Affabulazioni

Il razzo eccezionale

18.03.2022

“Le nozze del figlio del Re erano imminenti, e dappertutto v’erano grandi festeggiamenti. Per un anno intero egli aveva atteso la sua sposa e finalmente ella giungeva. Era una Principessa Russa, e aveva fatto tutto il viaggio dalla Finlandia su una slitta trainata da sei renne. La slitta aveva la forma di un gran cigno d’oro, e fra le ali del cigno stava adagiata la piccola Principessa in persona. Un lungo manto d’ermellino l’avvolgeva fino ai piedi, sul capo portava un piccolo casco di tessuto d’argento, ed era pallida come il Palazzo della Neve nel quale era sempre vissuta. Era così pallida che a vederla passare tutti si meravigliavano.
«È come una rosa bianca!», gridavano, e le lanciavano fiori dai balconi.
Alla soglia del Castello il Principe era in attesa di riceverla. Aveva occhi sognanti color di viola, e i capelli come oro fino. Quando la vide, s’inginocchiò e le baciò la mano.
«Il tuo ritratto era splendido››, mormorò, «ma tu sei più splendida del tuo ritratto»; e la piccola Principessa arrossì.
«Prima era come una rosa bianca», disse un giovane Paggio al suo vicino, «ma ora è come una rosa rossa», e tutta la Corte restò estasiata. Per i tre giorni successivi tutti continuarono a dire: «Rosa bianca, Rosa rossa, Rosa rossa, Rosa bianca»; e il Re ordinò che il salario del Paggio fosse raddoppiato; dal momento che egli non riceveva alcun salario, la cosa non poteva giovargli gran che, ma la notizia fu divulgata coi dovuti apprezzamenti sulla «Gazzetta di Corte».
Trascorsi i tre giorni, si celebrarono le nozze. Fu una cerimonia sontuosa, e gli sposi passarono tenendosi per mano sotto un baldacchino di velluto cremisi ricamato di piccole perle; poi vi fu un Banchetto di Stato, che durò cinque ore. Il Principe e la Principessa sedevano in fondo alla sala e bevevano da una coppa di chiaro cristallo. Solo innamorati sinceri potevano bere da quella coppa, perché se labbra menzognere la toccavano, diventava grigia e opaca e appannata.
«E’ assolutamente chiaro che si amano››, disse il piccolo Paggio, «è chiaro come il cristallo!», e il Re gli raddoppiò il salario un’altra volta.
«Quale onore!», esclamarono in coro i Cortigiani.
Dopo il banchetto era in programma un ballo. Gli sposi dovevano danzare insieme la Danza della Rosa, e il Re aveva promesso di suonare il flauto. Suonava assai male, ma nessuno aveva mai osato dirglielo, perché era il Re. In verità, egli conosceva solo due melodie, e non sapeva mai con certezza quale delle due stesse suonando; ma ciò non importava, perché qualsiasi cosa facesse tutti esclamavano: «Delizioso! Incantevole!».  L’ultimo numero del programma era uno spettacolo pirotecnico in grande stile; i fuochi d’artificio dovevano essere accesi a mezzanotte in punto. La piccola Principessa non aveva mai visto fuochi d’artificio in vita sua e così il Re aveva ordinato che il Pirotecnico Reale prestasse servizio il giorno delle nozze.
«Come sono i fuochi artificiali?», aveva chiesto ella al Principe una mattina, mentre passeggiavano sulla terrazza. «Sono come l’Aurora Boreale», disse il Re, che rispondeva sempre alle domande poste dalle altre persone, «solo, molto più naturali. Io, per mio conto, li preferisco alle stelle, perché si sa sempre quando stanno per apparire, e sono deliziosi come la musica che suono sul mio flauto. Dovete assolutamente vederli».
