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Pasqua di Gea

17.04.2022

«A JENNY SCHULZ-LANDER

Mia cara, dolce amica, Prima di lasciare Roma, ho accolto nella mia ultima canzone la Venere di Primavera. La bella dea mi ha fatto visita e mi ha portato un sacco di rose fresche. Dormivo e sognavo forse di amore; prendendo in giro la natura, la dea mi ha svegliato e ridendo a gran voce ha provocato il risveglio greggio di un mortale. Quando, dopo aver visto tante belle cose, si voltò in lontananza di nuovo a guardarmi, e mi chiamò per “cantare il risveglio della terra”»

…cantami la sagra Pasqua di Gea

Bene! Giunto in questa bellissima Renania, ho la frutta che aprile mi ha donato dal suo sonno invernale, una nuova vita impetuosa che sale dal cuore al cervello rendendomi ubriaco. E il cuore e il cervello, come i fiori della terra, sono scoppiati in sentimenti e pensieri, e ogni sentimento e ogni pensiero è una poesia. Non è diverso, credo, anche il beato potere della Provenza, che è stato il primo a liberarsi dalla profonda notte e ha risvegliato l’amore e la gioia della natura. A tempo debito, ho pensato al comando della dea, e alla forza naturale che cedendo all’odore dei fiori e al canto degli uccelli, ho iniziato questa poesia di Primavera.

Mia dolce amica, nessun’altra come te, ho conosciuto. Portare fuori il ricordo di quelle ore indimenticabili, in memoria di un poeta italiano, il quale ha sempre nostalgia di casa di quel bel paese. Sulla tua lode solo lui sarà in grado di guardare avanti, e non cercherà nessun altro.

Bonn am Rhein, 1890»

 

I

“Ferma su queste carte
perenne un raggio, o Sole;
a te rapito ha l’Arte,
la fiamma avvivatrice,
con cui compone e dice
l’eterne sue parole.
La Pasqua alma di Gea,
di Gea, unica Dea,
agli uomini risorta,
la Primavera io canto;
or che nei petti umani
la vana fede è morta
ne l’ideale estremo
poggiato su ‘l dimani
del nostro dì supremo.
Sgorga di nuova foce
la voce armonïosa;
una lontana voce,
limpida luminosa
mi chiama e mi conduce.
Udite, o Belle, il canto
tessuto sotto il Sole,
onde le mie parole
son parole di luce.
II
Bella di freschi maj
sempre è la nostra via.
Ove tu posi il piè,
e sia pur brullo piano,
su cui sudore umano
giammai nulla poté;
scattano a due, a tre,
vivi fioretti gaj
né so come ciò sia.
Ma s’io mortal non fossi
intenderei perché
fioretti gialli e rossi
nascono del tuo piè.
III
A l’avvenir, che ratto,
sfrenando i chiusi eventi,
irrompe nel passato,
conscî del nostro fato,
porgiam la fronte lieta;
e tutte, d’ora in ora,
co ’l nitido bicchiere,
con occhi fisi e intenti,
salutïam le larve,
le splendide chimere,
le vaghe passeggiere,
che seco in lungo ei mena
e vaporoso nembo,
piene di fiori il grembo.
Son elleno che fanno
del tempo la catena,
e vanno e vanno e vanno!
A chi per sempre sparve
de l’andar suo la meta,
a chi piú non s’allieta
di quest’umano inganno,
e gli altri indarno ancora;
venga la morte, e sia
senza compianti tratto
fuor che la nostra via.
Quando una volta ha morso,
crudele dipsa ascosa,
il dubbio – e infuso il fiele;
fonte non v’è di grazia,
né dàn limpidi rivi
un salutare sorso,
chè bere alcun non sazia
la sete velenosa.
Di Bacco e di Cibele
a tutt’onore e gloria
novella dendroforia
facciam noi oggi, o vivi.
IV

