Riflessioni

La Dragunera

29.01.2022

“La Dragunera parla con voce sanguigna, è il canto di una terra assolata e pervasa di magia”.
(Donatella Di Pietrantonio)

“Dragunara” in Sicilia, “cud’arrattu” (“coda di topo”) a Tropea, “cura di drau” (“coda di drago”) a Castellamare… E così via, in una colorita girandola di nomi: “cur’ i zifuni” (“coda del tifone”) “manica”, “sufunara” (“arpia”) “rragani” (“uragano”), “strega del mare”,  “demonio ingannatore”  bue marino.

Cos’è?

È la tromba d’aria, quella che sbuca all’improvviso dal mare, quasi evocata dalla potenza degli inferi, violenta e devastatrice,  quella che “varchi e galeri agghiutti, anchi a li marinari” (“barche e galee inghiotte, anche i marinai”).
Non a caso, per i pescatori siciliani, tra i tanti demoni che popolano “casa cauda” (la “casa calda”, ossia l’inferno), ce n’è uno, “Mazzamareddu” (o “Ammazzamariddu”, o “Mazzapaneddu”, o anche “Fuddhittu”, il “folletto”), il cui compito è proprio quello di seminare il terrore tra gli uomini scatenando terremoti, tempeste o trombe marine.
Per scongiurarne la furia, a Santa Maria di Licodia (Catania), i contadini pronunciano un particolare scongiuro accompagnato da un gesto della mano sinistra che disegna tre croci nell’aria:

“Mazzamareddu,
ccu la mazza ‘n coddu,
passa di ccà,
ca ti rumpu lu coddu!”
(“Mazzamareddu,
con la mazza sul collo,
passa di qua,
che ti rompo il collo!”)

Lo scongiuro  deve essere ripetuto per tre volte consecutive, dopodiché il turbine si placa…o almeno così assicura la gente…

A Trapani, invece, le “dragunare” sono donne che tengono i loro misteriosi conciliaboli sul monte Cofano, dove, nel corso di vere e proprie cerimonie di  iniziazione, le nuove adepte ricevono un anello che, infilato nel dito medio della mano sinistra, servirà a stendere un velo di sonno profondo sulle palpebre dei rispettivi mariti, che così dormiranno fino al loro ritorno, alle prime luci dell’alba.
Contro le “dragunare”, i pescatori si sono tramandati, di padre in figlio, il seguente scongiuro:

“Putenza di lu Patri,
sapienza di lu Figghiu,
virtù di lu Spiritu Santu,
e vui tutti li Santi
livatimilla di cca davanti.”
(“Potenza del Padre,
sapienza del Figlio,
virtù dello Spirito Santo, e voi tutti i Santi,
levatemela di qua davanti.”)

Se però la formula non dovesse funzionare, sarebbe necessario ripeterla, ma questa volta invertendone i termini:

“Putenza di lu Figghiu,
sapienza di lu Patri,
virtù di lu Spiritu Santu,
e vui tutti li Santi
livatimilla di cca davanti.”

E se anche  pronunciata in questo modo non sortisse alcun effetto, eccone pronta un’altra versione:

“Virtù di lu Spiritu Santu,
putenza di lu Figghiu,
sapienza di lu Patri,
e vui tutti li Santi
livatimilla di cca davanti.”

..e poi un’altra ancora, cambiando l’ordine di precedenza della Trinità invocata…così nessuno si offende:

“Sapienza di lu Patri,
putenza di lu Figghiu,
virtù di lu Spiritu Santu,
e vui tutti i Santi
livatimilla di cca davanti.”

Ciò che importa è che lo scongiuro sia sempre accompagnato dal gesto di “tagghiari” la coda della “dragunara” mediante un segno di croce fatto con una “fauzzigghia” (ossia una piccola falce)
oppure con un coltello.