Così in fondo al giardino del Re era stato eretto un gran palco, e quando il Pirotecnico Reale ebbe sistemato per bene ogni cosa, i fuochi artificiali cominciarono a parlare tra loro. «Il mondo è davvero meraviglioso!», gridò un piccolo Razzo. «Guardate quei tulipani gialli. Non potrebbero essere più graziosi se fossero delle vere girandole. Sono proprio contento d’aver viaggiato. Viaggiare allarga le idee in modo mirabile e libera da tutti i pregiudizi».
«Il giardino del Re non è il mondo, piccolo Razzo ingenuo», disse una grossa Candela Romana. «Il mondo è un luogo immenso, e ci metteresti tre giorni, se volessi vederlo tutto».
«Ogni luogo che si ama è il mondo per ciascuno di noi», proclamò una pensosa Ruota di Santa Caterina, che fin dai suoi primi giorni era stata attaccata a una vecchia scatola di legno d’abete e andava fiera del suo cuore spezzato; «ma l’amore ormai non è più di moda; i poeti l’hanno ucciso. Hanno scritto talmente tanto su di lui che nessuno ci crede più, e non me ne stupisco. L’amore soffre, ed è silenzioso. Ricordo che io, una volta… ma lasciamo stare. Il romanticismo appartiene al passato».
«Sciocchezze!», disse la Candela Romana. «Il romanticismo non muore mai. E’ come la luna, e vive in eterno. Gli sposi, ad esempio, si amano teneramente. Mi ha raccontato tutto ciò che c’è da sapere su di loro una cartuccia avvolta di carta marrone che si trovava nel mio stesso cassetto e conosceva le ultime novità di Corte». Ma la Ruota di Santa Caterina scuoteva il capo.
«Il romanticismo è morto, è morto vi dico», mormorava. Era uno di quegli esseri che pensavano che, se si continua a ripetere una cosa, alla fine diventa vera.  D’un tratto si udì un colpo di tosse secco e forte, e tutti si voltarono. Era stato un razzo molto alto, dall’aria boriosa, che stava legato in cima a un lungo bastone. Tossiva sempre prima di dire qualsiasi suo parere, per attirare l’attenzione. «Hm! Hm!», disse, e tutti si posero ad ascoltarlo, tranne la povera ruota di Santa Caterina, che seguitava a scuotere il capo e a mormorare: « Il romanticismo è morto».
«Ordine! Ordine!», gridò un Mortaretto. Era più o meno un politicante, e aveva avuto un buon successo nelle elezioni locali, per cui conosceva il linguaggio parlamentare più appropriato da usarsi.
«Sì, è proprio morto», sussurrò la Ruota di Santa Caterina, e sprofondò nel sonno.  Quando il silenzio fu perfetto, il Razzo tossì una terza volta e cominciò a parlare. Parlava con voce molto lenta e cadenzata, come se stesse dettando le sue memorie, e guardava sempre sopra la spalla della persona con cui parlava. In effetti aveva modi assai raffinati.
«E’ una vera fortuna per il figlio del Re», osservò, «sposarsi il giorno in cui dovrò essere acceso. In verità, se la cosa fosse stata preparata, non avrebbe potuto andargli meglio; ma i Principi sono sempre fortunati».
«Oh guarda!», disse il piccolo Razzo. «Io pensavo proprio il contrario, che noi dovessimo essere accesi in onore del Principe».
«Sarà così per te», rispose l’altro, «anzi, non ho dubbi che sia così, ma il mio caso è differente. Io sono un Razzo assolutamente eccezionale, e discendo da genitori eccezionali. Mia madre era la Ruota di Santa Caterina più rinomata dei suoi tempi, famosa per la sua grazia nella danza. Quando fece la sua grande comparsa in pubblico, girò su se stessa diciannove volte prima di spegnersi, e ogni volta che girava lanciava in aria sette stelle rosse. Aveva un metro e mezzo di diametro, ed era fatta della miglior polvere da sparo. Mio padre era un Razzo come me, di origine francese. Volò così in alto che la gente temette di non vederlo più ridiscendere. Ma ridiscese – solo perché era d’animo gentile -, e fu una discesa brillantissima, in una zampillante pioggia dorata. l giornali parlarono della sua esibizione in termini molto lusinghieri. La “Gazzetta di Corte” lo chiamò un trionfo dell’arte Pilotecnica».