Egli ha una scure in mano
il nume mio fatale:
fronda non mette via
la pianta di mia vita,
che tosto a lei non sia
recisa da codesto
crudel genio del male.
La mira il tronco mesto
cadere non lontano
su ‘l vasto e lieto piano
de la gentil fiorita:
ei sol dolente e spoglio
la mira, e addura a forza
la sua cinerea scorza,
perché novel germoglio
non abbia sorte uguale.
Però non regna in vano
sopra la terra Aprile;
e a me noto e palese
è questo del bel mese
miracolo gentile:
ben che dal tronco sparte,
le frondi da per loro
mettono foglie e fiori,
molteplici, diversi,
nuovi spargenti odori;
né notte avvien che cada,
la quale in lor non versi
balsamica rugiada;
né passa un’ape d’oro,
che a sugger non s’arresti
dei calici il tesoro;
né sazia mai da questi
alcuna via si parte

V

Lascia il rosario e il velo
e il libro de la prece;
Lascia suonar la mesta
campana de la chiesa.
Guarda: è sí puro il cielo,
sí bella la distesa
de l’erbe nove al piano,
del fresco e folto grano,
che maturando viene.
Ov’hai la rosea vesta,
quella che tanto bene
al corpo ti s’attaglia?
Via, prendi questa invece,
e il cappellin di paglia
ornato di vermene.
Chi ti vedrà passare
dirà: «Che bimba bella!
che bimba bella! pare
dei fiori la sorella…»
Lascia il rosario e il velo
e il libro de la prece.

Oggi l’altar vermiglio,
che ad esaltar la morte
sorge, e a cruciare i vivi,
vuota come la fede
che si professa in lei,
la fredda chiesa vede;
oggi piú smorta pare
codesta immiserita
turba di semidei,
cui fu virtù negare
quanto ha di ben la vita.
– Odi tu, gramo Figlio
d’un’opprimente Sorte,
per cui tutto è peccato;
Tu, martire legato
a la tua stessa croce,
sangue grondante a rivi;
odi la viva voce
de la risorta Terra
tutta di fior vestita,
la voce de l’amore,
la formidabil voce
de l’universa vita?
Preghi tu ancor, confitto
a quest’infausto segno,
che venga in terra il regno
di chi tu Padre chiami,
il regno de la morte?
E ben, se tu non l’ami
quest’alma terra in fiore,
e agogni di morire,
lasciami, o derelitto,
che da codesto legno
con pïetosa mano
io ti deponga ancora.
Oggi la primavera
sola trïonfa e impera,
e tutto splende e odora:
Via Tu, mesto profano!
Ove in piú copia il piano
d’ogni color produce
fiori gentili, dove
piú chiara e fresca luce
dai cieli azzurri piove,
e senza posa mai
vaghi augelletti a coro
cantan con ebbra possa
nei tepidi riposi
ai vespri a l’albe d’oro
la luminosa, ardente
gloria dei mesi gaj;
si scavi oggi una fossa,
che sempre agli a venire
occulta resti e al mondo:
Noi vi vogliam, pietosi,
codesto bello e biondo
figlio de l’Orïente
comporre e seppellire.

VI

Non oggi, va’! dimani,
diman ti giungerò,
Larva dei sogni miei,
lucifera fanciulla,
te che il mio tutto sei,
e pur, forse, sei nulla.
«Toglimi!» spesso dice
il labbro tuo, ridendo.
«io t’amo, e mi ti do.»
No, larva; se ti prendo,
non sarò piú felice:
crudele è nostra sorte,
ed io per prova il so.
Sconcian le nostre mani
ogni piú bella cosa…
Va’ innanzi, e senza posa
io dietro a Te verrò.
In questa pena lunga
di giungerti è la vita;
sarà tosto finita,
come, o ben mio, t’avrò.
Tu, che sí bella sei,
Larva dei sogni miei,
tu sei, forse, la morte.
Va’, dunque. Ove m’adduci
non mai saper vorrò.
Va’ sempre. Ove tu vai
affascinato io vo.
E mai non ti raggiunga,
e non s’allenti mai
questo invisibil filo,
con che tu mi conduci.
Mi laceri e mi punga
pure ogni spina ascosa
tra i fior del nostro corso;
schermir non me ne posso:
assorto nel desío
di Te, fuggente sposa,
oggi l’acuto morso
non sento de le spine,
diman non vedrò il fosso,
a cui tu pur mi guidi,
tu, che sí dolce ridi,
Larva del pensier mio.
Ma in questo ignoto asilo,
dimmi, avrò pace alfine?

