Riflessioni

Dal backstage di Yunus: Confini

27.01.2022

Simone Corami:
“Confine è una parola che ha molti significanti e significati, a seconda dell’uso e del discorso. Quello di cui parlo io e credo che tu l’abbia capito è il confine, come orizzonte, importante. C’è però poi il limen, la soglia, che è qualcosa di incredibilmente interiore.
Ricordo quando studiai “Antropologia della performance” di Victor Turner, dove lui, grande antropologo, passa in rassegna i riti degli sciamani e riesce a vedere la trasformazione che coinvolge sia lo sciamano sia la collettività che assiste. Addirittura c’è una valenza nei riti della politica, ma sto divagando. Quello che io cerco di far capire è che noi siamo sempre una soglia, siamo un confine. Iniziare il viaggio dipende dalla nostra capacità di guardare l’orizzonte. Parte da dentro ed arriva fuori.”

Betty: “Hai ragione Simone. Noi siamo il confine. Ed il viaggio ci fa USCIRE. Intendevo questo, parlando del modo con cui uso il
‘ti cielo’. Ma tu sei molto più bravo di me con le parole e con i pensieri!!!
Volevo però dirti che leggendoti, stamattina, ho focalizzato.
A conferma del fatto che c’è sempre il momento giusto per ‘vedere’.
Benjamin pensava e sentiva. Per questo ha scelto di interrompere il suo contatto con la vita. Io non comprendo chi fa queste scelte, ma ne posso intravedere la genesi. E Benjamin non solo ha capito la modernità, ma ne ha stigmatizzato i limiti (tanto per tornare all’argomento di cui sopra). Si può essere d’accordo o meno, ma di certo non se ne può negare la lucidità”.

Clizia:
Mi è piaciuta molto questa riflessione. Ogni orizzonte diventa il cielo di quel momento…

Simone Venditti:
E per tornare ai centri ed al funzionamento corretto del centro emozionale ed intellettuale insieme… E di come producano una porta per superare in confine… Ripropongo come Tesla scoprì il campo magnetico rotante di cui oggi non potremmo fare a meno…

“Un pomeriggio, che è sempre presente nei miei ricordi, il sole stava tramontando e riportò alla mia mente il glorioso passaggio di Goethe:
‘Il giorno sta morendo; il sole se ne va,
e si affretta laggiù, a destare nuova vita.
Ah, nessuna ala mi solleva dal suolo,
perché possa protendermi per sempre ad inseguirlo!’

Non appena pronunciai queste parole ispiratrici, l’idea venne come un lampo di luce e in un istante la verità mi si rivelò.
Disegnai con un bastone sulla sabbia lo schema mostrato sei anni dopo nella conferenza tenuta presso l’American Institute of Electrical Engineers.”

Tesla percepì un campo ruotante di energia e improvvisamente seppe che avrebbe potuto ricreare questo campo ruotante fornendo corrente agli avvolgimenti di un motore in differenti punti o fasi come ai pistoni di un motore.
Le forze risultanti dell’attrazione e repulsione magnetica avrebbero conferito al rotore il movimento equivalente di una ruota e tutto questo sarebbe stato portato a compimento con la corrente alternata.
Grazie a questa sua intuizione, il mondo ha fatto un salto che potremmo definire quantico. Ancora oggi usiamo la corrente alternata e il suo motore e molte altre invenzioni di Tesla.

Gabriella:
Anch’io vorrei fare una piccola riflessione, perché questo argomento mi interessa moltissimo, così come la parola “limes” mi ha sempre affascinato. Mi intrigano la pluralità e l’ambivalenza dei suoi significati.
In realtà i romani non intendevano il “limes” come un semplice limite, come una soglia, ma come un confine fortificato, semmai una porta da proteggere in modo che nessuno potesse varcarla. Oltre questa soglia, c’era il nemico, al di là si nascondeva l’ignoto o comunque qualcuno o qualcosa di cui diffidare, da cui guardarsi.
Poiché però “limes” era anche anche una sorta di linea di confine che separava gli appezzamenti di terra per indicarne l’appartenenza e poiché spesso lungo questa “linea” veniva tracciata una strada, il termine finì con l’indicare anche quest’ultima.
E qui spunta il particolare più curioso: i romani, popolo guerrafondaio per eccellenza ma anche con un senso del sacro che li portava a divinizzare qualunque cosa (perfino le fogne, come dimostrato da “Cloacina”, la dea che proteggeva la Cloaca Maxima), consideravano sacre anche le pietre che segnavano il “limes”.
E credo proprio che questa straordinaria varietà di significati si presti perfettamente ad esprimere cosa accade in noi.
Così “arroccati” nei nostri confini, pronti a difenderci a spada tratta da un mondo esterno perché “hic sunt leones”. Tanto fragili in noi stessi quanto forti nei bastioni faticosamente costruiti nel corso della vita.
Eppure così “vicini”, limitrofi a quel mondo, di cui percepiamo il fascino, la ricchezza, di cui vorremmo gustare i colori e i sapori “esotici”.
Così tentati di creare strade che comunichino con quel mondo per ora ignoto, ma pulsante e vivo e caldo. Così simile a noi.
Un confine “sacro”, una porta che solo noi possiamo decidere di serrare a chiavistello o di spalancare del tutto…