«Pirotecnica, Pirotecnica», lo corresse un Bengala, «So che si dice Pirotecnica, perché l’ho visto scritto sulla mia scatola».
«Bene, io ho detto Pilotecnica», ribadì il Razzo con un tono che non ammetteva repliche, e il Bengala si sentì così annientato che cominciò subito a fare il prepotente con i razzi più piccoli, per dimostrare che contava ancora qualcosa.
«Stavo dicendo…», proseguì il Razzo, «stavo dicendo… che cosa stavo dicendo?»
«Stavi parlando di te», rispose la Candela Romana.
«Ah certo; sapevo di star parlando di un soggetto interessante quando sono stato interrotto così villanamente. Io detesto la villania e i modi scortesi d’ogni sorta, perché sono estremamente sensibile. Nessuno al mondo è sensibile come me, ne sono assolutamente certo».
«Che cosa significa una persona sensibile?», domandò il Mortaretto alla Candela Romana.
«Una persona che, avendo dei calli, pesta sempre il piede al prossimo», sussurrò a bassissima voce la Candela Romana; e per poco il Mortaretto non scoppiò dalle risate.
«Posso sapere, di grazia, perché stai ridendo?», chiese il Razzo. «Io non rido». «Rido perché sono felice», rispose il Mortaretto.
«E’ un motivo molto egoistico», disse il Razzo stizzosamente. «Che diritto hai, tu, di essere felice? Dovresti pensare agli altri. Dovresti, ad esempio, pensare a me. Io penso sempre a me, e mi figuro che anche gli altri facciano altrettanto. Questo è ciò che si chiama simpatia. E’ una splendida qualità, che io possiedo in sommo grado. Supponiamo, così per dire, che stasera mi capitasse un guaio. Che sciagura sarebbe per tutti! Il Principe e la Principessa non potrebbero mai più essere felici, la loro vita coniugale sarebbe completamente rovinata; e quanto al Re, son certo che non potrebbe più darsi pace. Davvero, quando rifletto sull’importanza della mia posizione, mi sento commosso, quasi fino alle lacrime».
«Se vuoi davvero compiacere gli altri», lo ammonì la Candela Romana, «farai meglio a mantenerti asciutto».
«Sicuro!», esclamò il Bengala, che aveva ripreso vigore. «Qui si tratta di comune buon senso».
«Comune buon senso, appunto!», disse il Razzo indignato. «Tu dimentichi che io sono assolutamente fuori del comune, e assolutamente straordinario. E’ ovvio che tutti possono avere un comune buon senso, purché non abbiano immaginazione. Quanto al mantenersi asciutto, vedo che qui non c’è nessuno in grado di capire la mia natura sensitiva. Per mia fortuna, non me ne importa nulla. La sola cosa che conforta, nella vita, è la consapevolezza dell’immensa inferiorità altrui, e questo è un sentimento che ho sempre coltivato. Ma nessuno di voi ha un po’ di cuore. Ridete e scherzate tutti come se il Principe e la Principessa non si fossero appena sposati». «E allora, perché no?», chiese un piccolo Fuoco d’artificio a forma di palloncino. «E’ un evento molto lieto, e quando mi solleverò in aria racconterò agli altri ogni cosa nei minimi dettagli. Li vedrete ammiccare, quando parlerò della bella sposina».
«Ah, che modo volgare di vedere le cose !», disse il Razzo. «Ma non mi aspettavo nulla di diverso. Non c’è nulla in te: sei cavo e vuoto. Ad esempio, non pensi che il Principe e la Principessa potrebbero andare a vivere in un Paese dove c’è un fiume profondo, e forse avere un unico figlio, che un giorno potrebbe andare a passeggio con la sua bambinaia; ma lei potrebbe addormentarsi sotto un grande albero di sambuco, e lui cadere nel fiume e annegarvi. Che orribile disgrazia! Non potrò mai darmene pace».
