“Anche la follia merita i sui applausi”
Alda Merini
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“Io ero quella del tunnel IRT
che rimestava nella borsetta di vernice
mentre luci blu scure scorrevano fuori dal finestrino della metropolitana.
Non potevi soffrire le mie calze, arrotolate al ginocchio.
Io ero quella nel caffè alle 2 del mattino
i miei occhi erano piatte monete e fissavo il tuo piatto.
Per te era peggio dell’India.Temevi che potessi orinare sul pavimento.
Io ero quella nella maglia sbiadita
senza tre bottoni, i miei capelli tinti color della zucca,
alla partita di baseball in agosto,
che berciavo dietro di te, sputandoti nei capelli.
Ho tutti gli anelli e le collane di cui
ho bisogno. Il mio appartamento puzza di gatto.
Ti ci voglio invitare. Tutto quello che avvicino
cresce come una giungla. Io sono quella che ti ama.
Avresti dovuto vedermi danzare ne La Sylphide,
nel Lac des Cygnes. Avresti dovuto vedere
la mia Cleopatra, la mia Camilla, la mia Giulietta.
Da ognuna delle loro tombe risorgo, figlia. Abbracciami.”
Alicia Ostriker, “Parla la signora pazza”, da “Nuovi poeti americani” – Traduzione di E. Biagini
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Gianni Berengo Gardin, “Caffé Florian”, Venezia, 2012

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A Franco Basaglia
“Il vento, la bora, le navi che vanno via
il sogno di questa notte
e tu l’eterno soccorritore
che da dietro le piante onnivore
guardavi in età giovanile
i nostri baci assurdi
alle vecchie cortecce della vita.
Come eravamo innamorati, noi,
laggiù nei manicomi
quando speravamo un giorno
di tornare a fiorire
ma la cosa più inaudita, credi,
è stato quando abbiamo scoperto
che non eravamo mai stati malati.”
Alda Merini
(Questa poesia fu ritrovata da Giuseppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste nonché stretto collaboratore di Basaglia. Alla morte di Alda Merini, Dell’Acqua la inserì in una lettera aperta indirizzata alla rivista “Vita”)
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Giacomo Balla, “L’ispirazione del poeta”

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Le mie impronte digitali
“Le mie impronte digitali
prese nel manicomio
hanno perseguitato le mie mani
come un rantolo che salisse la vena della vita,
quelle impronte digitali dannate
sono state registrate nel cielo
e vibrano insieme ahimè
alle stelle dell’Orsa maggiore.”
Alda Merini, “Le mie impronte digitali”, da “Vuoto d’amore”, 1991
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Gerico
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l’avello
anch’io mi sono ridestata
e anch’io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all’inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
Le dune del canto si sono chiuse,
o dannata magia dell’universo,
che tutto può sopra una molle sfera.
Non venire tu quindi al mio passato,
non aprirai dei delta vorticosi,
delle piaghe latenti, degli accessi
alle scale che mobili si dànno
sopra la balaustra del declino;
resta, potresti anche essere Orfeo
che mi viene a ritogliere dal nulla,
resta o mio ardito e sommo cavaliere,
io patisco la luce, nelle ombre
sono regina ma fuori nel mondo
potrei essere morta e tu lo sai
lo smarrimento che mi prende pieno
quando io vedo un albero sicuro.
Alda Merini, da “La terra santa”, 1984
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Pensiero, io non ho più parole
“Pensiero, io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce…
Pensiero, dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei cosi ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e cosi possa perderti
nell’antro della follia.”
Alda Merini, da “La terra santa”, 1984
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Dio arriverà all’alba
“Prima di entrarci da ricoverata
ero stata in manicomio
a trovare con altri parenti una lontana zia,
una volta s’era matti sempre,
anche se oggi si dice “malati di Alzheimer”.
Mentre i miei parenti procedevano sicuri,
per me era la prima volta e mi fermai
qualche secondo all’ingresso,
vicino al giardino.
Fu nel giardino di un manicomio
che incontrai una giovane dal volto pallido,
bella e piena di stupore.
