“Vivo appena, e male, l’esistenza animale e vegetativa. Non voglio rattristarti, ma non voglio neanche che tu abbia idee oleografiche e malvacee sul mio modo di passare il tempo. Del resto mi sono abituato. E sopporto. E ho pazienza, se non certo rassegnazione. Ma il dubbio che gli altri pensino la realtà affatto diversa da quella che è e mi immaginino immerso in qualsivoglia attività utile e interessante, mi irrita in sommo grado e un po’ mi rivolta. Mi fa sentire più duramente quanto sia isolato e staccato dalla vita. Ti abbraccio teneramente”.
Antonio Gramsci, da una lettera a Giulia Schucht, 15 agosto 1932
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La mia vita
“La mia vita,
ve la posso narrare in due parole:
Un cortile.
E un pezzetto di cielo
dove a volte passano
una nuvola smarrita
e qualche uccello con le ali in fuga.”
Marcos Ana, da “La mia vita” – Marcos Ana (pseudonimo di Fernando Macarro Castillo) fu incarcerato dal regime franchista quando aveva solo 18 anni e rimase in prigione per ben 23 anni. La sua storia è contenuta nel suo “Ditemi com’è un albero”
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Vincent van Gogh, “La ronda dei carcerati”, 1890
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“Alla fine
a differenza del
solito
il mio amore sorride
al suo nome.
L’universo festeggia
due nuovi cieli
le farfalle indossano ali
di libertà pura.
Grazie dicono i boschi
sciogliendo al vento i capelli.
Grazie dicono i gabbiani
scrollando dalle ali
la stanchezza del primo migrare.
Grazie dicono le onde
eseguendo una danza
su un’aria marina d’amore.
Galoppano i campi di grano
i sogni domano le tempeste
e Dio si raddrizza
sul suo trono.
Alla fine
come al solito
gorgoglia la voce del poliziotto
che annuncia la fine della visita
le finestre del carcere chiudono gli occhi
e le pareti si coprono di
un colore di estremo pudore.”
Carcere di Sednaya, 26 gennaio 1993
Faraj Bayraqdar, dalla rivista «Smerilliana», traduzione di E. Chiti
(Faraj Bayrakdar è un poeta siriano arrestato dal regime di Hafiz al-Assad nel 1987 per motivi politici. Processato soltanto nel 1993 e condannato a 15 anni di lavori forzati, fu scarcerato nel 2000, grazie ad una campagna internazionale. Oggi vive in Svezia, dove continua a battersi contro il regime di Bashar al-Assad)
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Giovanni Battista Piranesi, “Carcere d’invenzione”, 1745-1750 – Tavola VII, “Il ponte levatoio”

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“Secondo giorno d’inverno
è il mio compleanno.
Ho compiuto 27 anni
la poesia è la prostituta
che mi denunciò ai poliziotti.
La cella, vagone assurdo di un treno
precipita
precipita.
Sì sono vivo, ma che destino il mio
quando anche le pacifiche ali degli uccelli
mi sembrano lame di coltelli.
Mi arrestarono perché avevo pensieri proibiti,
avevo scritto versi ermetici.
Ma più ermeticamente mi hanno rinchiuso
eppure parlano di libertà di pensiero.
La testa china
abat jour stanco
con la lampada bruciata.
Anna Frank
sul mio petto potrà riposare,
felice piangerà, afflitta sorriderà.
Sì, sì, sarà così
perché non inutilmente
ho compiuto (dopo la morte) 27 anni.”
Vizar Zhiti, poeta albanese, condannato a dieci anni di lavori forzati dal regime comunista albanese, per le sue poesie “borghesi e reazionarie”
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Giovanni Battista Piranesi, “Carcere d’invenzione”, 1745-1750, Tavola X – “Prigionieri su una piattaforma sporgente”
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Ma davvero per uscire di prigione
“Ma davvero per uscire di prigione
bisogna conoscere il legno della porta,
la lega delle sbarre, stabilire l’esatta
gradazione del colore? A diventare
così grandi esperti, si corre il rischio
che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire
davvero di prigione, esci subito,
magari con la voce, diventa una canzone.”
Patrizia Cavalli, da “L’io singolare proprio mio”,1992
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Nazim Hikmet nel carcere di Bursa
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Qualche consiglio a chi deve affrontare molti anni di galera
“Se invece di essere impiccato
Vieni sbattuto dentro
Per non aver rinunciato a sperare
Nel mondo, nel Paese, nel tuo popolo
Se devi scontarti dieci o quindici anni
Oltre al tempo che ti rimane,
E’ meglio che non ti venga da dire
“Avrei preferito che mi avessero
Appeso a una corda
Come la bandiera”
Punta i piedi e vivi.
Potrebbe non essere esattamente piacevole
Ma è tuo solenne dovere
Vivere ancora un altro giorno
Per fare dispetto al nemico.
Parte di te potrebbe vivere solitaria dentro,
Come un sasso in fondo al pozzo.
Ma l’altra parte di te
Deve essere coinvolta
Nel vortice del mondo
Tanto che ti viene da tremare
Quando fuori, a quaranta giorni di distanza,
Si muove una foglia.
Aspettare lettere mentre sei dentro,
Cantare canzoni tristi
O stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
E’ dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
Stai attento ai pidocchi
E alle notti di primavera,
E ricordati sempre
Di mangiare l’ultimo boccone di pane –
Non dimenticarti anche di ridere di cuore.
E chissà,
La donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non importa:
Per l’uomo che è dentro
E’ come un ramo verde divelto e spaccato.
Pensare alle rose e ai giardini fa male,
Pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
E consiglio anche di tessere
E di costruire specchi.
