Linguaggi

Pasqua del cuore

03.03.2022

Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti,

per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri a ogni costo, atleti della parola pace.”

Erri De Luca
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Elegia pasquale
“Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti.
E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane.
Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula
nelle stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.
Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombrale bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno”.
Andrea Zanzotto, “Elegia pasquale”, da “Dietro il paesaggio”

 

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Giuseppa de Ayala, “L’agnello sacrificale”, databile intorno al 1670-1684

 

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Per il mattino di Pasqua

I
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade
zufolando, così,
fino a che gli altri dicano: è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via
inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre
a più riprese
finché non sarò esausto.
E a chiunque venga
– anche al ricco – dirò:
siedi pure alla mia mensa,
(anche il ricco è un povero uomo).
E dirò a tutti:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.

II

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Tutto è un suo dono
eccetto il nostro peccato.
Ecco, gli darò un’icona
dove lui – bambino – guarda
agli occhi di sua madre:
così dimenticherà ogni cosa.
Gli raccoglierò dal prato
una goccia di rugiada
– è già primavera
ancora primavera
una cosa insperata
non meritata
una cosa che non ha parole;
e poi gli dirò d’indovinare
se sia una lacrima
o una perla di sole
o una goccia di rugiada.
E dirò alla gente:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.

III

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Non credo più neppure alle mie lacrime,
e queste gioie sono tutte povere:
metterò un garofano rosso sul balcone
canterò una canzone
tutta per lui solo.
Andrò nel bosco questa notte
e abbraccerò gli alberi
e starò in ascolto dell’usignolo,
quell’usignolo che canta sempre solo
da mezzanotte all’alba.
E poi andrò a lavarmi nel fiume
e all’alba passerò sulle porte
di tutti i miei fratelli
e dirò a ogni casa: «pace!»
e poi cospargerò la terra
d’acqua benedetta in direzione
dei quattro punti dell’universo,
poi non lascerò mai morire
la lampada dell’altare
e ogni domenica mi vestirò di bianco.

IV

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso
poi non dirò più niente.

David Maria Turoldo, “Per il mattino di Pasqua”, da “O sensi miei”

*****

Lo dirò con un sorriso

 

“Andrò in giro per le strade sorridendo,
finché gli altri diranno:- è pazzo!
E mi fermerò soprattutto
coi bambini a giocare in periferia,
poi lascerò un fiore ad ogni finestra
e saluterò chiunque incontrerò per via,
stringendogli la mano.
E poi suonerò con le mie mani
le campane della torre a più riprese
finché sarò esausto,
e dirò a tutti: PACE!
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso,
ma tutti capiranno.”

David Maria Turoldo, “lo dirò con un sorriso”

 

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No, credere a Pasqua non è giusta fede
“No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera
è al Venerdì Santo
quando Tu non c’eri
lassù!
Quando non una eco risponde
al suo grido
e a stento il Nulla
dà forma
alla Tua assenza.”
David Maria Turoldo, da “Canti ultimi”, 1992

 

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Un ricordo

 

“Non dormo. Vedo una strada, un boschetto,
che sul mio cuore come un’ansia preme;
dove si andava, per star soli e insieme,
io e un altro ragazzetto.

Era la Pasqua; i riti lunghi e strani
dei vecchi. E se non mi volesse bene
– pensavo – e non venisse più domani?
E domani non venne. Fu un dolore,
uno spasimo verso la sera;
che un’amicizia (seppi poi) non era,
era quello un amore;

il primo; e quale e che felicità
n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste.
Ma perché non dormire, oggi, con queste
storie di, credo, quindici anni fa?”

