Affabulazioni

Feria d’agosto

11.04.2022

“Chi fossero i miei compagni di quelle giornate, non ricordo. Vivevano in una casa del paese, mi pare, di fronte a noi, dei ragazzi scamiciati – due – forse fratelli. Uno si chiamava Pale, da Pasquale, e può darsi che attribuisca il suo nome all’altro. Ma erano tanti i ragazzi che conoscevo di qua e di là.
Questo Pale – lungo lungo, con una bocca da cavallo – quando suo padre gliene dava un fracco scappava da casa e mancava per due o tre giorni; sicché, quando ricompariva, il padre era già all’agguato con la cinghia e tornava a spellarlo, e lui scappava un’altra volta e sua madre lo chiamava a gran voce, maledicendolo, da quella finestra scrostata che guardava sui prati, sui boschi del fiume, verso lo sbocco della valle. Certe mattine mi svegliavo all’urlo lamentoso, cadenzato, di quella donna da quella finestra. Molte vecchie chiamavano così i figli, ma il nome che faceva ammutolire tutti e che in certe ore echeggiava esasperante come le fucilate dei cacciatori, era quello di Pale. A volte anche noialtri si gridava quel nome per baldanza o per beffa.
Credo che persino Pale si divertisse a urlarlo. Così, il giorno che salimmo insieme sulle coste aride della collina di fronte – prima, nelle ore bruciate, avevamo battuto il fiume e i canneti – non so bene se fossimo soli, io e Pale, certo che il mio socio aveva i denti scoperti e la testa rossa, e me ne ricordo perché gli raccontavo che il Ieone, che vive nei luoghi aridi, aveva i denti come i suoi e il pelo fulvo.
Quel giorno eravamo agitati perché l’avevamo impiegato a fare una ricerca metodica della serpe. C’eravamo infradiciati fino al ventre e arrostita la nuca al sole; qualche rana era schizzata via da sotto le pietre rimosse, le mie caviglie erano tutte un livido. A Pale poi colava dai denti il sugo verde di un’erba che aveva voluto masticare. Poi, nel silenzio delle piante e dell’acqua, s’era sentito fioco, ma nitido, sul vento un urlo di richiamo.
Ricordo che tesi l’orecchio, caso mai chiamassero me. Ma l’urlo non si ripetèé Lasciammo, poco dopo, la bassa del fiume e salimmo la costa, dicendoci che andavamo per prugnoli, ma ben sapendo – io, almeno, e il cuore mi batteva – che lo scopo questa volta era la vipera. Fu mentre salivamo il sentiero tra i ginepri che presi a parlare, imbaldanzito, dei leoni. Mi ero rimesso le scarpe, quasi a scongiurare con un gesto da bravo ragazzo i pericoli impliciti nella resa di conti serale. Fischiettavo.
«Piantala. Non è così che si chiama la vipera», brontolò il mio socio, fermandosi. C’eravamo muniti di due verghe a forcella, e con queste dovevamo inchiodare la bestia e ammazzarla. Se anche nell’acqua eravamo andati in parecchi, sono certo che quel sentiero lo salimmo noi due soli. Pale – ben diverso da me – camminava scalzo sui sassi e sugli spini, senza badarci.
Volevo dirglielo, quando d’improvviso si fermò davanti a un roveto e cominciò a sibilare piano piano, sporto in avanti, dondolando il capo. Il roveto usciva da uno scoscendimento roccioso, e di là si vedeva il cielo.
«Era meglio se acchiappavamo la serpe», dissi, nel silenzio.
L’amico non rispose, e continuò a sussurrare, come un filo d’acqua a un rubinetto. La vipera non usciva. Ci riscosse un clamore improvviso sul vento, qualcosa come un urlo o uno scossone. Di nuovo, dal paese, avevano chiamato: era la solita voce, lamentosa e rabbiosa: «Pale! Pale!».
Pensai subito ai miei di casa. Pale s’era fermato, a testa innanzi, dritto su una gamba sola, e mi parve che facesse una delle sue smorfie diaboliche. Ma ecco che il silenzio s’era appena rifatto, e di nuovo la voce – inumana in quel salto d’aria – strillò «Pale! Pale!» E fu allora che il socio gettò con rabbia il vincastro e disse in fretta: «Quei bastardi. Se la vipera sente il nome mentre la cerchiamo, poi mi conosce». «Vieni via», dissi con un filo di voce.
La vecchia maledetta continuava a chiamare. Me la vedevo alla finestra, sbucare ogni tanto con un lattante in braccio e cacciare quello strillo come se cantasse. Pale mi prese un bel momento per il polso e gridò: «Scappa!» Fu una corsa sola fino alla piana; ci gridavamo. «La vipera!» per eccitarci, ma la nostra paura – la mia, almeno – era qualcosa di più complesso, un senso di avere offeso le potenze, che so io, dell’aria e dei sassi.
Venne la sera e ci trovò seduti sui traversini del ponte. Pale taceva e sputava nell’acqua. «Prendiamo il fresco al balcone», dissi a Pale. Era quella l’ora che tutte le donne del paese cominciavano a chiamare questo e quello, ma per il momento c’era una pace meravigliosa, e si sentiva soltanto qualche grillo.
Non  mi hanno ancora chiamato“, pensavo; e dissi: «Perché non rispondi quando ti chiamano? Questa sera te le danno».
Pale alzò le spalle e fece una smorfia. «Cosa vuoi che capiscano le donne».
«Davvero, se la vipera sente un nome, poi lo viene a cercare?»
Pale non rispose. A forza di scappare di casa era diventato taciturno come un uomo.
«Ma allora il tuo nome dovrebbero saperlo tutte le serpi di queste colline».
«Anche il tuo», disse Pale con un sogghigno. «Ma io rispondo subito». «Non è questo», disse Pale. «Credi che alla vipera importi se fai il bravo ragazzo? La vipera vuole ammazzare quelli che la cercano…»
Ma in quel momento ricominciò l’urlo di prima. La vecchia s’era rifatta alla finestra. Cigolarono le ruote di un carro e s’udì il tonfo di un secchio nel pozzo. Allora m’incamminai verso casa, e Pale rimase sul ponte.”