Anche nella provincia di Caltanissetta la “dragunara” ha le  sembianze di una donna che si leva in volo con i lunghi capelli sciolti sul corpo nudo e, vorticando su se stessa, si dissolve in un cupo vapore. Se però qualcuno riesce a tagliarla con un coltello e con il consueto ricorso a uno scongiuro, eccola dissolversi in una pioggia di cenere nera.
Nell’agrigentino, invece, la “dragunara”, una volta tagliata, semina sul terreno ogni sorta di “stregherie” (calze di seta, scarpe vecchie, arcolai ecc.), a testimonianza della sua natura rigorosamente femminile (e come ti sbagli?!).

In base alle convinzioni popolari, le “dragunare” rappresenterebbero la versione malvagia delle cosiddette “donne di fuora” (o “donnuzzi di locu”, o “donni di notti” ecc.), che, dietro la rassicurante parvenza di brave casalinghe, nascondono  in realtà un'”anima strega”.
In origine sarebbero state 33 potenti creature al servizio della “Fata Maggiore” (o “Mamma Maggiore”), che ad ogni neofita somministravano una pozione soporifera in grado di farla dormire per un giorno intero, il tempo necessario per ricevere in sogno i segreti della stregoneria.

“Semu vinuti tutti trentatrì.
E ti vinnumu tutti a visitari, ed ogneduna ti voli ciatari.
‘Ncumpagnia nostra ti vulemu purtari.
Ranni putistà t’avemu a dari, ma li nostri cumanni divi fari.
Mentri ca sì curcata, nesci pi prisintariti a Fata Maggiuri.
Pì fariti canusciri, lassicci un truffu di li tò capiddi, chi ti li metta ‘ntro libru ranni.
O cummittu ti voli purtari, cu li spiriti ti ni torni, cà quannu t’arrusvigghi …
nuddu e nenti ti pò dari suggizioni”.
(“Siamo venute tutte e trentatré.
E ti siamo venute a visitare, ed ognuna ti vuole alitare.
In compagnia nostra ti vogliamo portare.
Grandi poteri ti dobbiamo dare, ma i nostri comandi devi fare.
Mentre che sei coricata, esci per presentarti alla Fata Maggiore.
Per farti conoscere, lasciale un ciuffo dei tuoi capelli, che te lo metta dentro il libro grande.
Al convitto ti vuole portare, con gli spiriti te ne torni, che quando ti svegli …
nessuno e niente ti può dare soggezione”).

Tre volte a settimana  (il martedì, il giovedì e il sabato), rigorosamente di notte, queste donne uscivano in spirito dalle loro case,
dopo aver avvertito i rispettivi mariti di non toccare il loro corpo, dopodiché si riunivano a Ventotene, per decidere sulle fatture da fare o sulle “legature” da sciogliere. E chi avesse desiderato una visita della “Signora”, avrebbe dovuto riceverla in una casa perfettamente pulita e ordinata, bruciando incenso misto a foglie d’alloro e rosmarino, in modo che il profumo sprigionato da queste erbe la evocasse e salutandola con questa formula:

“Ti salutu re di lu Suli. Ti salutu re di la Luna. Ti salutu stidda ‘ndiana. Beni aspettu ‘ntra sìmana”
(“Ti saluto re del Sole. Ti saluto re della Luna. Ti saluto stella indiana. Bene aspetto entro la settimana”).

L’oscurità è il mistero e, insieme, la protezione di queste donne: se infatti vengono sorprese dalla luce del giorno, si trasformano in rospi e soltanto la notte successiva riprenderanno le loro sembianze femminili.

La loro versione nera, malvagia, è invece quella delle “Animulari” che, secondo la tradizione,  avrebbero venduto l’anima al diavolo diventando streghe cattive, votandosi quindi al male.
Il loro nome deriva dal fatto che  escono di notte brandendo un arcolaio, appunto l’“animulo”, che sembrerebbe assimilarle alle Moire dell’antica Grecia, il cui compito era quello di tessere il filo del fato.
Le “animulare” sono le “donne del vento”, o le “timpesta di ventira”, perché esattamente come il vento penetrano nelle case insinuandosi attraverso le serrature delle porte. Una di esse è proprio la “Ddragunara”, la tromba d’aria.

