Linguaggi

In difesa dell’allegria

08.03.2022
“Ridere ci ha rese invincibili.
Non come coloro che vincono sempre,
ma come coloro che non si arrendono.”
Frida Kahlo

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Difesa dell’allegria

 

 

“Difendere l’allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e dai miserabili
dalle assenze transitorie
e da quelle definitive
difendere l’allegria come un principio
difenderla dallo stupore e dagli incubi
dai neutrali e dai neutroni
dalle dolci infamie
e dalle gravi diagnosi
difendere l’allegria come una bandiera
difenderla dal fulmine e dalla malinconia
dagli ingenui e dalle canaglie
dalla retorica e dagli arresti cardiaci
dalle endemie e dalle accademie
difendere l’allegria come un destino
difenderla dal fuoco e dai pompieri
dai suicidi e dagli omicidi
dalle vacanze e dalla fatica
dall’obbligo di essere allegri
difendere l’allegria come una certezza
difenderla dall’ossido e dal sudiciume
dalla famosa patina del tempo
dall’insolenza e dall’opportunismo
dai prosseneti della risata
difendere l’allegria come un diritto
difenderla da Dio e dall’inverno
dalle maiuscole e dalla morte
dai cognomi e dalle pene
dal caso
e anche dall’allegria

 

 

Mario Benedetti, “Difesa dell’allegria”, 2007 – Traduzione di Francesco Luti

 

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Noi

“Noi
abbiamo l’allegria delle nostre allegrie
e abbiamo pure
l’allegria dei nostri dolori.
Perché non ci interessa la vita indolore
che la civiltà del consumo
vende nei supermercati.
E siamo orgogliosi
del prezzo di tanto dolore
che per tanto amore abbiamo pagato.
Noi
abbiamo l’allegria dei nostri errori
dei ruzzoloni che provano la passione
dell’andare e l’amore verso il cammino.
Abbiamo l’allegria delle nostre sconfitte
perché la lotta
per la giustizia e la bellezza
vale la pena persino quando si perde.
E abbiamo sopra tutte le cose
l’allegria delle nostre speranze
mentre impazza la moda del disincanto
ora che il disincanto è diventato
un articolo di consumo massivo e universale.
Noi.”

Eduardo Galeano, “Noi”  – Traduzione di Milton Fernàndez

 

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Ci sono giorni

“Ci sono giorni in cui crediamo
che tutto lo schifo del mondo ci cada
addosso. Poi
usciamo sul balcone e vediamo
i bambini correre cantando
lungo il molo.
Non conosco i loro nomi. Uno
o l’altro mi assomiglia.
Voglio dire: somiglia a quello che fui
quando divenni
luminosa presenza della grazia
o dell’allegria.
Allora si apre un sorriso
su un’estate lontana.
E dura, dura ancora.”

Eugénio De Andrade, “Ci sono giorni”, da “I luoghi del fuoco”, 1998

 

 

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Christian Imbriani

 

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E lasciatemi divertire
“Tri tri tri,
fru fru fru,
ihu ihu ihu,
uhi uhi uhi.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche.
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
tarataratarata,
paraparaparapa,
laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie.
Bubububu,
fufufufu,
Friu!
Friu!
Ma se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglion dire…
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
ditemi un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc… Huisc…
Huisciu… sciu sciu,
Sciukoku… Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Ma come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giapponese.
Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi è bene che non la finisca.
Il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
Falala
falala
appoi lala.
Lalala, lalala.”
Aldo Palazzeschi, “E lasciatemi divertire”, da “L’incendiario”, 1910

 

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Michael Aboya

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Ode all’allegria 

“Allegria
Foglia verde
Caduta dalla finestra.
Minuscola chiarezza
Appena nata,
elefante sonoro
abbagliante
moneta,
a volte
fragile raffica,
o
piuttosto
pane permanente,
speranza compiuta,
dovere svolto.
Ti sdegnai allegria.
Fui mal consigliato.
La luna
mi portò per i suoi cammini.
Gli antichi poeti
mi prestarono occhiali
e posi
accanto ad ogni cosa
un nimbo oscuro,
sul fiore una corona nera,
sulla bocca amata
un triste bacio.
È ancora presto.
Lascia che mi penta.
Avevo pensato che soltanto
se il mio cuore
avesse bruciato
il rovo del tormento,
se la pioggia avesse bagnato
il mio vestito
nella regione violacea del lutto,
se avessi chiuso
gli occhi alla rosa
e toccato la ferita,
se avessi condiviso tutti i dolori,
avrei aiutato gli uomini.
Non fui nel giusto.
Sbagliai i miei passi
Ed oggi ti invoco, allegria.