***

Edouard Boubat, 1923

***

Di quel ch’ero allora non resta più niente: appena uomo, ero ancora un ragazzo. Lo sapevo da un pezzo, ma tutto avvenne alla fine dell’inverno, una sera e un mattino.
Stavamo insieme, quasi nascosti, in una stanza che dava su un viale. Silvia mi disse, quella notte, che dovevo andarmene, o andarsene lei – non avevamo più niente da fare insieme. La supplicai di lasciare che provassimo ancora; ero disteso al suo fianco e l’abbracciavo.
Lei mi disse:
— A che scopo?
Parlavamo a voce bassa, nel buio.
Poi Silvia s’addormentò, e io tenni fino al mattino un ginocchio contro il suo. Comparve il mattino com’era sempre comparso, e faceva molto freddo; Silvia aveva i capelli negli occhi e non si muoveva. Nella penombra io guardavo il tempo passare, sapevo che passava e correva, e che fuori c’era la nebbia.
Tutto il tempo ch’ero stato con Silvia in quella stanza, era come una sola giornata e una notte, che adesso finiva al mattino. Allora capii che non sarebbe mai più uscita con me nella nebbia fresca. Era meglio se mi vestivo e me ne andavo senza svegliarla. Ma adesso avevo in mente ancora una cosa da chiederle. Aspettai, cercando di assopirmi.
Quando fu sveglia, Silvia mi fece un sorriso. Riprendemmo a parlarne. Lei disse:
— È bello esser sinceri come noi.
— Oh Silvia, — bisbigliai, — che cosa farò uscendo di qui? dove andrò?
Era questo che avevo da chiederle. Senza staccar la nuca dal cuscino, lei sorrise di nuovo, beatamente.
— Sciocco, — disse, — andrai dove vuoi. Non è bello esser liberi? Conoscerai tante ragazze, farai tutte le cose che vuoi. Parola, che t’invidio.
Adesso il mattino riempiva la stanza e non c’era un po’ di calore che nel letto. Silvia aspettava paziente.
— Tu sei come una prostituta, — le dissi, — e lo sei sempre stata.
Silvia non aprì gli occhi.
— Ora che l’hai detto stai meglio? — mi disse.
Allora me ne stetti come se lei non ci fosse, e guardavo il soffitto e piangevo senza rumore. Le lacrime mi riempivano gli occhi e colavano sul guanciale. Non valeva la pena di farmene accorgere.
Tanto tempo è passato, e adesso so che quelle lacrime mute furon l’unica cosa da uomo che feci con Silvia; so che piangevo non per lei ma perché avevo intravisto il mio destino. Di quel ch’ero allora non resta più niente. Resta soltanto che avevo capito chi sarei stato in avvenire.
Poi Silvia mi disse:
— Adesso basta. Devo alzarmi.
Ci alzammo insieme, tutt’e due. Non la vidi vestirsi. Fui presto in piedi, alla finestra, e guardavo le piante trasparire. Dietro la nebbia c’era il sole, il sole che tante volte aveva intiepidito la stanza.
Anche Silvia fu presto vestita, e mi chiese se non portavo con me la mia roba. Le dissi che prima volevo scaldare il caffè, e accesi il fornello.
Silvia, seduta alla sponda del letto, si mise a rifarsi le unghie. In passato se l’era sempre rifatte al tavolino. Sembrava soprapensiero e i capelli le cadevano continuamente sugli occhi. Allora dava scosse con la testa e si liberava.
Io girai per la stanza e raccolsi la roba. Ne feci un mucchio su una sedia e a un tratto Silvia saltò in piedi e corse a spegnere il caffè che versava.
Poi tirai la valigia e ci misi la roba. Intanto, dentro mi sforzavo di raccogliere tutti i ricordi spiacevoli che avevo di Silvia – le futilità, i malumori, le parole irritanti, le rughe. Questo portavo via dalla sua stanza. Quel che lasciavo era una nebbia.
Quand’ebbi finito, era pronto il caffè. Lo prendemmo in piedi, accanto al fornello. Silvia disse qualcosa, che quel giorno sarebbe andata da un tale, a parlare di una faccenda.
Poco dopo, deposi la tazza e me ne andai con la valigia. Fuori la nebbia e il sole accecavano.
Cesare Pavese, da “Feria d’agosto”, 1946

*****

Immagine in evidenza: Joaquin Sorolla Y Bastida, “Un paesaggio con figura in Sagunto Valencia”

Lascia un commento