Mi sedetti accanto a lei sulla panca,
e chiesi: “Perché sei qui?”.
Lei mi fissò con uno sguardo di meraviglia,
e disse: ” È una domanda indiscreta,
ma risponderò lo stesso.
Mio padre voleva fare di me
una perfetta copia di se stesso;
e così anche mio zio.
Mia madre voleva che fossi l’immagine
di sua madre o di mia sorella.
Mio fratello elevava di continuo
la moglie “sottomessa e domestica” invitandomi a seguirne l’esempio.
E anche i miei insegnanti, il dottore in filosofia,
il maestro di musica e il professore di logica erano tutti ben decisi:
ognuno di loro altro non voleva
se non che io fossi
il riflesso del suo volto in uno specchio.
Per questo sono venuta qui.
Trovo che sia più sano, qui.
Qui posso essere me stessa, almeno.”
Poi si volse di scatto verso di me e disse:
“Dimmi, anche tu ti trovi in questo posto
per ragioni attinenti all’educazione
e ai buoni consigli?”
E io risposi: “No, sono qui solo in visita.”
E lei: “Ah, sei una di quelle che vivono
nel manicomio, di là
dall’altra parte del muro.”
Antonio Nobili, da “Dio arriverà all’alba”, spettacolo teatrale in omaggio di Alda Merini
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Frank Drummer
“Fuori di una cella in questo spazio oscurato –
la fine a venticinque anni!
La mia lingua non riusciva a pronunciare ciò che si agitava dentro di me
e il villaggio mi prese per matto.
Eppure all’inizio c’era una visione chiara,
un alto e urgente proposito nella mia anima
che mi spingeva a cercare di imparare a memoria
L’Enciclopedia Britannica!”
Edgar Lee Masters, “Frank Drummer”, da “Antologia di Spoon River”, 1915
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Francisco de Goya, “Casa de locos” (o “Manicomio”), 1812-1819

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“Io sono quello
che sbaglia tutto:
il verme il frutto.
Sbaglio l’amore
sbaglio le ore
del batticuore
Sbaglio a salire
sbaglio a discendere.
Sbaglio l’assenza
E la presenza.
Io sono quello
che sbaglia tutto:
sbaglio nel largo
e nello stretto.
Sbaglio a fuggire
sbaglio a stormire.
Sbaglio a morire
Dove non sono.
Io sono quello
che sbaglia sempre:
sbaglio nel dare
e anche nel prendere.
Sbaglio a ferire
sbaglio a guarire.
Sbaglio a star solo
e in compagnia.
Ahi vita mia:
sbaglio follia.”
Raffaele Carrieri, da “Un doppio limpido zero. Poesie scelte 1945-1980”
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Opera di Sun Yuan & Peng Yu – Foto di Samantha De Martin
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Diceva Pessoa che impazzire è un diritto naturale
“Diceva Pessoa che impazzire è un diritto naturale.
Quel che non mi sembra naturale è che colui che impazzisca
per diritto proprio non arrivi a essere cosciente
della sua pazzia
che possa fare uso di tale diritto per
recuperare la ragione.
Per questo, dobbiamo essere sempre pronti a impazzire.
Questo garantisce che la pazzia non ci prenda di sorpresa
né si converta in delusione per tutti
quelli che aspettavano da te una sanità mentale
lunga e ben remunerata.
E a tempo pieno.”
Juan Calzadilla (poeta venezuelano), da “Il libro di Juan, poesia incompleta”, 2017
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Molta follia è saggezza divina
“Molta follia è saggezza divina
– per chi è in grado di capire –
Molta saggezza – pura follia –
Ma è la maggioranza
in questo, in tutto, che prevale –
Conformati: sarai sano di mente –
Obietta: sarai pazzo da legare –
immediatamente pericoloso e presto incatenato.”
Emily Dickinson – Traduzione di Barbara Lanati
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Foto di Sonia Simbolo
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“Mi chiedo cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone
che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.
Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.
Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.
È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.”