VII

O glorïosa pace
de la terra, nel sole;
pace di primavera,
sacro silenzio pieno
di palpitanti foglie,
tentato ad ora ad ora
da un trillo alto, vivace
d’augel che s’allontana;
non sei tu forse arcana
de la terra preghiera?
non son forse parole
gl’inesplicati odori
dei felici tuoi fiori?
Raggiante in bel sereno
il cielo ampio l’accoglie:
certo la terra adora;
sente la terra amore;
il palpito immortale
io sento del suo cuore.
Oh madre antica, è vero:
anima è tutto! e certo
crudel sei tu, se neghi
agli assetati preghi
de l’uomo il gran segreto,
onde oggi tutto è lieto.
Voi lo sapete, o fiori,
che puri e timorosi
rompete dal suo seno.
Oh a chi, religïosi,
vostr’anime leggiadre
ora esalate? O Madre,
Madre, chi mai tu adori?

VIII

Ancor per anni molti
mia giovinezza forte,
Terra, saluterà
tua verde giovinezza,
che ogni anno viene e va.
Ma non mi sieno tolti
da l’arida vecchiezza
gl’inganni ed i capelli:
benigna amica, morte
abbia di me pietà.
Chi muor con gli anni belli
non ha crudele sorte.
Pur, quante volte Aprile,
trïonfator gentile,
con un fiorito stelo
le brume sgombrerà,
e ovunque, in terra, in cielo,
nel vecchio cuore umano
la sua ridente gloria
d’amore pianterà;
vorrei tornasse seco
dolce ne la memoria
degli a venire un’eco
del mio canto lontano.
Pensar non so ch’ei muto
per sempre un dí sarà,
che forse andrà perduto
nel corso de l’età:
se al pian tornano i fiori,
perché nei nuovi cuori
anch’ei non tornerà?

IX

Ed abbi tu nel canto
eterna primavera,
o de la Melb austera
valle selvaggia! In mezzo
al solitario orrore
de l’alto bosco ombroso,
quante a cercar, lontano
da la città, diletto
vennero innanzi sera
coppie d’amanti? al rezzo
molle, misterïoso,
vinte dal mutuo amore,
quante al sovrano incanto
cessero ed a l’arcano
legamento del loco?
Lo dice il ruscel roco;
ma il suo linguaggio è strano:
serbar ama il segreto.
A quanti dopo il fallo
parve voce severa,
o Melb ascosa, il lieto
tuo murmure tra l’erbe?
Ebbe la donna certo
una strana paura
di questa in torno austera,
attonita natura;
guardò certo smarrita
queste querce superbe,
e sentí in lei mancare
l’amor primo a la vita.
Oh come freddo allora
le parve e d’amor vuoto
de l’uom l’ultimo bacio,
che non vuol far pensare!
Ci duol del tuo tardare,
suprema ora di gioja;
ma bene è che si muoja
quando tu giungi al fine:
colta la fresca rosa,
non restan che le spine;
e sempre son gli sdegni
seguaci ai godimenti.

Qui molti d’amor segni
e nomi incisi e date
antiche e cuor da frecce
passati e ammonimenti
serbano le cortecce
degli alberi silenti.
O tu, che sui prim’anni
del secolo incidevi,
Else, il tuo nome a canto
a un altro nome – or dove,
dove sei tu? Le nevi
del desolato inverno
piovvero su ‘l tuo crine
certo; forse in eterno posi
a quest’ora. Io nuove
vorrei di te. Ti posa
l’amico a fianco? sposa
gli fosti in vita? Parmi
di veder qui, tra queste
piante, aggirarsi meste
ombre di donne; e ognuna
cerca furtiva e in pianto
ogni svolta ogni canto
del labirinto verde;
ma l’amico non trova,
anzi se stessa perde…
Chi sa, forse qualcuna,
Else, di queste, nuova
di te potrebbe darmi.
Ma forse, come il roco
ruscel, linguaggio strano
parlano a orecchio umano
quest’ombre abandonate.
Oh via! l’amato loco,
la selva degli amori,
o meste ombre, lasciate!
E tu, tra i nuovi fiori,
tra l’erbe non mai gialle,
canta la tua discesa
perenne al piano, o ascosa,
placida Melb, o lieta
anima de la valle,
imagine segreta
del tempo, che non posa.
La vita ha i suoi dolori,
ma nel tempo è l’oblio.
Nutrir lungo desio,
mortali, non conviene;
corta è la vita, e solo,
sol per un fil si tiene.

