Magazzino Memoria

Nilde Iotti contro il Patto Atlantico

16.03.2022
L’11 marzo 1949 il Presidente del Consiglio De Gasperi informa la Camera che il Governo si è espresso in senso unanime per l’adesione in via di massima al Patto Atlantico. Il dibattito sulle dichiarazioni del Presidente del Consiglio ha luogo nelle sedute del 12, 14, 15 e 16 marzo; ad esso prendono parte tutti i leader politici e parlamentari e il Ministro degli esteri Sforza. A conclusione della discussione sono presentati due ordini del giorno: quello Spataro, Corbino, La Malfa e Longhena che approva le dichiarazioni del Governo e quello Togliatti, Lombardi e altri in cui si raccomanda che non venga concesso ad alcun governo straniero l’uso del territorio nazionale per l’organizzazione di basi militari. Su tali ordini del giorno intervengono per dichiarazione di voto 173 deputati, cioè quasi tutti quelli comunisti e socialisti.
Nilde lotti interviene nella lunga seduta conclusiva (durata dalle 16 di mercoledì 16 marzo alle 19,05 di venerdì 18 marzo). lotti che per la prima volta prende la parola in Aula, riprende le argomentazioni del gruppo comunista che vede nel Patto Atlantico un «patto di guerra» e non di difesa ed insiste «sugli ideali di fratellanza e di pace per cui le donne hanno lottato durante la guerra di liberazione».
lotti. “È la prima volta che prendo la parola in quest’Aula, nonostante abbia partecipato anche ai lavori dell’Assemblea Costituente, ma credo che sia giusto che ognuno di noi in questa occasione, dica la sua parola ed assuma la propria responsabilità di fronte al Paese, di fronte al Parlamento, di fronte alle masse lavoratrici. E giusto e necessario perché la questione che oggi si dibatte è così grave, riguarda così da vicino gli interessi fondamentali, la vita stessa del nostro Paese, l’esistenza di milioni e milioni di uomini, di donne e di fanciulli, che ognuno di noi deve oggi esprimere lealmente, apertamente il proprio pensiero, perché tra noi e voi non sussista alcun dubbio.
Direi che ognuno di noi deve trovare gli argomenti più sentiti, più convincenti, per chiarire la propria opinione, il proprio punto di vista nella speranza che anche in voi, che sostenete questo patto di guerra, possa sorgere una esitazione, un dubbio, che valga a farvi riflettere, a fermarvi, forse, la mano. Ma assumere chiaramente le proprie responsabilità è ancor più necessario per noi, che sediamo su questi banchi, che siamo i rappresentanti della classe operaia, dei lavoratori, di coloro che più pagheranno se domani voi trascinerete il Paese alla guerra, di quei movimenti politici, che per principio e per tradizione sono sempre stati contro i patti di aggressione, contro le guerre di aggressione, come sarebbe quella in cui l’imperialismo americano vorrebbe trascinare il nostro Paese.
Io appartengo, onorevoli colleghi, ad una regione dove il movimento operaio, il movimento proletario è molto forte, e non solo da adesso, ma da decenni. E da decenni, su questi banchi, risuona la voce dei rappresentanti dei lavoratori della mia terra; sono rimasti qui famosi i nomi di Prampolini, di Zibordi, di Andrea Costa, rappresentanti di quel socialismo riformista, che tanto seguito ebbe tra gli operai e i contadini emiliani negli anni precedenti la prima guerra mondiale.
Ma badate: anche quando il movimento operaio emiliano era riformista, anche allora esso era contro la guerra e sempre si è battuto contro ogni politica di aggressione.
Vorrei ricordare in questo Parlamento due avvenimenti, che onorano grandemente la storia del movimento operaio; vorrei ricordare soprattutto un episodio che riguarda le donne, perché dimostra che anche le donne, nel movimento popolare, hanno capito che non basta chiudersi nelle loro case per difendere i loro figli, i loro fratelli, ma che bisogna invece lottare con accanimento contro coloro che vogliono in qualsiasi tempo trascinare il Paese in un conflitto.
Quando nel 1911 il Governo iniziò la prima impresa coloniale di questo secolo, la guerra di Libia, le donne della nostra regione, e non solo della nostra regione, andarono a distendersi sui binari per impedire che i treni carichi di soldati, di armi e di munizioni partissero, lottarono per impedire che il sangue dei loro figli venisse sparso in una guerra, con questa forma che può sembrare inerme, ma che ha una forza morale tale da suscitare ancor oggi ammirazione e commozione profonda.
Ma vorrei ricordare anche un altro episodio. Questa mattina, l’onorevole Montagnana ricordava che allo scoppio della prima guerra mondiale del 1915 vi fu in una città d’Italia, da parte del movimento operaio, un grande sciopero di protesta. Alludeva a Torino, alla classe operaia di quella città che manifestò in modo aperto contro l’entrata in guerra. Io voglio ricordare che anche nella mia città tutte le donne e tutti gli uomini scesero nelle piazze per protestare contro la guerra, perché non volevano che il nostro Paese fosse trascinato in una impresa che avrebbe seminato morte e rovina.
