Linguaggi

Mediterraneo

16.02.2022

“Qui non c’è straniero
siamo fratelli, tutti
venuti a celebrare la pura acqua”

Mohammed Bennis, “Canto per il giardino dell’acqua”

“La mia appartenenza al Mediterraneo è appartenenza al viaggio.”

“L’idea poetica, per me, non si ferma alle frontiere. Ogni poesia mediterranea è mia. Ogni poesia che annuncia il viaggio, che dà ospitalità, che semina generosità. In ogni angolo del mondo. E lì che comincia il Mediterraneo. Non un luogo recintato da principi geografici o da un’idea che rinnega l’Altro che viene da Sud, da Oriente o da Occidente”.  “Spazio libero e ospitalità come pratica quotidiana: è stata questa lezione che mi ha permesso di comprendere la poesia. La poesia non ammette frontiere chiuse e non obbedisce alla logica degli interessi. Ogni volta che mi trovo nella poesia sento il Mediterraneo divenire la mia casa aperta, senza soffitto né muri né porte. Aperta su uno spazio infinito”.

“Il Mediterraneo non è un luogo recintato da principi geografici o da un’idea che rinnega l’Altro, piuttosto un’idea aperta, dimora poetica in una realtà globalizzata che dimentica le lingue e la poesia”.

“La storia della cultura mediterranea non solo prevede lo scambio, ma gli assegna una funzione di “creazione”. E in questo scambio creativo colgo ciò che perpetua l’essenza del Mediterraneo in quanto dimora comune, a prescindere dall’immaginario generalizzato. Storia latente. Sepolta sotto i fasti di un discorso che enfatizza l’elemento di separazione a discapito del sentimento di condivisione. È questa storia della cultura che oggi ci chiama a valorizzare ciò che dovrebbe restare la nostra dimora comune, in un tempo in cui l’atteggiamento di chiusura è dominante e rischia di restare la sola scelta, come lasciano presagire i fanatici di ogni fazione. Ogni volta che lo spirito poetico sembra compromesso, le lettere, le arti, le dottrine filosofiche, mistiche e scientifiche mi conducono verso un Mediterraneo di ospitalità.”

Mohammed Bennis, da “Il Mediterraneo e la parola. Viaggio, poesia, ospitalità”, 2009

Erranza

Ogni volta
che fraternizza con una steppa
la sua clemenza giunge copiosa
è chiamato a una soglia di luce
da una schiera di steppe
Ogni volta
che nel blu fissa
il suo fiore
nell’intangibile germogliano
altri fiori
Lui
ondeggia incantato
dalla luce che scende
su voci
che occultano altre voci
che non hanno radici
in
una gola
che si disseta al sogno di un soffio
A volte
celebra l’ignoto
altre volte
non
torna

Mohammed Bennis, da “Il dono del vuoto”

 

Testamento

Ciò che rimane
del canto di coloro che arrivano sono frammenti
nei balbettii di quelli che partono
prendete
dai nomi
la cancellazione del cielo di ogni legge
passata
dagli anelli delle mie porte
qui un tatuaggio
là una danza
che ha svelato
le mie peregrinazioni
prendete un volto disperso
nel suo deserto
prendetelo
perché celebri il silenzio
la sua risata gioiosa
il breve
schiamazzo
aizzato dal severo
passaggio
dell’origine della lontana aurora

Mohammed Bennis, da “Il dono del vuoto”

 

Desiderio

Se avessi ora ciò che non è mio
una lingua
per scoprire l’aria
un passo
che avanza nella sua propria voce
e ritorna a me
carico
della discesa del cielo
una direzione
attendo in piena quiete il momento
dell’accendersi della pulsazione
tra
un crollo di cupole
e un principio che i poeti ereditano
Se avessi
ora ciò che non
ho
finirei davanti ad un baluardo
che è mio
fatto della polvere della sera

Mohammed Bennis: “Il dono del vuoto”

 

“Io, Ibn Hazm,

nella tua amicizia e nel tuo amore

t’ho accompagnato

ma un altro cammina con noi

non ho temuto che la solitudine partecipe

sia il mio ultimo rifugio

essa m’offre lume e gazzella

in questo tempo di violenza

non mio.”