X

La vecchierella bianca,
raccolta su ‘l murello
de la rural dimora,
non sazia già, ma stanca
di vivere cosí,
pur oggi del novello
sole di maggio è lieta:
guarda, ed ai tanti fiori,
onde il gran piano odora,
ai teneri uccelletti,
che dagli alberi intorno
e dai vicini tetti
le fanno un bel cantare,
movendo la canuta,
tremula testa pare
che dica ognor di sí:
– Ricordi, di’, ricordi
de le tue primavere
i bei, lontani dí? –
E la vecchietta: – sí!
– Ricordi quelle sere
d’aprile, e i dolci accordi
al lume de la luna,
i balli e il primo amore?
Fu allora, che nel cuore
dapprima ti fiorí. –
E la vecchietta: – sí!
– E l’altre, l’altre sere
passate, lieta e sola,
presso la prima cuna,
che la nonna imbastì!-
E la vecchietta: – sí!
– Ricordi il lieto giorno,
in cui la tua figliuola,
bella come una rosa,
venuta grande e sposa,
il genero rapí?-
E la vecchietta: – sí! –
– Ricordi i tanti morti,
che in vano or cerchi attorno,
il vecchio tuo, le care
amiche dei begli anni?
Oh come sola or sei,
e quanti mai sconforti,
e quanti ti dà affanni
questo tardo campare!
Ma presto morir dèi:
vuoi tu morir co’l dí? –
E la vecchietta: – sí!

XI

Quanti qui in basso siamo,
corriamo tuttavia
a irreparabil morte!
cosí vuol nostra sorte,
forza è, che cosí sia;
e noi cantiam, ridiamo:
lunga non è la via.
E al sol sempre, a la luna
mostriam giocondo il viso;
cosí co ’l gioco e il riso
vinciam nostra fortuna.
Oggi la via ci schiude,
celate a ben le spine
con molti fior, Natura:
chi si vorrà dar cura
de le fosse vicine?
Sol lieto è chi s’illude,
e non discorre il fine.
Rotto da piogge e vento
l’inverno pigro e lento
sempre per tempo viene,
ed ogni fronda spoglia:
quanti piú fior ci avviene
dunque di côr si coglia,
correndo il bel sentiero.
Come un armento in fuga
c’incalza il Tempo e punge.
A lui, tiranno austero,
ogni secolo aggiunge
su ‘l fronte aspro una ruga;
ma a noi ben maggior danno
apporta ogni nuov’anno!
A dio, belle contrade
del sole! un’altra volta
tornar non puossi a voi:
chi visto v’ha – vi vide,
né vi vedrem piú noi.
A canto al vecchio stanco,
il bimbo corre franco;
quegli trascina il piede,
questi sgambetta e ride;
l’uno a guardar si volta
la via di già percorsa,
ma innanzi a sé non vede
di vaghi fior coperta
la fredda fossa, e cade;
l’altro la salta presto
e segue la sua corsa.
Oh a dire, è pazza cosa,
umana sorte, questo
correre nostro a certa
insidia, e senza posa!

XII

Che fai? Che pensi? Ha bene
la squilla de la chiesa
contato dodici ore.
Qual mai delira impresa
te, vecchio egro e cadente,
su queste carte gialle,
curve l’ossute spalle,
rannuvolato il ciglio,
vigile ancor ritiene?
Che mai tanto ti tarda
stanotte di scoprire?
L’arcano de la vita?
Bravo! quand’è finita
per te, presso a morire.
Sú via, sú via! ma guarda,
la tua lucerna muore
su ‘l teschio riflettendo,
che le sta freddo a fianco,
l’ultimo suo barlume…
Ahimè, né maggior lume
al tuo cervello stanco
dal vecchio libro viene!