«Ma non hanno perduto il loro unico figlio», disse la Candela Romana, «non è loro accaduta la minima disgrazia».
«Non ho detto che sia accaduta», replicò il Razzo, «ho detto che potrebbe accadere. Se avessero perduto il loro unico figlio, a che gioverebbe parlarne ancora? Detesto chi piange sul latte versato. Ma se penso che potrebbero perdere il loro unico figlio, allora sì che mi sento afflitto».
«Oh certo!», esclamò il Bengala. «In effetti, sei la persona più affliggente che io abbia mai incontrato».
«E tu la più villana», disse il Razzo. «Non puoi capire il sentimento d’amicizia che io provo per il Principe».
«Veramente, non lo conosci nemmeno», borbottò la Candela Romana.
«Non ho mai detto di conoscerlo», rispose il Razzo. «E magari, se lo conoscessi, non saremmo neanche amici. E’ assai pericoloso conoscere i propri amici». «Pensa a mantenerti asciutto», disse il Palloncino, «è la cosa migliore che tu possa fare».
«La migliore per te, non ne dubito››, replicò il Razzo, «ma se ne avrò voglia, io piangerò», e scoppiò effettivamente in lacrime: esse scorrevano giù sul suo bastone come gocce di pioggia, e per poco non fecero annegare due piccoli scarafaggi, che avevano deciso di metter su casa insieme e stavano cercando un bell’ angolino asciutto dove sistemarsi.
«Deve avere un’indole veramente romantica», osservò la Ruota di Santa Caterina, «perché piange quando non c’è nessuna ragione per farlo», ed emise un profondo sospiro, ripensando alla scatola in legno d’abete. Invece, la Candela Romana e il Bengala, violentemente indignati, seguitavano a gridare a perdifiato:
«Frottole! Tutte frottole!». Erano creature molto pratiche, e quando a loro qualcosa non piaceva, usavano questa espressione. Fu in quel momento che la luna si levò, simile a uno scudo rilucente d’argento; e le stelle incominciarono a brillare, e dalla reggia si diffuse un suono di musica da ballo.
Il Principe e la Principessa guidavano le danze. I loro volteggi erano così aggraziati che dalla finestra i gigli facevano capolino per ammirarli, e i grandi papaveri rossi tentennavano il capo battendo il tempo.  Poi scoccarono le dieci, e poi le undici, e infine le dodici, e all’ultimo rintocco della mezzanotte, tutti uscirono sulla terrazza, e il Re mandò a chiamare il Pirotecnico Reale.
«Si dia inizio ai fuochi d’artificio», ordinò il Re; e il Pirotecnico Reale fece un profondo inchino e si avviò verso il fondo del parco. Aveva con sé sei vassalli, ciascuno dei quali portava una torcia accesa in cima a un lungo palo.
Lo spettacolo fu veramente stupendo.
«Vzzz! Vzzz!», fece la Ruota di Santa Caterina, girando vorticosa.
«Bum! Bum!», fece la Candela Romana. Poi fu la volta dei Razzi, che danzarono dappertutto, e dei Bengala che diffusero in ogni dove la loro luce scarlatta.
«Addio!», sibilò il Palloncino, levandosi in volo e lasciando cadere minutissime scintille azzurre.
«Pum! Pum!», risposero i Mortaretti, pazzi di gioia per il divertimento.
Tutti ebbero un grande successo, tranne il Razzo Eccezionale. Era così fradicio, a furia di piangere, che non riuscì in nessun modo ad accendersi. Ciò che c’era di meglio dentro di lui, la polvere da sparo, era così umida che non poté giovare a nulla.  Tutti i parenti poveri del Razzo, quelli a cui non si era mai degnato di rivolgere una parola se non guardandoli dall’alto in basso con un risolino di scherno, si lanciarono nel cielo come prodigiosi fiori d’oro dai petali in fiamme.
