Affabulazioni

Il gelo

11.04.2022

“Il gelo del sospetto e dell’incomprensione si levò fra me e gli uomini quando avevo sedici anni, al tempo della licenza ginnasiale. Avevo assistito alla siccità, con gli abitanti della campagna e della città sconvolti, compressi contro il suolo sul quale le colture regredivano fino a scomparire, le strade immiserirsi al contatto dei campi ormai più senza prode e siepi di biancospino e di sanguine, diventate lunghi mucchi di polvere sui quali si affannavano contadini, bestie e operai in cerca di un qualsiasi frutto o filo d’erba; avevo osservato, in quei giorni, terra e persone dibattersi folli contro l’insopportabile schiavitù che veniva loro dal cielo, e i miei familiari, accondiscendenti e vili, mettersi contro il nonno.

Ma poi una mattina tutto il verde della pianura, i vigneti e i boschi delle colline erano riemersi e vigoreggiavano di nuovo; e avevo veduto gli abitanti della campagna rendere i loro poderi più fertili di prima, irrigarli con maggiore sapienza, introdurvi nuove colture di alberi che mi piacevano molto, come i noccioli e i gelsi con le loro more che prima erano bianche e poi andavano a poco a poco tingendosi di scuro. Né il contegno ambiguo dei genitori aveva lasciato sedimenti nel mio animo, ogni traccia di giudizio morale e di rancore erano svaniti con il primo verde risultato nell’orto e nella campagna…”

Romano Bilenchi, da “Il gelo”, 1982

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Immagine: Jean-François Millet, “Contadini che piantano patate”, 1861

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