Questa tradizione di pace della mia terra non è spenta ed è in nome di questa tradizione che noi vogliamo lottare contro il patto di aggressione che voi venite a proporci. Voi dite che il Patto Atlantico non è un patto di guerra, ma soltanto un patto di difesa. C’è stato qualche collega della maggioranza che ci ha anche detto che il Patto Atlantico è un patto di pace. Onorevoli colleghi, le parole sono molto belle, ma sono soltanto parole. Non credo che alcun governo abbia mai riconosciuto di stipulare un patto di aggressione. Neppure Hitler e Mussolini riconoscevano che il Patto d’acciaio era un patto di guerra. Dicevano che volevano difendersi dal comunismo, dall’Unione Sovietica, dal sovvertimento dei valori umani e spirituali della civiltà europea. Come voi. Sono i fatti quelli che contano ed i fatti, purtroppo, parlano implacabilmente contro di voi, contro ciò che oggi ci proponete. E inutile che io stia qui ad enumerarli: vi sono stati detti e ripetuti in tutti i modi da tutti i colleghi che hanno parlato prima di me, e sono tali che non potete smentirli. Basti ricordare tutte le proposte che sono venute dall’oriente, tutte le iniziative di pace che da più di un anno l’Unione Sovietica propone agli Stati Uniti: il disarmo, la distruzione delle bombe atomiche esistenti nel mondo, la proposta di Stalin di accordi fra l’U.RS.S. e gli Stati Uniti; non si è mai avuta da parte americana una parola di consenso a queste iniziative che avrebbero potuto tranquillizzare i popoli del mondo intiero.
Ma badate, a dimostrare che questo è un patto di aggressione, basta la vostra propaganda. Quando io vi sento parlare, mi ricordo di anni fa, degli anni della mia fanciullezza, che non sono poi troppo lontani. Mi ricordo che la stessa propaganda la facevano a noi giovani, i fascisti: sono le stesse accuse contro l’Unione Sovietica, le stesse menzogne contro i comunisti che voi andate ripetendo e c’è da chiedersi se non sentite vergogna di scendere così in basso da servirvi degli stessi falsi argomenti di cui si sono serviti i traditori del nostro Paese. Ci dicevano che i comunisti erano i nemici della Patria, gli agenti dello straniero e frattanto ci accorgevamo che mentre tutti chinavano il capo e riverivano il tiranno, soltanto, o quasi soltanto, i comunisti osavano lottare e nelle galere e nell’esilio e al confino per difendere la causa del nostro popolo e la dignità del nostro Paese. Ci dicevano che i comunisti erano fomentatori di guerre e mentre essi, i fascisti, intrecciavano patti che, come voi, chiamavano di difesa, e iniziavano la guerra con la campagna di Etiopia, quando la situazione internazionale già pareva irrimediabilmente compromessa, i comunisti di tutti i paesi, al VII Congresso dell’Internazionale nel 1935, riaffermavano la loro volontà di pace, la loro fede nella pace e incitavano i popoli a lottare per difendere la pace e a scacciare tutti coloro che la minacciavano.
Ci dicevano che l’Unione Sovietica voleva aggredire l’Europa e che bisognava difendersi dai nuovi Unni che avrebbero distrutto la famiglia, avrebbero portato via i bambini alle loro madri – le stesse cose che voi dite e stampate nei vostri manifesti, onorevoli colleghi – e fu l’Unione Sovietica ad essere aggredita, a veder distrutte le sue famiglie, a vedere sterminati i suoi figli.
Onorevoli colleghi, credo che la conclusione di queste parole sia assai evidente: la propaganda fascista, i patti di aggressione fascisti, la campagna di odio e di calunnie contro l’Unione Sovietica hanno portato il nostro Paese alla guerra e alla rovina. Volgete intorno lo sguardo per il nostro Paese e riflettete a quanto è costata al nostro popolo, alla nostra Patria la politica che voi volete ripetere.
La realtà è che voi vi siete messi al servizio di quelle forze reazionarie e di quei gruppi imperialisti, che sognano di distruggere il paese del socialismo, perché sanno che esso è il più forte baluardo della pace, perché sanno che finché esisterà l’Unione Sovietica, essa costituirà un esempio, uno sprone, una guida per tutti i lavoratori del mondo che vogliono emanciparsi dallo sfruttamento capitalistico, per creare una società senza privilegi, una società di liberi e di uguali.
Ma io voto contro il Patto Atlantico anche per un’altra ragione: per fedeltà a quegli ideali di fratellanza e di pace per cui le donne hanno lottato durante la guerra di liberazione, quelle donne che sono state a me di esempio, di guida, di insegnamento, quelle donne che hanno rischiato le loro case, i loro mariti, i loro figli, la loro vita, che hanno sopportato le torture più atroci perché il nostro Paese avesse l’indipendenza e la libertà, ma anche perché non vi fossero più guerre, perché vi fosse la fratellanza fra i popoli, perché il mondo trovasse nella pace la via del progresso e del rinnovamento sociale.
Per queste considerazioni, per fedeltà a questi ideali di rinnovamento sociale, di indipendenza del nostro Paese, di lotta per la pace, io sento il dovere di votare contro questo Patto di aggressione e di guerra.” (Applausi all’estrema sinistra).
L’ordine del giorno Spataro viene approvato per appello nominale (342 sì, 170 no, 19 astenuti); successivamente l’ordine del giorno Togliatti, votato per appello nominale, è respinto dall’Assemblea.
Seduta parlamentare del 16 marzo 1949
Fonte: Biblioteca della Camera dei Deputati – Discorsi parlamentari – biblioteca. camera.it, vol. 1

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