Affabulazioni

Il primo amico

09.02.2022

“Se torno indietro ne’ miei ricordi, debbo pur riconoscere, fra le ore più mie, quelle della solitudine, alle quali la presenza di qualche animale del buon Dio aggiungeva dolcezza e letizia.
Il mio primo amico fu un passerotto, raccolto piccolo, ch’ era caduto da un nido: e tirato su col fiato. Avevo otto o nove anni.
Ora che lo rievoco, ecco che me lo risento, vivo, fare cip-cìp qui nello studio. Potenza della memoria! Rivedo la stanza terrena del palazzotto di Lodi,” le pareti nude con chiazze di umidità, il focolare in un canto, nero di fuliggine, grigio di cenere, e la nonna con la cuffia, immobile nella poltrona. Perché così immobile? Si direbbe una statua, di quelle di cera, dei baracconi. Di là da una grande vetrata, il portico e il giardino; dal lato opposto, l’uscio di strada, a due battenti, che la sera si chiudeva a catenaccio, e di giorno veniva accostato. Il passerotto stava nella gabbia, mentr’io ero a scuola. Gabbia aperta, s’intende: era domestico, e con le alucce deboli: e poi, in casa mia, una gabbia chiusa, ohibò.
Al mio ritorno, cinguettava, agitava le penne, usciva dallo sportellino, mi svolicchiava intorno. Cip- cip. No, non qui, là: nella portineria, dove la nonna faceva la calza. lo gli sminuzzavo polenta e pane: non gli raccontavo niente delle cose di scuola, tutte noiose: mi piaceva, invece, narrargli storie fantastiche, che lui capiva. La nonna non ci guardava: come non fossimo lì. Un giorno il passerottino scomparve. Eravamo entrambi in terra, dietro la porta di strada, socchiusa: dall’ apertura entrava un’ obliqua, accecante striscia di sole. Passava un fruttivendolo ambulante: – Ciliege, ciliege rosse, rosse come il sangue, chi ne vuole? – lo mi smarrii dietro la cantilena: amavo tanto le filastrocche dei venditori girovaghi: mi parevano poesie. Schiusi di più il battente, per meglio ascoltare; la striscia di sole s’allargò, divenne un rettangolo di fuoco. Quando mi volsi indietro, il passerotto non c’era più.
Un attimo, un soffio: sparito. Lo cercai, ansiosa, lungo il marciapiede, e dentro, nella stanza: da ogni angolo m’illudevo di vederlo ricomparire.
Forse un monello, passando, l’aveva abbrancato, portato via. Dirlo alla nonna? Inutile: un cenno di rassegnazione, e avrebbe continuato a sferruzzare. Ero sola con la mia grossa pena, col cuore vuoto come la gabbia, ma pesante come il ferro.
Da un istante all’altro, dunque, il mio bene poteva essermi tolto così, misteriosamente, senza che potessi difenderlo, e nemmeno sapere chi me lo rubasse. Più tardi, molto più tardi, quando vennero per me i durissimi momenti delle separazioni, e vidi le creature che amavo, che mi amavano, andarsene lontano o sparire sotterra, tornai a sentire, in me, lo stesso cuore attonito e pesante della bambina che aveva perduto il suo passerotto.
Lo stesso avvilimento, davanti a un potere segreto al quale è vano ribellarsi: lo stesso brivido, che della bambina, allora, fece all’improvviso una donna; e nella donna, adesso, risveglia la bambina.”

Ada Negri, da “Di giorno in giorno”, 1944

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