Dottor, codeste dotte
pagine meditate,
forse è miglior consiglio
darle a le fiamme, e andare
a letto, a riposare.
So bene, che ogni notte
voi, vecchio pazïente,
al fin le rigettate
con le tremanti mani.
So ben, che vi levate
sempre da lor gemendo
questa parola: “Niente!”
Ma perché mai, Dottore,
riprenderle, il dimani?
Perché voler sapere
ciò che non volle il fato
pei sensi nostri fare,
quando è poi tanto bello,
Dottore, tutto quello
che pure ad essi è dato
di còrre e migliorare,
comprendere e godere?
Ahimè, magro conforto, questo,
per voi, Dottore!
Per voi, che tutto assorto
a studiar la vita,
tra tante carte avete
di vivere obliato!
Giuro, che non vi siete,
Dottor, neppure accorto
com’ella v’è fuggita…
La bestia è cosi fatta,
Dottor! checché si faccia,
la fugge tuttavia.
Certo è una bestia matta,
anzi di fino dolo:
viene, e non si sa d’onde,
passa qua giú di volo,
scappa, e non lascia traccia.
Cosa è del tutto vana
darle però la caccia:
la maledetta tana
ov’ella ci s’asconde,
noi non saprem giammai
dove diavol sia!

Or dunque, che piú stai?
vecchio, a dormir! La scienza,
la lunga esperïenza,
non ti potran servire
per quel che indarno agogni
di penetrar: Dormire,
Dottore, e buoni sogni!

XIII

Se non si rinnovella
l’età, come la terra,
pur tra la bella festa
dei fiori, a primavera,
di nuove voglie in petto
il cuor ci si ridesta,
e scoppia da le vene
de l’anima l’ebbrezza.

Cinta di fior la testa,
tra una gioconda schiera
di giovini e dicace,
su un somarello viene
la tremula Vecchiezza.
«Piglia d’ogni or fugace
quanto piú sai diletto!»
a questo e a quello dice
ridendo in mezzo ai fiori
che a dosso ognun le getta,
e il somarello affretta
confuso tra i clamori.

Prima che il tempo volga,
o giovini, si colga
il fior, che vivo odora.
Prima che muta e spoglia
a dormir sonni tristi
la terra si ritorni,
e il nostro capo incalvi;
tessiamoci ghirlanda
ai vivi fior commisti.
Chi può, sua nave salvi,
mentre dei belli giorni
spira propizia l’ôra,
e prona a nostra voglia
l’onda si mostra e blanda

XIV

Attoniti, dai nidi
nuovi sui vecchi tetti
guardano gli augelletti,
mettendo acuti gridi,
cadere l’invocata
pioggia di mezzo aprile.
Tu dietro la vetrata
de la finestra bassa
come lor guardi e ridi.
È nuvola che passa,
giovinetta gentile:
la rosa imbalconata
metterà foglie nuove.
Su la tua bocca io tanti
baci vorrei contare,
o giovinetta, quanti
in questo punto sono
che dicon: “Guarda, piove!”
Sorpresa curiosa,
e curiosa voglia!
io prego che tu voglia
lasciarmela passare…
Via, te la prendi a male?
Io chieggoti perdono:
ma un bacio è dolce cosa,
un bacio non fa male.

XV

A la finestra bassa
la giovinetta viene:
il fidanzato passa…
«Buona sera, mio bene!»
La vecchia serva siede
giú de la scala al piede,
e il giovin si trattiene
a guardare la sposa;
ma non sa dirle cosa.
Con sorridente ciera
la vecchia a lui ripete:
«V’ha detto buona sera…»
e quindi aggiunge piano:
«Oh, come grullo siete,
sú lesto, deponete
un bacio in quella mano!
Non c’è malizia alcuna…
io – sto a guardar la luna».
un bacio non fa male.

XVI

Sei tu, sei tu, ti sento,
son tuo, trïonfa, Amore!
Schiavi del tuo talento
togli or la mente e il cuore.
Dolce e crudele gioco
per prova ti conosco,
e piú non ti pavento:
So quanto tempo dura
tua pazza signoria,
e chi te eterno giura
offende la natura.
Mescola miele e tosco,
liquido e sottil foco
armi la rea mistura;
poi dammi tutto a bere
in fin ch’ebbro ne sia:
per me vorrò vedere
il fondo del bicchiere.
Dicanmi pur le Belle
crudele villania,
perché sí schietto sono,
perché mentir non vo’:
io amo ed io perdono,
io rido perché so.
De la mia stessa doglia
rido, e d’ogni altro amante:
oh in ver, par che si voglia
con dei sospir le stelle
spegnere tutte quante!
Non io, non io son fatto,
mie Belle, a sí e no;
l’amore è cosi fatto,
Amor, che è nato matto.