«Evviva! Evviva!», gridò la Corte; e la piccola Principessa era raggiante di gioia.
«Credo che mi tengano in serbo per qualche occasione speciale››, si disse il Razzo, «non c’è dubbio che sia così», e assunse un’aria particolarmente altezzosa.

Il giorno dopo gli operai vennero a rimettere tutto in ordine. «Deve trattarsi di un’onorificenza», si disse il Razzo, «li riceverò con la dignità che mi si conviene», e drizzò il naso in aria, come se stesse pensando a un argomento di grande importanza. Ma gli operai non s’accorsero nemmeno di lui; solo alla fine, quando stavano andandosene, uno di loro lo vide. «Guardate che razzo insulso!», gridò, e lo buttò nel fosso al di là del muro.
«Razzo insulso? Razzo insulso?», disse l’interessato, turbinando per l’aria. «Impossibile! Razzo eccelso!, ecco cosa ha detto quell’uomo. “Insulso” ed “eccelso” suonano più o meno allo stesso modo, e spesso sono più o meno la stessa cosa»; e cadde nel fango. «Non si sta troppo comodi qui», osservò, «ma deve trattarsi di un luogo di cure idroterapiche, senza dubbio mi ci hanno mandato perché mi ristabilisca in salute. I miei nervi sono certo assai tesi, e ho bisogno di riposo».
Proprio allora una Ranocchia dagli occhietti lucenti come gemme e dal manto verde screziato gli si avvicinò a nuoto.
«Un nuovo arrivato, vedo», gli disse. «Beh, a pensarci bene non c’è nulla che possa uguagliare il fango. Purché io abbia tempo piovoso e un fosso, mi sento più che bene. Pensate che pioverà, questo pomeriggio? Io lo spero proprio; ma il cielo è tutto azzurro e senza nuvole. Peccato!».
«Hm! Hm!», disse il Razzo, cominciando a tossire.
«Che voce deliziosa hai!», esclamò la Rana. «E’ assai simile a un gracidio, e il gracidare è certo il suono più melodioso del mondo. Sentirai, stasera, il nostro concerto alla Società di Ricreazione. Siamo nel vecchio stagno delle Anatre, vicino alla casa del fattore, e al sorgere della luna incominciamo a cantare. E’ un concerto così incantevole che tutti restano svegli per ascoltarci. Proprio ieri sentivo la moglie del fattore dire a sua madre che non poteva dormire, la notte, per causa nostra. E’ assai lusinghiero sentirsi così popolari».
«Hm! Hm!», disse il Razzo con stizza. Lo irritava molto non riuscire a dire neanche una parola.
«Davvero una voce deliziosa!», continuò la Rana. «Spero che verrai anche tu allo stagno delle Anatre. Ora vado a vedere dove sono le mie piccole, ho paura che ci sia in giro quel mostro del Luccio; non esiterebbe un istante a papparsele. Beh, arrivederci; è stato un vero piacere  conversare insieme a te». «Conversare insieme a me, ah sì, davvero!», rispose il Razzo. «Hai parlato solo tu! Questo non si chiama “conversare insieme”!».
«Qualcuno deve pur ascoltare››, replicò la Rana, «e a me piace parlare senza interrompermi. Si risparmiano tempo e discussioni».
«Ma a me piacciono le discussioni», disse il Razzo.
«Oh no››, disse la Rana, «le discussioni sono estremamente volgari; nella buona società tutti sono della medesima opinione. Arrivederci di nuovo. Vedo le mie piccole laggiù», e la Rana nuotò via.