 

Umberto Saba, “Un ricordo”

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Antoon van Dijck, “Lasciate che i bambini vengano a me”, 1618-1620 circa

 

 

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Festa

 

“Aleluja aleluja aleluja!
A mi brusa un bar di erbarosa
ta la gola, intànt ch’i ciamini
pai marciapiès blancs e rosa
tra il soreli e li fantassinis
cui vuj rosa.
Aleluja aleluja aleluja!
Ah fiesta rosa ta la gola
coma na saeta di sinisa
ch’a mi ingropa il plant ta la gola
e la voja di ridi a è un sgrísul
ta la gola!
Aleluja aleluja aleluja!
Cui síntia la vòus dai Anzuj?
Cui sàia la passiòn di un puòr?
Cui síntia il ciant  dai Anzuj?
E cui sàia il me nòn: Chin Cianòr?
Cui ghi cròdia ai Anzuj?
Aleluja aleluja aleluja!
Cui sàia se ch’a è la me fiesta?
A è plena di me coma un flòur
dal so prufún la me fiesta.
Cui sàia il nòn di chistu flòur,
la me fiesta?
Aleluja aleluja aleluja!
Il flòur al plans tal so prufún,
e ta la gola il soreli al mi dòul.
Il flòur no ‘l sint il so prufún,
la ligría da la fiesta a è fòur,
cu ‘l prufún.
Aleluja aleluja aleluja!
Li ciampanis a sunin pai siòrs,
jo i sint altris ciampanis:
ciampanis vissinis pai siòrs,
par me ciampanis lontanis
coma i siòrs.”
(“Alleluja alleluja alleluja! Mi brucia un cespo di erbarosa nella gola, mentre cammino per i marciapiedi bianchi e rosa, tra il sole e le ragazze dagli occhi rosa.
Alleluja alleluja alleluja! Ah festa rosa nella gola come una freccia di cenere che mi fà  un nodo di pianto nella gola, e la voglia di ridere è un brivido nella gola.
Alleluja alleluja alleluja! Chi sente la voce degli Angeli? E chi sa il tormento di un povero? Chi sente il canto degli Angeli? E chi sa il mio nome: Chino Canòr? Chi crede negli Angeli?
Alleluja alleluja alleluja! Chi sa che cosa è la mia festa?  È piena di me come un fiore del suo profumo, la mia festa. Chi sa il nome di questo fiore, la mia festa?
Alleluja alleluja alleluja! Il fiore piange sul suo profumo, e il sole mi duole nella gola: il fiore non sente il suo profumo, l’allegria della festa è fuori, col profumo.
Alleluja alleluja alleluja! Le campane suonano per i ricchi, io sento altre campane: campane vicine per i ricchi, per me campane lontane come i ricchi.”)

 

Pier Paolo Pasolini, “Festa”

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La crocifissione
“Ma noi predichiamo Cristo crocifisso: scandalo pe’ Giudei, stoltezza pe’ Gentili.”
(Paolo, “Lettera ai Corinti”)
“Tutte le piaghe sono al sole
ed Egli muore sotto gli occhi
di tutti: perfino la madre
sotto il petto, il ventre, i ginocchi,
guarda il Suo corpo patire.
L’alba e il vespro Gli fanno luce
sulle braccia aperte e l’Aprile
intenerisce il Suo esibire
la morte a sguardi che Lo bruciano.
Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce?
Oh scossa del cuore al nudo
corpo del giovinetto…atroce
offesa al suo pudore crudo…
Il sole e gli sguardi!
La voce
estrema chiese a Dio perdono
con un singhiozzo di vergogna
rossa nel cielo senza suono,
tra pupille fresche e annoiate
di Lui: morte, sesso e gogna.
Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato? ),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione
(questo vuol dire il Crocifisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull’abisso).
Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.”
Pier Paolo Pasolini, “La crocifissione”, da “Il coraggio di essere se stessi”

 

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Salvador Dalì, “Crocifissione”, 1954

 

 

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Il fiore di Pasqua

 

“Lontano da questa Pasqua straniera umida e gelida
La mia anima si intrufola in un appezzamento di terreno a forma di pera, Dove luccicava il giglio di Pasqua tinto di lillà
Profumo morbido nell’aria per iarde intorno;
Da solo, senza un accenno di foglia custode!
Proprio come una fragile campana di brina d’argento,
Scoppiò la tomba per la libertà dolce e breve
Nel giovane anno di gravidanza a Pasqua;
E molti pensavano fosse un segno sacro,
E alcuni lo chiamavano il fiore della resurrezione;
E io, pagano, lo adoravo nel suo santuario,
cedendo il mio cuore al suo potere profumato.”