Come la terra
sei
necessaria.

Come il fuoco
sostieni
i focolari.

Come il pane
sei pura.

Come l’acqua d’un fiume
sei sonora.

Come un’ape
Distribuisci miele volando.

Allegria,
fui un giovane taciturno,
credetti che la tua chioma
fosse scandalosa.

Non era vero, me ne resi conto
quando sul mio petto
essa si sciolse in cascata.

Oggi allegria,
incontrata per strada,
lontano da ogni libro,
accompagnami.

Con te
voglio andare di casa in casa,
voglio andare di gente in gente,
di bandiera in bandiera.
Tu non appartieni soltanto a me,
Andremo sulle isole,
sui mari.
Andremo nelle miniere,
nei boschi.
E non soltanto boscaioli solitari,
povere lavandaie
o spigolosi, augusti
tagliapietre,
mi riceveranno con i tuoi grappoli,
ma i congregati,
i riuniti,
i sindacati del mare o del legno,
i valorosi ragazzi
nella loro lotta.

Con te per il mondo!
Con il mio canto!
Con il volo socchiuso
della stella,
e con la gioia
della spuma!

Io sono debitore verso tutti
perché devo
a tutti la mia allegria.

Nessuno si sorprenda perché voglio
consegnare agli uomini
i doni della terra,
perché ho imparato lottando
che è mio terrestre dovere
propagare l’allegria.
E con il mio canto compio il mio destino.”

Pablo Neruda, “Ode all’allegria”, da “Odi elementari”, 1954

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Una risata

 

“Una risata.
Forse un giorno
la sentirò prorompermi in gola.
Giorno di gran sole,
risata sopra il mondo,
e poi
due braccia
che mi sollevino ansante
verso la prima stella della sera.

 

 

Sibilla Aleramo, “Una risata”, da “Momenti”, 1920

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   Umberto Boccioni, “La risata”, 1911

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Quando cadono a terra
“Quando cadono a terra
i grandi fiori si aprono,
come se esplodessero
dei fuochi d’artificio.
Che bello,
che bello sarebbe,
se si versassero risate,
come si versano lacrime.”

Kaneko Misuzu (poetessa giapponese), da “Sei un’eco? La poesia perduta di Misuzu Kaneko, 2016

   
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I Love Home

“Per coloro che trovano le risate
Così di compagnia
Ridono come se stessero andando in pezzi
O si stessero lasciando andare
Le lacrime che bagnano le guance
E al giorno d’oggi tutto
Sul cellulare.
Per le risate che si alzano in volo
Echeggiando in ogni angolo
Per le risate sparse
sui cespugli in fiore
Per le risate che sfuggono da ogni anfratto
Levandosi per salutare il sole
Per le risate da cellulare a cellulare.
Per quelli che hanno preso lezioni di danza
Nell’utero della madre
Che scendono in pista
E si fanno adorare
Che si voltano di qua e creano magie
Si voltano di là
E mandano miliardi di angeli
A implorarli di non fermarsi mai
Per quelli che fischiettano canzoni
E ti spingono a cantarle con loro
Tuo malgrado.
Per quelli che piangono il lutto
Richiamando mille nomi
Ricordando nome su nome
Ripercorrendo la storia di ogni vita
A loro cara
Ogni volto dell’amore.
Per quelli che sentono il loro dolore
Dentro e fuori
Che strisciano e graffiano la terra
Come se questa potesse rispondere alle loro domande
Per quelli che ogni giorno guardano al cielo
E implorano Dio
Continuando ad amare
A sperare
A vivere come se la vita fosse per sempre.
Per quelli che non si lasciano mai andare
Né lasciano le persone che colorano la loro vita
Per quelli che fanno della tristezza parte della felicità
Un elemento di pace
Per vedere il prima, l’ora e il per sempre.
Per la mia gente che mi fa
Desiderare di capire ciò che non capisco.”
Susan Kiguli, (Uganda), “I Love Home” – Traduzione di Giovanna Molinelli e Marta Zonca
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Nell’immagine: Frida Khalo e Chavela Vargas in una foto di Nickolas Muray del 1945

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