Affabulazioni

Palomar

16.05.2022

Il signor Palomar ha questa fortuna: passa l’estate in un posto dove cantano molti uccelli. Mentre siede su una sdraio e “lavora” (infatti ha anche un’altra fortuna: di poter dire che lavora in luoghi e atteggiamenti che si direbbero del più assoluto riposo; o per meglio dire, ha questa condanna, che si sente obbligato a non smettere mai di lavorare, anche sdraiato sotto gli alberi in un mattino d’agosto), gli uccelli invisibili tra i rami dispiegano attorno a lui un repertorio di manifestazioni sonore le più svariate, lo avvolgono in uno spazio acustico irregolare e discontinuo e spigoloso, ma in cui un equilibrio si stabilisce tra i vari suoni, nessuno dei quali s’eleva sugli altri per intensità o frequenza, e tutti s’intessono in un ordito omogeneo, tenuto insieme non dall’armonia ma dalla leggerezza e trasparenza. Finché nell’ora più calda la feroce moltitudine degli insetti non impone il suo dominio assoluto sulle vibrazioni dell’aria, occupando sistematicamente le dimensioni del tempo e dello spazio col martellare assordante e senza pause delle cicale.
Il canto degli uccelli occupa una parte varabile nell’attenzione auditiva del signor Palomar: ora egli l’allontana come una componente del silenzio di fondo, ora si concentra a distinguervi verso da verso, raggruppandoli in categorie di complessità crescente: cinguettii puntiformi, trilli di due note una breve una lunga, zirli brevi e vibrati, chiocciolii, cascatelle di note che vengono giù filate e s’arrestano, riccioli di modulazioni che si curvano su se stesse, e così via fino ai gorgheggi.
A una classificazione meno generica il signor Palomar non arriva: non è di coloro che sanno, ascoltando un verso, riconoscere a che uccello appartiene. Sente questa sua ignoranza come una colpa. Il nuovo sapere che il genere umano va guadagnando non ripaga del sapere che si propaga solo per diretta trasmissione orale e una volta perduto non si può più riacquistare e ritrasmettere: nessun libro può insegnare quello che solo si può apprendere nella fanciullezza se si presta orecchio e occhio attento al canto e al volo deli uccelli e se si trova lì qualcuno che puntualmente sappia dare loro un nome. Al culto della precisione nomenclatoria e classificatoria, Palomar aveva preferito l’inseguimento continuo d’una precisione insicura nel definire il modulato, il cangiante, il composito: cioè l’indefinibile. Ora egli farebbe la scelta opposta, e seguendo il filo dei pensieri risvegliati dal canto degli uccelli la sua vita gli appare un seguito d’occasioni mancate.
Tra tutti i versi degli uccelli si distacca il fischio del merlo, inconfondibile da ogni altro. I merli arrivano sul tardo pomeriggio: sono due, certo una coppia, forse la stessa dell’anno passato, di tutti gli anni a quest’epoca. Ogni pomeriggio, al sentire un fischio di richiamo, su due note, come d’una persona che vuole segnalare il suo arrivo, il signor Palomar alza la testa per cercare intorno chi lo chiama; poi si ricorda che è l’ora dei merli. Non tarda a scorgerli: camminano sul prato come se la loro vera vocazione fosse di bipedi terrestri, e si divertissero a stabilire analogie con l’uomo.
Il fischio dei merli ha questo di speciale: è identico a un fischio umano, di qualcuno che non sia particolarmente abile a fischiare, ma che si trovi ad avere un buon motivo per fischiare, una volta tanto e per una volta sola, senza intenzione di continuare, e lo faccia con un tono deciso ma modesto e affabile, tale da assicurarsi la benevolenza di chi l’ascolta.
Dopo un po’ il fischio è ripetuto – dallo stesso merlo o dal suo coniuge – ma sempre come fosse la prima volta che gli viene in mente di fischiare; se è un dialogo, ogni battuta arriva dopo una lunga riflessione. Ma è un dialogo, oppure ogni merlo fischia per sé e non per l’altro? E, in un caso o nell’altro, si tratta di domande e risposte (all’altro o a se stesso) o di confermare qualcosa che è sempre la stessa cosa (la propria presenza, l’appartenenza alla specie, al sesso, al territorio)? Forse il valore di quell’unica parola sta nell’essere ripetuta da un altro becco fischiante, nel non essere dimenticata durante l’intervallo di silenzio.
Oppure tutto il dialogo consiste nel dire all’altro “io sto qui”, e la lunghezza delle pause aggiunge alla frase il significato di un “ancora”, come a dire: “io sto ancora qui, sono sempre io”. E se fosse nella pausa e non nel fischio il significato del messaggio? Se fosse nel silenzio che i merli si parlano? (Il fischio sarebbe in questo caso solo un segno di punteggiatura, una formula come “passo e chiudo”). Un silenzio, in apparenza uguale a un altro silenzio, potrebbe esprimere cento intenzioni diverse; anche un fischio, d’altronde; parlarsi tacendo, o fischiando, è sempre possibile; il problema è capirsi. Oppure nessuno può capire nessuno: ogni merlo crede d’aver messo nel fischio un significato fondamentale per lui, ma che solo lui intende; l’altro gli ribatte qualcosa che non ha nessuna relazione con quello che lui ha detto; è un dialogo tra sordi, una conversazione senza capo né coda.