Altrove però i ruoli si invertono e sono invece le donne di casa, madri e nonne,  che hanno il compito di lottare contro le “dragunare” e lo fanno recitando delle litanie come la seguente:

“Quandu la dragunera pi lu munnu iva
cuntrò Gesù e Santa Maria
ci dissinu: “Dragunera unna vai?”
“Vaiu arbuli a pillari
e lavuri a stradicattari”
Gesù ci dissi: “Vattinni di na valli oscura,
un ci canta né gaddu e mancu luna,
pi lo nomu di Gesù chista cosa non sia più,
pi lo nomu di Maria dicemu na Ave Maria”.
“Quando la “dragunera” per il mondo andava,
incontrò Gesù e Santa Maria
i quali le chiesero: “Dragunera dove vai?”
“Vado a pillare (“spezzare”) alberi
e le coltivazioni della terra ad estirpare”
Gesù le disse: “Vattene dentro una valle oscura,
ove non canta gallo e neppure la luna (si vede ).
Per il nome di Gesù questa cosa non esista più,
nel nome di Maria recitiamo un’Ave Maria”.

Questa cantilena veniva ripetuta tre volte, sempre con il segno della croce e il solito gesto di tagliare la coda della “dragunara” con un coltello o con una falce.

“D’unni mi vinni sta nìula scura?” (“Da dove viene questa nuvola scura?”)  si chiedono le donne palermitane quando sono  colpite da un malessere di cui non conoscono la natura.
A volte, infatti, la forma assunta dalla “dragunara”  è quella di una gigantesca nuvola nera, gonfia di tutta l’acqua risucchiata dal mare; oppure quella di una gigantesca coda da falciare con un taglio “mancarusu” (“mancino”) e con il consueto segno di croce accompagnato dall’immancabile scongiuro:

“Lùniri santu,
Màrtiri santu,
Mèrcuri santu,
Jòviri santu,
Vènnari santu,
Sabbatu santu,
Duminica di Pasqua,
Sta cuda a mari casca;
E pi lu nnomu di Maria,
Sta cuda tagghiata sia.”
(“Lunedì santo,
Martedì santo,
Mercoledì santo,
Giovedì santo,
Venerdì santo,
Sabato santo,
Domenica di Pasqua,
Questa coda a mare casca;
E per il nome di Maria,
Questa coda tagliata sia.”)

Uno scongiuro simile è quello pronunciato dalle donne di Palmi, che alle prime avvisaglie della tempesta correvano sulla spiaggia e con un apposito coltello con il manico di osso “sciabuliavanu ‘u celu” (“squarciavano il cielo”).

Nel catanese la faccenda è un po’ più complicata: le croci da tracciare nell’aria sono tre, ma il coltello deve essere benedetto e il suo manico – vai a capire perché! – deve essere metà bianco e metà nero. Anzi, secondo un’altra scuola di pensiero, sarebbe meglio se lo strumento usato per “tagghiari la dragunara” fosse una falce impugnata con la mano sinistra e diretta prima da destra verso sinistra e poi in senso contrario.

Nelle Isole Eolie, invece, è assolutamente indispensabile che i coltelli da adoperare per tagliare le trombe d’aria siano di ossidiana nera, la tipica roccia vulcanica dell’Etna.

La più prolifica in fatto di scongiuri resta però Messina, dove ne esistono almeno cinque…o forse perfino di più:

1. “Divutàtivi, tri ànciuli,
Chì veni ‘randi draunàra,
Una d’acqua, una di ventu
E una di scurusu tempu.
– Draunàra, undi vai?
– Vaju pi sdirrinari
Cèusa, e luvari
Tutta la sorta di ‘nnimali.
– Io ti tagghiu e ti cuntragghiu
C’un cutidduzzu di manicu niru.
– Non mi tagghiari, nè mi cuntragghiari,
Chi mi nni vaju ddhabbanna lu mari.
Unni ‘un c’è ghiaddi, unni non c’è ghiaddini,
Unni non c’è ‘bitazioni cristiani.
Evviva San Giuvanni Battista!”
(“Voltatevi, tre angeli,
Che viene una grande dragonara,
Una d’acqua, una di vento
E una di buio tempo.
– Dragona, dove vai?
– Vado per abbattere
Gelsi, e ulivi
Ogni sorta di animali.
– Io ti taglio e ti faccio a pezzettini
Con un coltellino dal manico nero.
– Non mi tagliare, e non farmi a pezzettini,
Che me ne vado aldilà del mare.
Dove non ci sono galli, dove non ci sono galline,
Dove non abitazione di persone.
Evviva San Giovanni Battista!”)