«Sei una creatura davvero irritante», disse il Razzo, «e molto maleducata. Non sopporto la gente che parla sempre di sé, come fai tu, quando gli altri han voglia di parlare di sé, come ne ho voglia io. Questo io lo chiamo egoismo, e l’egoismo è una cosa oltremodo detestabile, specialmente per uno del mio temperamento: io sono noto a tutti per la mia natura generosa e sensibile. Dovresti prendere esempio da me; non potresti trovare un modello migliore. Ti conviene approfittare subito dell’occasione, perché tra poco, tra pochissimo, dovrò rientrare a Corte. Io sono il beniamino di tutti, a Corte; il Principe e la Principessa si sono sposati in mio onore, proprio ieri. Tu naturalmente non ne sai nulla, perché sei una piccola provinciale».
«E’ inutile che tu seguiti a parlare››, disse una Libellula dalla cima di un grande giunco bruno, «è perfettamente inutile, perché se n’è andata».
«Tanto peggio per lei», rispose il Razzo, «ma io non smetterò di parlarle per il semplice fatto che non mi si presta attenzione. Provo molto piacere ad ascoltarmi: è uno dei miei piaceri più intensi. Ho spesso lunghe conversazioni con me stesso, e sono talmente bravo che a volte non capisco nemmeno una parola di ciò che dico».
«Allora dovresti tenere delle conferenze di Filosofia», disse la Libellula; e si librò a volo nel cielo, spiegando le leggiadre ali di garza.
«Che sciocca, a non restare qui!», disse il Razzo. «Non credo proprio che abbia di frequente simili occasioni per migliorare il suo spirito. A ogni modo, non me ne importa un bel niente. Prima o poi un genio come il mio sarà apprezzato da chi di dovere»; e sprofondò un po’ di più nel fango.
Dopo qualche tempo una grossa Anatra Bianca gli si accostò a nuoto. Era munita di gialle zampe membranose, e considerata una gran bellezza per il suo modo di incedere dondolante. «Qua qua qua», disse, «che strana forma hai! Sono indiscreta a chiederti se sei nato così o se hai avuto qualche brutto incidente?»
«E’ più che evidente che sei sempre vissuta in campagna», replicò il Razzo, «altrimenti sapresti chi sono io. Comunque, scuso la tua ignoranza; non avrebbe senso aspettarsi che gli altri siano eccezionali come me. Senza dubbio rimarresti incredula se ti dicessi che sono in grado di lanciarmi a volo in cielo e ridiscendere in una pioggia d’oro».
«Non mi sembra niente di straordinario», disse l’Anatra, «e non vedo a chi potrebbe giovare. Se tu sapessi arare i campi come il bue, o tirare un carro come il cavallo, o custodire le pecore come il cane da pastore, queste cose sì conterebbero qualcosa».
«Mia cara», disse il Razzo in tono più che mai altezzoso, «vedo che appartieni alle classi più basse. Una creatura della mia condizione non è mai utile. Noi abbiamo certi precisi meriti, e questo è più che sufficiente. Per quel che mi riguarda, io non ho simpatia per alcun genere di lavoro, e meno che mai per i lavori che tu sembra voglia raccomandarmi. Ho sempre pensato, in verità, che il lavoro di fatica non è altro che il rifugio di gente che non ha assolutamente nulla da fare».
«Oh bene», disse l’Anatra, che era di temperamento assai pacifico e non litigava mai con nessuno, «ognuno ha i suoi gusti. Spero, in ogni caso, che non ti stabilirai qui».
«Neanche per sogno!», esclamò il Razzo. «Mi trovo qui in qualità di visitatore, un visitatore d’eccezione. Il fatto è che trovo questo luogo alquanto noioso. Qui non c’è né mondanità né solitudine. E’ un luogo essenzialmente suburbano. E’ probabile ch’io me ne torni a Corte, perché sono destinato a lasciare il mio segno nel mondo».
