Affabulazioni

David, il mio amico ebreo

15.04.2022

Quando nel 1938 il fascismo promulgò le leggi razziali io avevo tredici anni e frequentavo la terza ginnasio. Fin dal primo anno avevo stretto amicizia con un compagno di classe che si chiamava David Perna, ma che tutti, chissà perché, chiamavamo Pippo. Una mattina, alla fine delle lezioni, Pippo mi chiamò in disparte e mi disse che dal giorno seguente non avrebbe più frequentato la scuola. Siccome era figlio di un ferroviere, pensai che suo padre fosse stato trasferito altrove. Ne volli conferma: «Tuo padre è stato trasferito?» gli domandai.

«No, – rispose – nemmeno papà potrà più lavorare.»

«Ma perché?»

Ebbe un sorriso amarissimo.

«Perché siamo ebrei.» Ci abbracciammo.

Tornai a casa per l’ora di pranzo e subito, dopo aver detto a papà e a mamma che il mio amico Pippo non avrebbe più frequentato la scuola perché ebreo, chiesi a papà che cosa significasse, perché fino a quel momento io ero sinceramente all’oscuro delle leggi razziali. Papà era stato squadrista e marcia su Roma, vale a dire che era un perfetto fascista della prima ora; ma a sentire quella mia domanda si alterò visibilmente, divenne rosso in faccia e mi disse delle parole che non ho mai scordato e delle quali gli sono eternamente grato: «Non è vero che gli ebrei sono diversi da noi, sono esattamente come noi. Questa storia della razza, Mussolini ha dovuto tirarla fuori solo per allinearsi col suo amico Hitler. Tu non devi crederci. E non ti lasciare mai convincere diversamente».

Naturalmente negli anni che seguirono non ebbi più notizie di Pippo; ma quando, finita la guerra, cominciammo a leggere dell’Olocausto e, peggio ancora, vedemmo i documentari sui campi di concentramento e di sterminio dei nazisti, l’immagine del mio amico Pippo cominciò a tormentare i miei giorni e le mie notti, lo confesso con tutta sincerità. Certe volte mi svegliavo di colpo in piena notte chiedendomi che fine avesse fatto il mio amico, se fosse stato catturato dai tedeschi e inviato in uno di quegli orrendi campi, o se fosse in qualche modo riuscito a sopravvivere. Mi rimisi in contatto telefonico da Roma con qualche vecchio compagno di scuola: nessuno seppe darmi notizie di Pippo. Avevo una vecchia foto di gruppo della seconda ginnasiale: in quella foto lui e io stavamo sorridenti l’uno accanto all’altro. Ogni tanto andavo a riguardarmela. Il pensiero del mio amico ebreo scomparso nel nulla fu sempre presente nella mia memoria.

Alla fine degli anni Ottanta un mio spettacolo allestito al teatro greco di Tindari, Il ciclope di Euripide, tradotto in dialetto siciliano da Luigi Pirandello, arrivò a Roma al Teatro Tenda, che allora sorgeva in piazza Mancini. Nella capitale la rappresentazione ebbe alla prima un buon successo e io ogni sera, due ore avanti che iniziasse lo spettacolo, mi recavo in teatro un po’ per controllare se tutto fosse a posto e un po’ per informarmi con le cassiere di come andasse l’affluenza del pubblico. La sera della quinta replica, una delle cassiere mi disse che c’era un signore che aveva chiesto di me e che, avendo saputo che io sarei arrivato da lì a poco, si era allontanato avvertendo che sarebbe ritornato.

Non aveva detto il suo nome.

Aveva appena finito di parlare, che la cassiera mi indicò un uomo che stava entrando.

«Eccolo, è lui.»

Gli andai incontro: era un perfetto sconosciuto.

«Sono Andrea Camilleri, cercava me?»

L’uomo, che era di piccola statura, molto ben vestito, mi guardò a lungo, non rispondendo subito alla mia domanda. Poi, a sua volta, chiese: «Lei è Nené Camilleri?».

«Sì – risposi –, ma lei chi è?»

Di scatto l’uomo mi gettò le braccia al collo, mi strinse forte, mi disse all’orecchio: «Sono Pippo Perna».

E ci ritrovammo tutti e due abbracciati con le lacrime agli occhi.

«Sono di passaggio» mi disse. «Ho due ore di tempo.»

Di comune accordo andammo in un caffè vicino, ci sedemmo a un tavolo. Mi raccontò che nel ’38 avevano lasciato Agrigento, che con suo padre e sua madre erano andati a rifugiarsi presso uno zio che possedeva dei campi nella Sila, in Calabria. Suo padre aveva lavorato nei campi del fratello, sua madre si era messa a fare la sarta, e così erano riusciti a sopravvivere. Lui aveva continuato a studiare prendendo lezioni private dal parroco del paese, dove tutti avevano finto di non sapere che la famiglia Perna era ebrea. Così erano riusciti a scamparla. Lui, finita la guerra, aveva dato tutti gli esami che non aveva potuto sostenere durante il fascismo, poi si era iscritto all’università, dove si era laureato in ingegneria. Era venuto a Roma per affari, quando aveva visto un manifesto teatrale col mio nome.

Nelle due ore ci raccontammo freneticamente tutto quello che era accaduto alle nostre due vite. Aveva un treno per Milano, l’accompagnai alla stazione. Restammo a parlare fino a quando un fischio lungo annunciò la partenza del treno; ci guardammo commossi, tornammo ad abbracciarci. Poi lui montò nello scompartimento e restammo a salutarci con la mano, fino a quando non sparì dalla mia vista.

Da quel momento in poi Pippo scomparve dai miei sogni.

Andrea Camilleri, da “Certi momenti”, 2015

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