Affabulazioni

Il Golem

15.03.2022
“Cortei di maschere andavano danzando ridenti, incuranti di me. Solo un pierrot mi guarda pensoso, volgendosi indietro. Mi si pone dinanzi e mi fissa in volto, come guardasse in uno specchio.”
“Pensate al cristallo che, massa amorfa, assume una forma regolare ubbidendo alle proprie immutabili leggi pur senza averne coscienza. Non potrebbe succedere lo stesso nel mondo dello spirito?”
“Ogni domanda che un uomo possa fare ha già la sua risposta nell’istante medesimo in cui l’abbia posta al suo spirito.”
“La mia immagine stava sulla soglia. Il mio doppio. In un mantello bianco. Una corona sulla testa. Per un breve istante. Quindi guizzarono le fiamme attraverso il legno della porta, e una calda nuvola di denso fumo soffocante invase la stanza”.
“Non sarei stato più lo zimbello di un goffo Fato, privo di scopo, che non sapeva nemmeno fare il suo disgustoso lavoro… che mi innalzava in cielo solo per precipitarmi nel sudicio stagno puzzolente dello scoraggiamento, e intanto suonava la sua stupida canzone che conoscevo benissimo… che tutti i bambini conoscevano… tutti i cani randagi perfino… che nulla dura sulla terra… che tutto passa… tutto…”
“Avevo tuttavia ottenuto almeno un risultato fermo: la certezza che la successione degli avvenimenti della vita di ognuno non è che una strada senza uscita, per quanto ampia e facilmente percorribile possa sembrare, e che la soluzione del nostro più intimo mistero si può trovare nelle linee appena visibili incise nel nostro essere, piuttosto che nelle rivoltanti e ovvie cicatrici lasciate dalla raspa della vita esteriore.”
“Stavo pensando”, disse Prokop come se volesse farsi perdonare il suo silenzio, “com’è strano quando il vento gioca con gli oggetti inanimati. E’ quasi miracoloso il modo in cui cose che giacciono in giro senza un briciolo di vita improvvisamente cominciano a svolazzare. Non ve ne siete accorti? Una volta stavo in una piazza deserta e guardavo un mucchio di cartacce che si rincorrevano l’un l’altra. Non sentivo il vento perché stavo in un angolo riparato, ma eccole là, ammassate insieme in una vera e propria danza della morte. Un attimo dopo sembrava che avessero stipulato un armistizio ma, tutto a un tratto, uno sbuffo irresistibile della memoria sembrava soffiare su di loro, e ricominciavano, ognuna correndo dietro alla sua vicina finché scomparvero dietro l’angolo. Rimase solo un giornale intero; stava impotente sul selciato, e sbatteva astiosamente di qua e di là: sembrava un pesce fuor d’acqua che boccheggiasse. Non potei fare a meno di pensare che noi, in fin dei conti, siamo proprio come quei pezzetti di carta svolazzanti, nient’altro. Siamo trascinati di qua e di là da un “vento” invisibile e incomprensibile, che ci obbliga a comportarci in un certo modo, per quanto -da vanitosi- ci vantiamo della nostra forza di volontà.“
Gustav Meyrink, da “Il Golem”, 1915
*****

Il Golem

Se (come afferma il greco nel Cratilo)
il nome è l’esemplare della cosa,
la rosa è nelle lettere di rosa
e tutto il Nilo nella voce Nilo.

E, fatto di vocali e consonanti,
sarà un Nome tremendo, che l’essenza
cifri di Dio e che l’Onnipotenza
serbi in lettere e sillabe calzanti.

Adamo e gli astri l’hanno conosciuto
nell’Eden. La tignola del peccato
(dicono i cabalisti) l’ha intaccato
e le generazioni l’han perduto.

Il candore dell’uomo e i suoi inganni
non hanno fine. È risaputo come
il popolo di Dio cercasse il nome
nelle veglie del ghetto, in capo agli anni.

Al contrario di altre che una vaga
ombra insinuano nella vaga storia,
è ancora verde e viva la memoria
di Giuda Leon, che era rabbino in Praga.

Saper ciò che sa Dio fu sua soave
sete. Giuda tentò permutazioni
Di lettere e complesse variazioni
E infine enunciò il nome che è la Chiave,

La Porta, l’Eco, l’Ospite e il Giardino
sopra un pupazzo che con goffe mani
sbozzò, per istruirlo negli arcani
del Tempo, dello Spazio e del Latino.
Il simulacro alzò le sonnolenti
palpebre e percepì forme e colori
che non intese, persi fra i rumori,
e azzardò timorosi movimenti.

Presto si vide (al pari di noialtri)
imprigionato in questa stia sonora
di Prima, Dopo, Ieri, Mentre, Ora,
Destra, Sinistra, Io, Tu, Quelli, Altri.

(Il cabalista che operò da nume
la sua vasta creatura chiamò Golem;
queste notizie le tramanda Scholem
in un passo del suo dotto volume.)

Il rabbi gli spiegava l’universo
(qua il mio piede, là il tuo; qua la catena)
e ottenne, dopo anni, che il perverso
spazzasse il tempio di mediocre lena.

Forse vi fu un errore di grafia
o di enunciazione nel nome arcano;
l’umana lingua, contro ogni magia,
mai non apprese l’apprendista umano.

Quegli occhi, meno d’uomo che di cane
e ancor meno di cane che di cosa,
seguivano il rabbi per la dubbiosa
penombra delle celle quotidiane.

Un che di avverso e torvo era nel Golem:
al suo passaggio il gatto del rabbino
se la batteva. (Il gatto non è in Scholem
ma io, attraverso il tempo, lo indovino).
Elevando al suo Dio mani filiali
le devozioni del suo dio copiava
o, beota e sorridente, si impacciava
in concave moine orientali.

Il rabbi lo guardava con dolcezza
e un po’ di orrore. Perché mai ho creato
(pensava) questo figlio sventurato
lasciando l’inazione, che è saggezza?

Perché aggregare all’infinita serie
un simbolo di più? Perché alla vana
matassa che in eterno si dipana
altra causa, altro effetto, altre miserie?

Nell’ora dell’angoscia e luce vaga,
sul suo Golem lo sguardo soffermava.
Chi ci dirà le cose che provava
Dio, contemplando il suo rabbino in Praga?

Jorge Luis Borges, da  “Arte Poética” , in “Elogio dell’ombra”, 1969


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