XVII

Sciò, via costà! sciò, via,
gallina faraona!
il tempo non perdona,
s’invecchia tuttavia,
e quando vespro suona,
la croce, e cosi sia!
Sciò, via costà! sciò, via.
Son belli i fiori freschi,
che aprile reca a noi,
ma il danno è che son freschi…
mi spiego? freschi!… e voi…
Se crescon leggiadria
a femmina leggiadra,
che il capo se n’adorni,
non posson far che torni
l’età de la nipote
ad una vecchia zia.
Sciò, via costà! sciò, via.
La sorte nostra è ladra
di curiosa fatta:
Ella vi lascia intatta
la bella e ricca dote
e gli ori ed i giojelli,
e sol vi toglie via
il roseo de le gote
e il biondo dei capelli.
In vano di cinabro
v’incendiate il labro,
in vano v’imbiaccate
le rughe desolate –
Madonna, ei pare! ei pare!
andatevi a lavare…
Il tempo non perdona,
e quando vespro suona,
la croce – e cosí sia.
Sciò, via costà! sciò, via.
E chieggovi perdono
se parlo come un matto,
ch’abbia ragione, in fondo;
colpa è del sol, non mia,
ebbro di vita io sono,
Madonna, e piú non so,
quello che tutti sanno,
quello che tutti fanno,
quello ch’io stesso fo,
o, per dir meglio, ho fatto
perché lo vuole il mondo
– io non so piú mentire!
Vogliate compatire.

XVIII

E con due sacca piene
di frutta e di civaje
il vostro servo viene,
Dolcezza, a farvi omaggio.
Pien di mosche culaje,
il somarello a maggio
vorrebbe anch’esso amare:
lungo tutto il vïaggio
m’ha fatto un gran ragliare.
Io so che avete, o Bella,
ne la stalluccia bassa
un’asinella grassa
e che molto l’amate,
perché posata e buona.
Or sú, mio bene, date
a me vostra persona,
e la vostra asinella
a la mia bestia date.
Co ’l tempo, se vi pare,
e gli lasciate fare,
faranno gli asinini
cosí, vispi e piccini.
L’ultima mia canzone
ha cento cuori rotto,
cento si son di botto
ragazze costumate
del vostro innamorate.
La frusta tua non schiocchi,
la mamma m’ha avvisato,
lungo le strade, dove,
passando, l’hai cantato;
io ti vedo spacciato,
le innamorate nuove
ti mangeran con gli occhi.
Mamma, mammuccia buona,
santo è il vostro consiglio,
ma a dir che vostro figlio
da un pezzo l’è spacciato!
Mamma, s’è innamorato
d’una ragazza onesta,
ma che gli fa la testa
girar, massaja poi…
massaja accorta… – e questa,
Dolcezza, siete voi!

XIX

Perché la vecchia madre
piange in lasciar la figlia
sola co ’l nuovo sposo?
Non jeri ella contenta
del giovin si dicea,
e pur staman ridea
a tutti, affaccendata
a preparar la festa?
Ridea stamane, e intanto,
vedeste? or se n’è andata
quasi per forza, e in pianto.
Entro del cuor sgomenta,
la nuova sposa resta,
né sa levar la testa
dal seno palpitante:
segue ella ne la notte
le voci alte, interrotte
de l’accolta festante,
che ognor piú s’allontana…
Ella ama, e pure teme,
non sa perché, lo sposo…
Oh come sola, insieme
a un uomo anch’ ei dubbioso,
dinanzi l’avvenire!
Oh s’ei sapesse dire
una parola vana
per romper quel gravoso
silenzio e quella pena!
La chiamasse per nome!
Oh Dio, buon Dio! ma come
passerà mai la notte!
Gli occhi lucenti in viso
osa or levargli a pena,
d’ansia e d’amor vermiglia:
egli la guarda fìso,
co ‘l guardo anzi la bee,
e quel che far si dee
con gli occhi si consiglia.
Ma già l’amore a un riso
mutuo la loro bocca
schiude, e l’ardor trabocca:
d’un tratto, ei tra le braccia
la stringe forte, e chiama
per nome, e quanto l’ama
in quel nome le dice.
E sugli occhi la bacia,
nei capelli la bacia,
le bacia ne le mani…
Ella, tutta felice,
gli porge ora la faccia:
e la bocca ei le bacia…

