Pensieri

La vita del castello medioevale

04.05.2022

Come si svolgeva la vita nei castelli del Medioevo?  All’alba il gallo canta e il signore si sveglia, dà un calcio al cane che accucciato in fondo al letto gli ha fatto da scaldapiede. Hanno dormito bene entrambi. Durante la notte alcuni servi sono rimasti in piede a bastonare le acque del fossato, perché le rane non disturbassero il sonno del padrone.
In cinque minuti il feudatario si alza, si veste , non si lava perché a quei tempi la pulizia personale era considerata un lusso, un’immoralità e, dì inverno, un suicidio, mancando ogni impianto di riscaldamento, nel senso razionale della parola.
Anche se in déshabillé, il signore non ha bisogno di tirare le tende, tanto da fuori, nessuno lo vede, mancano i vetri.
Le finestre sono chiuse con le impannate, pezze di panno o pelli di capra, rese translucide  mediante un bagno nell’olio di lino.
I vetri costano un occhio della testa. Quando un conte  Guidi di San Godenzo ne mise alcuni alle finestre del suo palazzo, il popolo sbalordito da tanto scialo lo battezzò ” il palazzo degli specchi”. E quando nel 1333 l’Arno inondò Firenze, un frate spiegò il flagello come un giusto castigo del Cielo, sdegnato contro il lusso dei troppi vetri.
Terminata la toilette prima ancora di cominciarla, il signore s’infila la camicia, quella della sera prima. C’è poco da scegliere, l’una addosso l’altra in fondo, era la regola per tutti, ricchi e poveri. Le mutande saranno inventate molto tardi, nel Quattrocento, secolo della scoperta dell’America.
Se intende mutar d’abito d’abito il signore corre alla cassapanca ( niente armadi) e tira fuori giubbe, mantelli, cappucci, cappelli, giubbotti guerniti di pelliccia, che la castellana ha buttato dentro alla rinfusa, cospargendo il tutto di pepe, la naftalina del Medioevo. Ma bisogna far presto, se no si gela, spifferi d’aria entrano un po’ dappertutto.
Il fumo, mancando spesso il camino, esce per la via più breve, il tetto.
Alle dieci, il primo pasto, servito nel salone più ampio, su tavole distinte e mobili, in cui gli ospiti vengono divisi per gruppi e per dignità. L’ospite più importante e il signore hanno tavole rialzate. Qualora lo strato di paglia steso sul pavimento non riesca a mitigare il gelo che sale dai lastroni di pietra, i commensali si scaldano tracannando vino e mangiando gagliardamente. Il valore d’un uomo si misura dalla quantità di cibo. Chi mangia di più, quello è il più bravo in battaglia.
Esclusi dal banchetto i vecchi e i ragazzi. Le dame servono personalmente l’ospite, prendendo delicatamente col pollice, indice e medio ( somma scortesia usare l’anulare e il mignolo) pezzi di cinghiale , cervo, stambecco, capriolo, e mettendogli nel piatto una montagna di carne cotta al forno o allo spiedo, aromatizzata con pepe, noce moscata, garofano, ginepro, benzoino e quanto v’è di più piccante nella bottega del droghiere.
Si riempiva il resto della giornata con battute di caccia, rigorosamente riservate al signore e al suo seguito. Pene terribili al villano che avesse ammazzato una starna. Poi si ricevevano i castaldi, si facevano un po’ i conti sulle rendite del feudo, quanto grano, quante olive, mentre le donne, appartate, ascoltavano i recenti avvenimenti di cronaca cantati, con accompagnamento di mandola, dai vari cantautori dell’epoca.
La sera altro pranzo robusto, col solito contorno di salse spietate, esplosive, per cui alla fine il piacere della gola, sul punto di assopirsi, svegliava la lussuria, inquilino del piano di sotto.

Cesare Marchi, da “Dante in esilio”, 1964

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