2. “Tri nèuli vidu spuntari,
Una d’acqua, una di ventu,
Una porta un gran maltempu.
Sutta li petri fucali,
Unni non sona missa,
Unni non fannu cuddhuri a figghioli
Qualchi notti di Natali
Stu maltempu pozza calmari.”
(“Tre nuvole vedo spuntare,
Una d’acqua, una di vento,
Una porta un gran maltempo.
Sotto le pietre focaie,
Dove non suona messa,
Dove non fanno ciambelle i figlioli
Qualche notte di Natale
Questo maltempo possa calmare.”)

3. “Sapienzia di lu Patri,
Sapienzia di lu Figghiu,
Sapienzia di lu Spiritu Santu
E di la Santissima Trinità,
E sta cuda di rattu,
A mari si nni và.”
(“Sapienza del Padre,
Sapienza del Figlio,
Sapienza dello Spirito Santo
E della Santissima Trinità,
E questa coda di ratto,
A mare se ne và.”)

4. “Tri nèvuli vosi compariri
Una d’acqua, una di ventu
E una di gran furtuna;
‘A vattinni a chiddi parti scuri,
Unni non spunta non suli e non luna,
Unni n’è nata nuddha criatura;
Unni non cc’è non furnu,
Non pucciddati e non cuddhuri,
Unni non canta jaddhu e non luci luna,
Ddhà ti sduvachirà senza misura.”
(“Tre nuvole vollero comparire
Una d’acqua, una di vento
E una di fortunale;
E vattene in un luogo oscuro,
Dove non spunta né sole e né luna,
Dove non è nata nessuna creatura;
Dove non c’è un forno,
Non ci sono buccellati e ciambelle,
Dove non canta gallo e neanche luce di luna,
Lì ti getterai senza misura.”)

5. “Sant’ancilu nun durmìri,
Chì io tri nèuli vidu vinìri
Una d’acqua e una di ventu
E una di gran furtuna.
Vattinni a ddhi parti stramani
Unni non canta non ghiaddu e non ghiaddini.
A ddhi fùrnara chi non c’è cuddhuri.
Unni non si trova arma cristiana battiata,
E sta trumma sia tagghiata
A nomu di Diu e di la Santissima Trinità.”
(“Sant’angelo non dormire,
Che io tre nuvole vedo arrivare
Una d’acqua e una di vento
E una di fortunale.
Vattene in quei luoghi fuori mano
Dove non canta un gallo e neanche gallina.
E dai fornai dove non c’è ciambella.
Dove non si trova anima di persona battezzata,
E questa tromba sia tagliata
Nel nome di Dio e della Santissima Trinità.”)

Più sobri i pescatori di Cefalù, che si scoprono il capo recitando la formula:

“Crialeisò
Cristaleisò,
Cristeaudinos,
Cristessaudinos,
Santa Maria,
Sta cuda tagghiata sia!”
(“Kýrie, eléison,
Christe, eléison,
Cristo, ascoltaci,
Cristo, esaudiscici,
Santa Maria,
Questa coda tagliata sia!”)

“Comu’n celu accussì’n terra; comu’n celu accussi nni lu mari.” – è invece la breve litania recitata a Màzzara.