Sposi, sposi, a dimani!

XX

Tu morta, e luce ha il sole
ancor per noi, sorrisi
ancora l’avvenire,
profumi e fior la terra…
Qui, tra le verdi ajuole,
è la tua fossa: scendi!
Molti fioretti gaj
furon ieri recisi
per darti posto, intendi?
per dar posto a una morta;
e la lor vita è corta
d’un solo e breve giorno!
In grembo a la gran madre
ora tu puoi dormire,
né piú ti desterai.
Le tue membra leggiadre
come tesor novello
ella serba e rinserra.
Non sorga alcun avello
a rammentarti ai vivi;
spontanei de le liete
tue venti primavere
i fiori nasceranno,
e saran sempre vivi.
Su te, morta, e tra loro,
gli augelletti canori
s’accoglieran le sere
a riposar le penne,
e del lor mesto coro
empiran la quïete;
e di te canteranno
a le vigili stelle,
a le piante sorelle,
cui fosti sempre cara.
E tu gli augelli i fiori
cosí, penso, sarete
in una a noi non chiara
comunïon perenne.
Non gemiti, non pianti:
bella è cosí la morte.
Chi va piú a lungo avanti
esposto è sempre ai danni
d’una maligna sorte.
O tu, morta a vent’anni,
morta di primavera,
odi tu i dolci canti
degli augelli, ogni sera?

XXI

O notte, o sacra notte,
un ignorato mondo
sei tu per noi mortali,
che, tristi, nel profondo
grembo dei sonni, oblio
breve cerchiamo ai mali
e requie a nostre lotte.
Religïoso or io
son fatto, e uno sgomento
strano da Te mi viene,
da la tua pace immensa,
dal tuo silenzio enorme,
pien di tremanti stelle.
Piú nulla in cuor mi sento,
nulla la mente pensa,
e nella meraviglia
di quest’insolit’ora,
l’alma, che pur non crede
a nume alcuno – cede
al tuo potere, e adora.
Dunque son fatte a bene
quante son cose belle?
Folle non è desio
degli uomini la pace?
Oh come tutto tace,
e in Te fiducïosa,
in Te sicura dorme
la Terra nostra. Come
una fiorente figlia
di sotto l’amorosa
custodia de la madre,
che l’adorate chiome,
le sembianze leggiadre
con l’alito le sfiora;
ella in te, Notte, dorme.

Sognano al dolce lume
degli astri i mille fiori?
Se sognano, un bel sogno
dee certo esser il loro.
Mandan sí freschi odori…
Felici i fiori! – Un nume
che venga a vigilare,
la bianca Luna or pare,
tarda dei colli fuori
sorgente. Oh come il raggio
suo mite, nel baciare
le palpitanti foglie,
in onda di rugiada
purissima si scioglie!
Destasi la cicada
a glorïar co ’l canto
de la Diva il passaggio;
e i fiori a farle omaggio
anch’essi, dormigliosi,
sorgono in loro stelo.
Or tutto, terra e cielo,
ravvivasi, in un solo
palpito immenso: freme
l’aura argentina, il suolo
par che respiri, e insieme
tutte le foglie un coro
bisbiglian senza posa,
dicendosi qualcosa
non chiara a noi, ma a loro
intelligibil solo.
Tra lor mi sdrajo, e i fiori
piegansi curïosi
intorno, a rimirarmi.
E di vedere or parmi,
guardando gli astri d’oro,
via pei silenzïosi
spazi fuggir gioconda
la Terra, e ai cieli un’onda
sparger di fiori e cori
festevoli – mi pare
d’udir di Lei sonori
i cieli ampi echeggiare.