Simone Venditti:
“Al di là delle idee, al di là di ciò che è giusto e ingiusto, c’è un luogo. Noi ci incontreremo là.”
(Rumi)

Clizia:
Si potrebbe considerare   il limite invisibile…  della caverna e l’esterno, rispetto alla conoscenza  della realtà (Platone)…

Simone Venditti:
“Ogni uomo viene al mondo simile a un foglio di carta bianca; ma le circostanze e le persone che gli stanno intorno fanno a gara per imbrattare questo foglio e per ricoprirlo di ogni genere di scritte”.
(Gurdjieff)
“Ed ecco intervenire l’educazione, le lezione di morale, il sapere che chiamiamo conoscenza, tutti i sentimenti di dovere, onore, coscienza ecc. A poco a poco il foglio si macchia, e più è macchiato di pretese «conoscenze», più l’uomo è considerato intelligente.
Più sono numerose le scritte nel posto chiamato «dovere», più il possessore è considerato onesto e così via per ogni cosa. Il foglio così sporcato, accorgendosi che le macchie vengono scambiate per meriti, le considera preziose. Ecco un esempio di ciò che chiamiamo «uomo», cui aggiungiamo spesso delle parole come «talento» e «genio». Eppure il nostro «genio» vedrà il suo umore guastarsi per tutto il giorno se al mattino, svegliandosi, non trova le pantofole accanto al letto.
L’uomo non è libero, tanto nelle sue manifestazioni che nella vita. Non può essere ciò che vorrebbe essere, e nemmeno ciò che crede di essere. Non somiglia all’immagine che ha di se stesso. «Uomo»: una parola altisonante, ma dobbiamo chiederci di che tipo di uomo si tratta. Non certo l’uomo che si irrita per delle sciocchezze, che presta attenzione a delle meschinità e si lascia coinvolgere da tutto ciò che gli succede intorno. Per avere il diritto di chiamarsi uomo, bisogna essere un uomo!
Qualcuno vi loda, e voi siete contenti; qualcuno vi rimprovera, e il vostro umore si guasta. Qualche novità vi attira, e immediatamente dimenticate ciò che tanto vi interessava un attimo prima. È questo che ci lega e ci impedisce di essere liberi. E, quel che è peggio, questo fatto assorbe tutte le nostre forze e il nostro tempo, e ci toglie ogni possibilità di essere oggettivi e liberi.
Chiedetevi: «Sono libero?» Ognuno di noi non è che un esemplare di automa animato. Probabilmente pensate che, per fare ciò che fate e per vivere come vivete, siano necessari un’anima e persino uno spirito. Ma forse basta una “chiavetta” per ricaricare la molla del vostro meccanismo, a rinnovare continuamente l’inutile sarabanda delle vostre associazioni. Da questo sfondo emergono dei pensieri slegati, che voi cercate di connettere insieme presentandoli come preziosi e personali. E, altrettanto, coi sentimenti e le sensazioni passeggere, con gli umori e le esperienze vissute, ci creiamo il miraggio di una vita interiore. Ci vantiamo di essere coscienti, capaci di ragionamento, parliamo di Dio, dell’eternità, della vita eterna, e di argomenti elevati; parliamo di tutto ciò che si può immaginare, discutiamo, definiamo e valutiamo, ma omettiamo di parlare di noi stessi e del nostro reale valore oggettivo.
Man mano che un uomo comincia a conoscersi, scopre continuamente dentro di sé nuove zone di meccanicità, che chiameremo automatismo: zone in cui la sua volontà, il suo «io voglio» non ha alcun potere, e dove tutto è così confuso e sfuggente”.

Fabio:
Singolare coincidenza leggere le vostre riflessioni sui confini, in questa domenica, in cui percorro strade di questa città…
Per riprendere (e maltrattare un po’) la frase di Rodari, citata da Simone…  “il cielo sembra una sola bandiera blue (con 12 stelle gialle), e la Terra è… tutta a pezzetti”.

Simone Venditti:
In effetti in quelle zone in cui si è osservatori e osservati credo si apra la porta sul confine.

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Nell’immagine: Giovanni Fontana, “Xeroscrittura”, 1991 

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