Ci siamo anche trovati per un caffè in un bar dell’Eur, io e Rosaria. Carlo e Gianni e anche Guido. Sono simpatici, carini e sono diversi dai ragazzi che conosciamo: ridono più forte, hanno vestiti più belli e dal portafogli tirano fuori mazzette di banconote. Si vede che sono ricchi, e che sono abituati a fare la bella vita, però con noi sono gentili. Ci sentiamo un po’ lusingate che dei tipi così chic si interessino a delle ragazze come noi.
Ci permettiamo di fantasticare un po’. Metti com’è essere la fidanzata di uno così… deve essere bello: le case, i viaggi, le pellicce, i gioielli.
Se non sogni principi e castelli a 17 anni, quando potrai farlo ancora?
E poi tutto, ma proprio tutto, promette bene: anche la festa a cui ci invitano. In villa!
Solo che quando arriviamo in questa villa non c’è nessuna festa: ci siamo solo io e Rosaria con Gianni e Guido.
E una pistola. E le botte. Così tante botte che sembrano non dover finire mai. E il sesso. Mica quello che da fotoromanzo dove si vedono i baci e sono così romantici e dolci che non puoi che pensare a quanto possa essere romantico e bello. No. Il sesso di Gianni e Guido, e poi di Andrea, è cattivo: è fatto di “puttana” e calci e pugni e mani che allargano e mi tengono ferma. È fatto di risate volgari, di occhi affamati che, adesso lo vedo, non sono mai stati abituati a chiedere, ma solo a prendere tutto quello che vogliono. È fatto delle urla di Rosaria che a un certo punto finiscono e allora, quando sento il suo silenzio, capisco che i principi azzurri non esistono, ma esistono gli assassini. E capisco che tra un po’ smetterò di urlare anche io. Lo capisco mentre mi trascinano in giro con una corda legata al collo e mi fanno sbattere la testa contro tutti gli spigoli. Lo capisco mentre li sento dire, scocciati e divertiti: “aoh questa non vuole morire”.
E no che non voglio morire. Ho 17 anni e leggo i fotoromanzi con Fabio Testi e vado a scuola e mi piace il cinema. E voglio andare ancora al cinema, a scuola, in edicola.
Chiudo gli occhi e respiro così piano che sembro morta. Mi chiudono nel bagagliaio della macchina assieme a Rosaria, che lei, sì, è morta davvero. E quando la macchina si ferma e non sento più le risate di Gianni, Guido e Andrea, inizio a urlare e a sbattere con i pugni contro il cofano.
Questo era il miagolio che ha sentito un metronotte in viale Pola. E io ero il gattino che si aspettavano di trovare i carabinieri aprendo il cofano della 127 in cui ero rannicchiata assieme al cadavere di Rosaria.

Mi chiamavo Donatella Colasanti e il 29 e 30 settembre del 1975 sono stata seviziata in una villa del Circeo da tre ragazzi ricchi. La mia amica non è sopravvissuta. Ma io sì. Sono sopravvissuta per avere giustizia per me e per lei. Perché fino a me, fino al 30 settembre 1975 lo stupro era un reato contro la morale. Dopo di me e dopo le parole furiose del mio avvocato, Tina, lo stupro è stato riconosciuto un reato contro la persona.

Sono morta 30 anni dopo aver smesso di credere al principe azzurro. 30 anni dopo aver lasciato la speranza della felicità in una villa affacciata sul mare.

Dal web

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Il racconto di Donatella Colasanti

Tutto è cominciato una settimana fa, con l’incontro con un ragazzo all’uscita del cinema che diceva di chiamarsi Carlo, lo scambio dei numeri di telefono e la promessa di vederci all’indomani insieme ad altri amici. Con Carlo così, vengono Angelo e Gianni, chiacchieriamo un po’, poi si decide di fare qualcosa all’indomani, io dico che non avrei potuto, allora si fissa per lunedì. L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio. Arrivano solo Angelo e Gianni, Carlo, dicono, aveva una festa alla sua villa di Lavinio, se avessimo voluto raggiungerlo… ma a Lavinio non arrivammo mai. I due a un certo punto si fermano a un bar per telefonare a Carlo, così dicono; quando Gianni ritorna in macchina dice che l’amico avrebbe gradito la nostra visita e che andassimo pure in villa che lui stava al mare. La villa era al Circeo e quel Carlo non arrivò mai. I due si svelano subito e ci chiedono di fare l’amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: “Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari”. Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l’inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un’altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all’improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. Mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po’, e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: “Questa non vuole proprio morire”, e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l’ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c’era ancora, ma quando l’hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: “Guarda come dormono bene queste due”.

Fonte 1975: il massacro del Circeo, su lastoriasiamonoi.rai.it 

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