Claude McKay, “Il fiore di Pasqua”

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Padre mio, mi sono affezionato alla Terra
“Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Quando saremo in cielo ricongiunti
sarà stata una prova grande
ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.
Ma da questo stato umano d’abiezione
vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il cammino.
Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.
Ma tu sai questo mistero. Tu solo”.
Mario Luzi, “Padre mio, mi sono affezionato alla Terra”
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Andrea Mantegna, “Cristo morto” (noto anche come “Lamento sul Cristo morto,” o “Cristo morto e tre dolenti”) databile tra il 1470-1474 circa
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Salmi 21
1 Al maestro del coro. Sull’aria: «Cerva dell’aurora».
Salmo. Di Davide.
2 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»:
sono le parole del mio lamento.
3 Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.
4 Eppure tu abiti la santa dimora,
tu, lode di Israele.
5 In te hanno sperato i nostri padri,
hanno sperato e tu li hai liberati.
6 a te gridarono e furono salvati,
sperando in te non rimasero delusi.
7 Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
8 Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
9 «Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico».
10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
11 Al mio nascere tu mi hai raccolto,
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
12 Da me non stare lontano,
poiché l’angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.
13 Mi circondano tori numerosi,
mi assediano tori di Basan.
14 Spalancano contro di me la loro bocca
come leone che sbrana e ruggisce.
15 Come acqua sono versato,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si fonde in mezzo alle mie viscere.
16 È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.
17 Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
18 posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
19 si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.
20 Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.
21 Scampami dalla spada,
dalle unghie del cane la mia vita.
22 Salvami dalla bocca del leone
e dalle corna dei bufali.
23 Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
24 Lodate il Signore, voi che lo temete,
gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,
lo tema tutta la stirpe di Israele;
25 perché egli non ha disprezzato
né sdegnato l’afflizione del misero,
non gli ha nascosto il suo volto,
ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito.
26 Sei tu la mia lode nella grande assemblea,
scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
27 I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano:
«Viva il loro cuore per sempre».
28 Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra,
si prostreranno davanti a lui
tutte le famiglie dei popoli.
29 Poiché il regno è del Signore,
egli domina su tutte le nazioni.
30 A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere.
E io vivrò per lui,
31 lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
32 annunzieranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l’opera del Signore!».
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Salvador Dalì, “Cristo di San Juan de la Cruz”, 1951
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Gesù
Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte,
il suo giorno non molto era lontano.
E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: “Ave, Profeta!”
Egli pensava al giorno di sua morte.
Egli si assise, all’ombra d’una mèta
di grano, e disse: “Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta”.
Egli parlava di granai ne’ Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.
Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temo per l’inconsutile tua veste.
Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
Il figlio Giuda bisbigliò veloce –
d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra ’piedi:
“Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà.”
Ma il Profeta, alzando gli occhi
“No”, mormorò con l’ombra nella voce,
e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.
Giovanni Pascoli, “Gesù”, da “Piccolo Vangelo“, 1912 (postuma)
*****

Immagine: “Uovo di Pasqua dal cuore” in mostra a Koprivnica, in Croazia.

(Il progetto è nato proprio qui, in Croazia, nel 2007: lo scopo è quello di dipingere gigantesche uova di Pasqua come  altrettanti simboli di pace, d’amore, di gioia e di fratellanza, da diffondere in tutte le città del mondo.)

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