Mohammed Bennis, da “Libro dell’amore”

 

“Il mio cielo

e sotto i cieli che inveiscono:

Cielo di spada

cielo di t’offro secondo il tuo desio

cielo di dire

cielo di chi non ha cielo

cielo di quiete

cielo d’ecco per loro

il mio cielo

cielo del legame. ”

Mohammed Bennis, da “Poesie brevi”

 

(Mohammed Bennis, nato a Fès nel 1948, è poeta, editore, docente di lingua araba all’Università di Rabat,  presidente della Casa della poesia a Casablanca, dove cura incontri e convegni internazionali di poesia. In  risposta a un suo appello l’Unesco ha proclamato il 21 marzo «Giornata mondiale della Poesia»)

“Questa è la parola che fa durare la parola, umana, lingua dell’infinito e dell’ignoto. Che significa interazione del soffio tra il poeta e gli altri nel e con il mondo” (Mohammed Bennis)

 

La caduta del mare

Luce

su luce

scenderanno le uve

dagli antichi germogli

in una danza che si estende all’estremo sud del mare

accompagnata da un soffio anticipatore di morti.

Qui

nulla

ruba la sua traccia solare

il declivio di polvere

si nasconde di roccia

in roccia

in acqua

e questo orizzonte intento nel rito del silenzio

o dei primi uccelli luminosi.

In direzione del mare la traccia dei piedi segna l’oblio

forse solo la luce ricorda

chi venne un giorno

guidato dai tatuaggi

per liberare le onde dall’esilio delle tempeste

forse la luce cancellerà il resto

e la mia via sarà questo mare

dimenticherò

che ho preparato il latte con i datteri

per la tribù degli antenati

ho preparato l’hennè

e le tombe ho cosparso di incenso

dimenticherò

che per la grazia dei palpiti veglio

un luogo limitato da traversate di luce

e dormo

delle arterie

lieto

davanti ai loro mari.

Attizza i profumi, oh polvere

e tu l’illuminato nelle mie cellule

risvegliati palma

cinta dai quattro punti cardinali

dalla catarsi

tutto questo oceano fiorisce nei miei istanti

pioggia che irradia sino all’eccelso

panna che spande in parti eguali i tremiti di ieri

queste gemme si ammantano

dei raggi dell’arcobaleno

e la macchia sommersa minaccia il mio corpo

A quale giaciglio ho abbandonato il mio respiro

elargirò  alle quiete il tremito degli occhi

e alle mani

lascerò la quiete

della luce

un paesaggio verso l’essenza della scrittura

l’onda dell’Atlantico

trabocca

oscura

sul mio corpo.                                       (

Dâr Tûbqâl, “Il luogo pagano”,  Casablanca, 1992

 

Dubbi

Per questi dubbi

che ci illuminano

Per questi esili

che tra loro

si intrecciano

Noi riveliamo il colore

della traccia

e le seminiamo

pellicani

la seminiamo

onde

o pietra.

Dâr Tûbqâl, da “Habat al-farağ” ((“La ventata del vuoto”), Casablanca, 1992

 

Campane

Campane suonano nella stanza del mio silenzio

una schiera di soli

erranti

come me

campi

accerchiano i teatri

del senso della vita e dell’esistenza.

Erano palme quelle campane

specchi lustrati da un bimbo

nella sua quiete

nei pressi

dell’onda.

Preparati, bambino,

semina la prima ombra gravida dei carri dell’erranza

fiamma fissata nelle forme del silenzio.

Bianco orizzonte è questa notte

un paese crea la mia foresta

si eleva.

Né l’Oriente mendica

né l’Occidente è volto di macchine o tirannide reale

ed io accolgo il dettato delle palme

le campane

alla porta del mio tempo

diventano

conversione del soffio

A volte mi vedo: navi

venti

della sete primigenia

mi insinuo tra le mie membra

uno spettro di luce

mi copre di un abito di polvere

Nelle tenebre della terra

le campane si mischiano

a una spiga di sofferenza?

Nelle campane le foglie del mondo sono trasparenti.

Dâr Tûbqâl, da  “Habat al-farağ” (“La ventata del vuoto”), Casablanca, 1992

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Foto di Sonia Simbolo

 

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