Giovanni Giudici, da “Tutte le poesie”, 2014
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Pazzo chi non diventa pazzo
“Pazzo chi non diventa pazzo
in questo mondo preda di pazzia
Pazzo chi legge pazzo chi scrive
pazzo chi ama la poesia
Pazzia che pazzia
spazza via.”
Farhad Ali Zolghadar, da “Sulla tenera pelle”, 2017
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Quentin Massys, “Allegoria della follia”, inizio XVI secolo
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E c’è la cosiddetta “malattia mentale”.
E c’è la cosiddetta “malattia mentale”.
Chissà perché considerata in modo totalmente diverso
dalla malattia fisica: uno stigma, qualcosa
che ci interroga sui confini tra normalità e follia
e, facendoci sentire che la distinzione non è netta,
ci spaventa, fa venire a galla la paura del non-controllo,
la convinzione che la volontà possa qualcosa,
e la rabbia invidiosa per chi non ha argini convenzionali
al dire e al fare. Spesso non riusciamo a vedere che dietro
non c’è altro che un’enorme sofferenza, cosí grande che straripa,
scolla i nessi, sbreccia, scavalca i bordi del contenitore,
corpo, mente, tutto. È una sorta di temporanea soluzione
al troppo pieno. Una sofferenza insoffribile ci interroga sulla nostra tendenza a coprire, imbiancare, fingere, distrarci,
non pensarci, gettarci nell’azione, non fermarci
mai, essere sempre all’esterno di noi e non sentire
il vuoto che chiama: «Torna a casa».
Chi soffre mentalmente ha una casa inabitabile,
ma non è distratto: è divorato dalla presenza.
Ha bisogno di un involucro fuori di sé, di ascolto non giudicante.
E che vuol dire? Sapere come sto mentre ascolto,
non nascondere il timore, non trasformare
le emozioni in tranquillizzanti giudizi, in sedazioni
del pensiero. Stare con l’altro nella verità di sé.
E vuotarsi dai pregiudizi, riconoscendoli,
per ospitare l’altro, per specchiarsi reciprocamente.
Tu mi fai tremare, io resto, per accogliere i nostri tremiti
e tremare insieme.
Chandra Livia Candiani, da “I visitatori celesti”, 2024
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“Un’estranea è venuta
a spartire con me la mia stanza nella casa lunatica,
Una ragazza folle come gli uccelli
Che spranga la notte della porta col suo braccio di piuma.
Stretta nel letto delirante
elude la casa a prova di cielo con nubi invadenti
E la stanza da incubi elude col suo passeggiare
Su e giù come i morti,
O cavalca gli oceani immaginati delle corsie maschili.
Venne invasata,
Chi fa entrare dal muro rimbalzante l’ingannevole luce,
Invasata dal cielo
Dorme nel truogolo stretto e tuttavia cammina sulla polvere
E a piacer suo vaneggia
Sopra l’assistito del manicomio consumato dalle mie lacrime
ambulanti.
E rapito alla fine (cara fine) nelle sue braccia dalla luce
Io posso senza venir meno
Sopportare la prima visione che diede fuoco alle stelle.”
Dylan Thomas, “Amore in manicomio”, da “Love in asylum”, – Traduzione di Ariodante Marianni
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Gianni Berengo Gardin
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“Diceva Pessoa che impazzire è un diritto naturale.
Quel che non mi sembra naturale è che colui che impazzisca
per diritto proprio non arrivi a essere cosciente
della sua pazzia,
che possa fare uso di tale diritto per
recuperare la ragione.
Per questo, dobbiamo essere sempre pronti a impazzire.
Questo garantisce che la pazzia non ci prenda di sorpresa
né si converta in delusione per tutti
quelli che aspettavano da te una sanità mentale
lunga e ben rimunerata.
E a tempo pieno.”
Juan Calzadilla, da “El libro de Juan, poesía incomplet…”, 2017 – Traduzione di Emilio Coco
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Nell’immagine: Gustave Courbet, “Autoritratto o Uomo disperato”, 1843 circa