Intendiamoci però: tagliare la coda della dragunara non è da tutti. Ad Acireale soltanto i frati possono farlo, mentre a Palermo, a Trapani e a Marsala, – fatte salve alcune piccole varianti locali – questo potere si può trasmettere esclusivamente durante la notte di Natale, quando i marinai anziani, dopo aver cantato il “Te Deum” e immerso le mani nell’acqua santa, insegnano ai più giovani le preghiere di rito.
E ovviamente, come ogni iniziazione che si rispetti, anche questa richiede un’accurata preparazione. Chi si approccia a questa “arte”, deve mettere in bocca una fogliolina di ulivo, da masticare accuratamente e da inghiottire a mezzanotte in punto.  Ognuno dovrà poi recitare la preghiera che gli è stata insegnata dal suo “maestro”, il quale la pronuncerà una sola volta e poi mai più, per cui il neofita distratto o dimenticone, che non riuscisse ad impararla immediatamente,
dovrà rassegnarsi a saltare il suo turno e ad attendere il Natale successivo per provare ad impararla.

Tutte queste leggende, che peraltro appartengono ad una  tradizione antropologica molto accreditata, sembra che abbiano contagiato nientemeno che Cristoforo Colombo.

Si narra che il 16 luglio del 1494 la sua spedizione verso le Americhe fu colpita da una terribile tempesta, che lui stesso avrebbe descritto come la più spaventosa che avesse mai visto:

“Mai prima occhi avevano visto mari così grossi, arrabbiati e coperti di schiuma. Fummo costretti a rimanere al largo, in questo mare assetato di sangue, che ribolliva come una pentola posta su un fuoco assai caldo. Mai prima il cielo mi era parso più terrificante, e per un giorno e una notte interi si mostrò fiammeggiante come in una fornace. I lampi si susseguivano con tale furia e in modo così spaventoso che noi tutti pensammo che le navi sarebbero esplose. E durante tutto questo tempo l’acqua non cessò mai di cadere dal cielo”.

Eppure Colombo riuscì a domarla, come lui stesso avrebbe raccontato: impugnati un coltello con una mano  e un crocifisso con l’altra, recitò alcune preghiere e la tromba d’aria svanì nel nulla.
Alcuni sostengono che Colombo abbia appreso questa pratica da un contadino meridionale, certo Antonio Calabrés, imbarcato su una delle caravelle durante la prima spedizione.
Altri, invece, affermano che i suoi “maestri”  furono i frati Minimi dell’Ordine di San Francesco di Paola, alcuni dei quali lo seguirono proprio nel corso della seconda spedizione, perché incaricati da Francesco Samson, generale dell’Ordine, di  evangelizzare le genti del “Nuovo Mondo”. San Francesco di Paola era infatti considerato il patrono della gente di mare e da lui i Minimi avrebbero “ereditato” diverse qualità  magico-taumaturgiche, tra le quali appunto quella di tagliare la “cur’i zifune”.

Un sicuro alleato, nonché grande ammiratore della “dragunara” sarebbe stato Michelangelo Antonioni.

Siamo nell’’autunno del 1960: il regista,  impegnato nelle riprese del film “L’Avventura” nell’isola di Panarea, annota
nel suo diario:

“Potrei cominciare dalla tromba d’aria, che quando la vidi arrivare impennata sul mare, sfumata in alto come un altissimo fungo con il cappello perso fra le nuvole, gridai all’operatore di
portare la macchina da presa, subito e girare. Monica Vitti aveva paura e allora uno dei pescatori che lavoravano per noi le disse che lui sapeva “tagliare” la tromba, suo padre gli aveva confidato le parole magiche in chiesa durante una
notte di Natale anni prima: le pronunciò e la tromba svanì.
E io mi arrabbiai perché quella tromba era esattamente ciò che mi serviva per descrivere il mistero dell’isola”.

Ma si sa, gli artisti sono sempre un po’ capricciosi e soprattutto imprevedibili…

Maddalena Vaiani

Bibliografia:
.
Giuseppe Pitré, “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”
Giuseppe Carli, “Scongiuro, tra magia e superstizione”
Giuseppe Bonomo, “Scongiuri del Popolo Siciliano”
Vittorio Malfa, “Maghi, streghe e malìe nel cuore di Sicilia”

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Nell’immagine: Dragunera che provoca un temporale (incisione, da Vittorio Malfa cit.)

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