Ma i dialoghi umani sono forse qualcosa di diverso? La signora Palomar è in giardino anche lei, che annaffia le veroniche. Dice: – Eccoli, – enunciazione pleonastica (se sottintende che il marito stia già guardando i merli) o altrimenti (se lui non li avesse visti) incomprensibile, ma comunque intesa a stabilire la propria priorità nell’osservazione dei merli (perché effettivamente è stata lei la prima a scoprirli e a segnalarne le abitudini al marito) e a sottolineare l’immancabilità delle loro apparizioni, già da lei tante volte registrate.
Ssst, – fa il signor Palomar, apparentemente per impedire che sua moglie li spaventi parlando ad alta voce (raccomandazione inutile perché i merli marito e moglie sono ormai abituati alla presenza e alle voci dei signori Palomar marito e moglie), ma in realtà per contestare il vantaggio della moglie dimostrando una sollecitudine per i merli molto maggiore di quella di lei.
Allora la signora Palomar dice: – Da ieri è di nuovo secca, – intendendo la terra dell’aiuola che sta innaffiando, comunicazione in sé superflua, ma intesa a dimostrare, col continuare a parlare e col cambiare discorso, una confidenza coi merli molto maggiore e più disinvolta di quella del marito. Comunque da queste battute il signor Palomar ricava un quadro generale di tranquillità, e ne è grato alla moglie, perché se lei gli conferma che per il momento non c’è niente di più grave di cui preoccuparsi, lui può restare assorto nel suo lavoro (o pseudolavoro o iperlavoro). Lascia passare un minuto e anche lui cerca di lanciare un messaggio rassicurante, per informare la moglie che il suo lavoro (o infralavoro o ultralavoro) procede come al solito: a questo scopo egli emette una serie di sbuffi e brontolii: – … per storto… con tutto che… da capo… sì, col cavolo… – enunciazioni che tutte insieme trasmettono anche il messaggio “sono molto occupato”, nel caso che l’ultima battuta della moglie contenesse anche un larvato rimprovero del tipo: “potresti pensarci un po’ pure tu a innaffiare il giardino”.
Presupposto di questi scambi verbali è l’idea che una perfetta intesa tra coniugi permetta di capirsi senza star lì a specificare tutto per filo e per segno; ma questo principio viene messo in pratica in modo molto diverso dai due: la signora Palomar s’esprime con frasi compiute ma spesso allusive o sibilline, per mettere alla prova la prontezza d’associazioni mentali del marito e la sintonia dei pensieri di lui con quelli di lei (cosa che non sempre funziona); il signor Palomar invece lascia che dalle brume del suo monologo interiore emergano sparsi suoni articolati, confidando che ne risulti se non l’evidenzia di un senso compiuto, almeno il chiaroscuro di uno stato d’animo.
La signora Palomar invece si rifiuta di ricevere questi borbottii come un discorso, e per sottolineare la sua non partecipazione dice a bassa voce: – Ssst…! Li spaventi…– ritorcendo sul marito lo zittio che lui s’era creduto in diritto di opporle, e riconfermando il proprio primato in quanto ad attenzione per i merli.
Segnato questo punto a suo vantaggio, la signora Palomar s’allontana. I merli becchettano sul prato e certo considerano i dialoghi dei coniugi Palomar come l’equivalenti dei propri fischi. Tanto varrebbe che ci limitassimo a fischiare, egli pensa. Qui s’apre una prospettiva di pensieri molto promettente per il signor Palomar, a cui la discrepanza tra il comportamento umano e il resto dell’universo è sempre stata fonte d’angoscia. Il fischio uguale dell’uomo e del merlo ecco gli appare come un ponte gettato sull’abisso.
Se l’uomo investisse nel fischio tutto ciò che normalmente affida alla parola, e se il merlo modulasse nel fischio tutto il non detto della sua condizione d’essere naturale, ecco che sarebbe compiuto il primo passo per colmare la separazione tra… tra che cosa e che cosa? Natura e cultura? Silenzio e parola? Il signor Palomar spera sempre che il silenzio contenga qualcosa di più di quello che il linguaggio può dire. Ma se il linguaggio fosse davvero il punto d’arrivo a cui tende tutto ciò che esiste? O se tutto ciò che esiste fosse linguaggio, già dal principio dei tempi? Qui il signor Palomar è ripreso dall’angoscia.
Dopo aver ascoltato attentamente il fischio del merlo, egli prova a ripeterlo, più fedelmente che può. Segue un silenzio perplesso, come se il suo messaggio richiedesse un attento esame; poi echeggia un fischio uguale, che il signor Palomar non sa se sia una risposta a lui, o la prova che il suo fischio è talmente diverso che i merli non ne sono affatto turbati e riprendono il dialogo tra loro come nulla fosse.
Continuano a fischiare e a interrogarsi perplessi, lui e i merli.”

 

Italo Calvino, da “Palomar”, 1983

 

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Immagine: Renato Guttuso, “Il merlo”, 1947

 

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