XXII

A l’aura del tramonto
incendiata e chiusa,
con vol leggiero e pronto
la lodola, com’usa,
trillando a piena gola,
si leva in alto, e chiama
per la campagna sola
le socie, a mutar loco.
Sotto il languente foco
del ciel si stende il piano
silenzïoso e verde;
una lucente lama
d’acqua lo fende, ed ogni
sua lieve orma gemendo,
or qua or là volgendo
tra l’erbe in fior si perde.
Trema ne l’aria un lieve
canto lontano, e arcana
spande mestizia intorno:
placido muore il giorno,
e il canto pio riceve,
che ognor piú s’allontana.
C’è in lui, pare, una pena
troppo grave a soffrire;
ma insieme una serena
sommessïone al fato
composta da la fede:
la calma che si vede
in un corpo malato
quando sta per morire.
Seguiam la passeggiera
voce che chiama. I fiori
qui muojon tutti or mai;
son morti i mesi gaj,
scende fredda la sera,
ed anche tu mi muori,
estro di primavera.

Bonn am Rhein, nella primavera del 1890

Appendice

«Eterno eterno eterno!»
susurran l’aure in torno,
quasi oppressanti. «Eterno!»
ripete il vasto Reno
fluendo senza posa.
«Eterno eterno eterno!»
chiede ogni viva cosa.
Io vo, sconvolto il seno
da un rompere improvviso
d’affetti novi, pieno
d’accese idee la mente;
non lieto, e pur ridente
di strani sogni il viso.
Dove? io non so, ma avanti –
verso la morte, forse;
forse in braccio a l’amore;
saprò forse tra poco
il gran Segreto. Avanti!
Non mai sí ratto corse
su noi lo stuol de l’ore;
non mai sí viva apparve
ad occhio uman la terra;
né mai con tanto foco
vegliaronla le stelle.
Questa è magica sera;
questo, novel ritorno
di gaja primavera
sarà per me fatale.
In van le antiche larve
di nostra poesia,
e de le forme belle
l’armonïosa vita
chiama a compor la guerra
dei paventosi affetti
la vaga fantasia.
Qui è ‘l coro trïonfale,
il formidabil coro
de le reali forme,
possenti ne la loro
integrità vitale.
Qui l’anima è rapita
dal grande multiforme
trionfo degli aspetti;
e preso a forza io sono
e a tutto m’abbandono,
e del tutto divento:
Mortal cosa non scrivo,
che l’infinito io sento,
sento l’eterno – e vivo.”

Luigi Pirandello, “Pasqua di Gea”, 1891
Pasqua di Gea raccoglie le poesie che Pirandello aveva composto, tra il 1889 e il 1890, a Bonn, dove  si trovava per completare gli studi universitari. Le venti liriche sono tutte dedicate ad una ragazza tedesca, Jenny Schulz-Lander, di cui  lo scrittore si era innamorato.
Pasqua di Gea non vuol essere una celebrazione della Pasqua: il titolo stesso, infatti, intende  piuttosto creare una sorta di ossimoro tra la festività cristiana e la divinità greca della terra, di cui il poemetto canta la rinascita a primavera, evidenziando, nel contempo, la grandezza della “forte età pagana” di cui Pirandello si dichiara “figlio”.
Così scrive Pirandello in una sua lettera:
L’idea che informa il lavoro è ampia e profonda: il risorgimento della terra, che riscatta dall’inverno, e il risorgimento della vita moderna liberata dalla scienza; questo secondo concetto traspare sempre dal primo. Ma il pregio maggiore è nella varia espressione che questa idea ha trovato nel poema, or seria or grave or gioconda or lietamente folle or anche mistica or spassionata.  Io non son mai rimasto così contento di me stesso, anzi non so comprendere com’abbia fatto a scrivere certi canti. Pure ancora al meglio non vedo fine; e non c’è che fare, è forza bene che in questa insaziabile, irrefrenabile aspirazione logori e distrugga l’anima mia e il mio corpo. Nacqui per morir così: […] la via è dolorosa d’acutissime ma più nobile via non si può dare.”
*****
Immagine: Sandro Botticelli, “Primavera”, 1482

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