«Anch’io, in passato, ho avuto l’idea di darmi alla vita politica», ricordò l’Anatra. «Ci sono tante cose che si dovrebbero cambiare! Qualche tempo fa ho addirittura presieduto un comizio, dove gli ordini del giorno condannavano tutto ciò che era da riformare; tuttavia, il risultato non fu un gran che. Ora propendo per la vita domestica, e mi occupo della mia famiglia».
«Io sono nato per la mondanità», proclamò il Razzo, «e così anche tutti i miei parenti, fino ai più umili. A ogni nostra comparsa in pubblico suscitiamo grande attenzione. Io, in verità, non ho ancora fatto la mia comparsa ma quando la farò sarà un magnifico spettacolo. Quanto alla vita domestica, fa invecchiare anzitempo, e distoglie la mente dal coltivare cose più alte».
«Ah, le cose più alte sono veramente il meglio della vita!››, salmodiò l’Anatra. «E questo mi fa venire in mente che ho una straordinaria fame», e si allontanò a nuoto sul fiume, dicendo «Qua qua qua››. «Torna indietro! Torna indietro!», strillò il Razzo. «Ho tante di quelle cose da dirti!». Ma l’Anatra non gli diede retta.
«Sono contento che si sia tolta di mezzo», si disse il Razzo, «ha decisamente una mentalità borghese», e sprofondò ancora di più nel fango, meditando sulla solitudine del genio; tutt’a un tratto comparvero due ragazzi in camiciotto bianco, che correvano lungo il margine del fosso con una pentola e delle fascine.
«Deve trattarsi di un’onorificenza», si disse il Razzo, e si sforzò di assumere un’aria il più dignitosa possibile.
«Ehi !», gridò uno dei ragazzi. «Guarda quel bastone nel fango! Chissà come ha fatto a capitare qui», e tirò fuori il Razzo dal fosso.
«Bastone nel “fango”?», si disse il Razzo. «Impossibile! Bastone “di rango”, avrà voluto dire. E’ certamente un bel complimento; è probabile che mi abbia scambiato per uno degli alti dignitari di Corte»
«Mettiamolo sul fuoco!», propose l’altro ragazzo. «Farà bollire meglio la pentola». Così essi ammucchiarono le fascine, in cima posero il Razzo e appiccarono il fuoco. «Ma è magnifico!», esultò il Razzo. «Mi vogliono accendere di giorno, di modo che tutti possano vedermi».
«Facciamoci un bel pisolino ora», dissero i ragazzi, «e quando ci sveglieremo la pentola bollirà sicuramente», e si distesero sull’erba, e chiusero gli occhi.  Il Razzo era molto bagnato, sicché ci volle un bel po’ prima che si accendesse. Infine, il fuoco lo investì. «Adesso parto!», gridò, irrigidito e teso. So che andrò più in alto delle stelle, più in alto della luna e del sole. Andrò così in alto che…».  «Fizz, fizz, fizz», e si lanciò con impeto nell’aria.  «Che delizia!››, trillò. «Andrò avanti così per sempre! Che successo, il mio!».

Ma nessuno lo vide.

Allora cominciò a provare una curiosa sensazione: una specie di formicolio per tutto il corpo. «Sto per esplodere!». gridò. «Incendierò il mondo intero, e farò un tale fracasso che non si parlerà d’altro per un anno».
Ed esplose davvero. Bang! Bang! Bang! Fece la polvere da sparo. Fu una realtà incontestabile.
Ma nessuno lo udì, neppure i due ragazzi, sprofondati beatamente nel sonno.  Alla fine, ciò che rimase di lui fu solo il bastone, che cadde sul dorso di un’Oca tutta immersa nel piacere di una passeggiata lungo il fosso.
«Santo Cielo!», esclamò l’Oca. «Adesso piovono anche bastoni!» e si tuffò in acqua sconvolta.
«Sapevo che avrei prodotto una sensazione eccezionale», sibilò il Razzo, e si spense.

Oscar Wilde, “il razzo eccezionale”, da “Il principe felice e altri racconti”, 1888

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