Affabulazioni

Nana Marzapane

21.02.2022
Nana Jovita portava tra le mani rugose un grande mazzo di cempasùchil [i tagete, ndr.] e un altro di fiori di velluto. Aveva uno sguardo triste e stanco. Aveva sentito l’asino cantare per ore ed era preoccupata perché ogni volta che l’asino canta quando non dovrebbe cantare, qualcuno in famiglia muore. Così era successo con Tata Polito, con zia Raque e con il mio fratellino. La morte aveva visitato così tanto questa casa che avrebbe potuto benissimo diventare nostra amica, ma Nana Jovita non l’amava, e come poteva farlo con così tanto dolore che le gravava sulla schiena?
I fiori erano l’unica cosa di cui avevamo bisogno per finire l’offerta. Durante la mattinata avevamo fatto la talpa e anche le frittelle, zio Ramón aveva sistemato i cassetti e montato un arco, mentre Chabelita e Desiré finivano di ricamare i tovaglioli. Avevo messo le candele, il sale e le jícaras con l’acqua e Nana Jovita i teschi di amaranto e la scia di semi che avremmo poi completato con i petali. Avevamo coperto gli specchi e messo le fotografie nelle cornici di legno.
Lo zio Ramón aveva comprato due bottiglie: una di mezcal e un’altra di aguardiente e si era occupato anche di arrotolare i sigari, proprio come piacevano a Tata Polito. Ero eccitata, la sola idea di pensare che mio fratello e mio padre sarebbero tornati a casa quella sera era motivo sufficiente per essere felice. Eppure vedere Nana Jovita in quello stato mi rendeva molto triste; era come se tutti gli anni della sua vita si fossero riuniti in un colpo solo sulla sua faccina tonda.
All’improvviso si fermò bruscamente. Mi dette i fiori e mi chiese di aspettarla lì vicino alla farmacia mentre si dirigeva verso l’angolo, da dove la guardava una donna con uno scialle nero. Per un momento mi parve di conoscerla, la sua pelle marrone, i suoi luminosi occhi neri; mi ricordava qualcuno, ma non ne ero sicura. Le due parlarono per un po’, Nana Jovita all’inizio sembrava arrabbiata, ma a poco a poco il suo atteggiamento cambiò e finì per salutare con un abbraccio quella donna che poi si perse camminando tra i teschi di zucchero e le bancarelle di zucca e patate dolci del mercato.
La nonna tornò diversa, i suoi occhi erano pieni di vita e aveva un piccolo sorriso malizioso sul viso; aveva persino smesso di zoppicare e camminava un po’ più veloce. Mi prese i fiori e mi diede la mano, conducendomi nel giardino principale, dove Perita vendeva il gelato. Ne comprò uno per me e uno per lei e ci sedemmo per un momento sulle panchine della moschea.
Non dimenticare mai che il mio dolce preferito è il marzapane, Matita,” mi disse con tenerezza.
Certo che no, Nana, anche se non puoi più mangiarlo a causa del tuo diabete.
Lo so, Matita, ma non dimenticarlo. Voglio anche che tu ricordi un’altra cosa: devi amare, amare molto perché l’unica cosa che rimane quando te ne vai sono i piccoli pezzi d’amore che hai lasciato alle spalle.
Parli dei bei ricordi Nana?
Sì, Matita, è di questo che sto parlando. Dobbiamo lasciare tanti bei ricordi nella nostra vita in modo che quando moriamo ci ricordino in un modo dolce come il marzapane.
Sorrisi, appoggiai la testa sulla sua spalla e finii il gelato. Lei mi accarezzò appena la testa e mi baciò sulla fronte; quando terminò il suo gelato tornammo a casa per finire l’altare.
Tra tutti noi sistemammo i fiori sull’arco e anche nei vasi, questa volta mi fecero staccare i petali dal cempasuchil che andava rotto o piegato per segnare il percorso dalla porta fino all’altare. La nostra casa odorava di dolce, di incenso e marmellata di albicocche, zucca e cioccolato e la luce del sole che veniva dalla sera illuminava tutto come fosse ambra. Poco prima che calasse la notte e le campane annunciassero l’arrivo delle anime, vidi Nana Jovita dirigersi verso l’altare e sistemare due dolci di marzapane nascondendoli tra i fiori.
Mi sembrò strano perché lei era l’unica in casa a mangiarli, ma quando sei un bambino non dai molta importanza alle cose che dovrebbero averne. Si cominciarono a sentire i primi rintocchi e accendemmo le candele, bianche e rosse come piacevano a Tata Polito; sistemammo il cibo e mettemmo anche una bambola e una trottola, nel caso si fosse avvicinata qualche piccola anima.
Restammo lì a guardare e ad aspettare, un paio d’ore dopo decidemmo che era venuto il momento di andare al cimitero. Nana Jovita disse che sarebbe andata a dormire perché era molto stanca, salutò tutti con un bacio e un abbraccio e andò a letto. Il resto di noi uscì di casa verso il cimitero. Lungo la strada incontrai di nuovo la donna con lo scialle nero: veniva dall’altro lato della strada, il suo viso era coperto, ma la vidi sorridere e farmi l’occhiolino. Sentii qualcosa allo stomaco, come una trafittura, ma non le detti importanza e continuai a camminare.
Tornammo prima dell’alba e l’asino stava cantando; quando lo zio Ramón lo sentì diventò più pallido di quanto non fosse.
Corremmo nella stanza di Nana Jovita e la trovammo con gli occhi chiusi: se n’era andata durante la notte, quella donna l’aveva presa proprio come aveva fatto con mia zia, mio ​​padre e mio fratello. La morte mi aveva sorriso e mia nonna mi regalò il suo ultimo ricordo di marzapane per onorarla sempre in quel pomeriggio di novembre.

Paola Klug (scrittrice messicana)

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