Voglio dire, non è che non si possono passare
Dieci o quindici anni dentro
O anche di più
È possibile
Purché il gioiello
Nella parte sinistra del tuo petto
Non perda la sua lucentezza.”
Nazim Hikmet (scritta nel 1949 nella prigione di Bursa, in Turchia, dove Hikmet rimase chiuso per dodici anni)
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Giuseppe Loverso, “Il carcere è simile al cimitero non rimane mai vuoto”, 1990
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“Laddove c’era
una possibilità di fuga
restarono tutti
nel carcere.
La possibilità di fuggire
era una libertà che nessuno
voleva perdere.”
Sven Gösta Ågren (poeta finlandese), da “Hid”, 1992
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Intervento a una assemblea sul carcere
“In Sarajevo circondata si poteva entrare
durante una diminuzione di proiettili.
Ma noi stasera non entriamo a Sarajevo
e niente spartiamo con chi sconta,
nemmeno il possesso di una chiave.
Da noi stasera il tempo trottola per strada,
sbanda in un vagone, si rigira in un letto a due piazze,
aspetta una telefonata,
stasera da noi il tempo fa le sue faccende.
Dentro la cella è chiuso,
corre solo in testa a chi non lo trascorre.
Un giorno chissà quando sarà l’ultimo,
il prigioniero uscirà incontro al tempo
che scodinzolerà tra le sue gambe
come un cane invecchiato.
Un giorno chissà quando
sarà di nuovo il primo all’aria aperta.
Ma noi stasera qui parliamo di prigione
come sazi che parlano di fame.
Siamo gli altri, quota eccedente ch’è rimasta fuori
per mancanza di spazio e di sfortuna.
L’unica mossa giusta sarebbe contro i muri
appoggiare l’orecchio così forte
da farli cadere.”
Erri De Luca, “Intervento a una assemblea sul carcere”, da “Bizzarrie della provvidenza”, 2014
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Mario Boccia (foto scattata durante l’assedio di Sarajevo)
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“Alla fine
a differenza del
solito
il mio amore sorride
al suo nome.
L’universo festeggia
due nuovi cieli
le farfalle indossano ali
di libertà pura.
Grazie dicono i boschi
sciogliendo al vento i capelli.
Grazie dicono i gabbiani
scrollando dalle ali
la stanchezza del primo migrare.
Grazie dicono le onde
eseguendo una danza
su un’aria marina d’amore.
Galoppano i campi di grano
i sogni domano le tempeste
e Dio si raddrizza
sul suo trono.
Alla fine
come al solito
gorgoglia la voce del poliziotto
che annuncia la fine della visita
le finestre del carcere chiudono gli occhi
e le pareti si coprono di
un colore di estremo pudore.”
Carcere di Sednaya, 26 gennaio 1993
Faraj Bayraqdar (poeta siriano, detenuto e torturato sotto il regime di Hafez Assad con l’accusa di essere affiliato al Partito comunista, vive in esilio in Svezia), dalla rivista «Smerilliana» – Traduzione di E. Chiti
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Scarabocchiato
“Ho scarabocchiato tutto;
L’amore,
il corpo
il futuro.
Ho scarabocchiato tutto sperando che qualcuno sapesse guardare oltre,
oltre il destino,
il destino di quelli come me,
il destino di una vita non vissuta che fatica a ruggire con un senso.
Ho scarabocchiato tutto partendo dai fogli
i fogli che sono divenuti i miei soldati.
I testimoni della mia ribellione,
Ed ho scarabocchiato tutto sì! Ma ancora sogno di imparare a disegnare l’amore.”
Edmond, “Scarabocchiato”, da “Poesie di Edmond dal carcere di Rebibbia”, 2020
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Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi,
“Non me la racconti giusta”, progetto di arte urbana all’interno delle carceri italiane a cura di Ziguline, magazine di arte e cultura contemporanea, degli artisti Collettivo Fx e Nemo’s e del fotografo e videomaker Antonio Sena – Photo Credits Antonio Sena
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L’uomo che inseguiva la luce
“Cresciuto tra mille fratelli,
venditori di sogni,
spacciatori di morte.
Le guardie scelsero me,
rendendomi cieco
alla vista del sole.
E dietro le sbarre
sognavano i miei occhi innocenti.
Ricordavano corse,
immaginavano cieli,
solo libertà dovuta.
Quando si aprì la porta
i fratelli gioirono,
gli amici m’accolsero.
Ed ecco la luce
che mi esplodeva in mano,
si faceva respiro,
illuminando notti
non più oscure.
Felice mostravo i denti
a chi con me scambiava parole
senz’esser capito.
Partivo spensierato per mete ignote,
viaggiando su improbabili arcobaleni,
a lungo sognati, mai posseduti.
Ma quelle notti da re
si sbriciolarono in fretta,
come scritte sulla sabbia
spazzate dall’onda del giorno.
E ancora inseguo quella luce,
d’una felicità sempre più breve,
sempre più fragile,
sempre più spenta.
Ora qui sul marciapiede
elemosino una luce.
Luce che non illumina,
luce che sfama e disseta.
Ora qui sul marciapiede,
rincorro arcobaleni.”
Tommaso Foscarin, “L’uomo che inseguiva la luce”, da “Luce nel buio”, 2023
In carcere
“In carcere
fumo una sigaretta dopo l’altra.
Dalle sbarre del finestrone
osservo passeggiare la guardia
sul muro di cinta.
Non controlla nulla
non si aspetta nulla.
Mi stendo sulla branda:
con me stesso non posso parlare
da me stesso non posso fuggire.
Tanto vale dormire
tanto vale sparire.”
Marco Vetrugno, da “L’apprendistato alla morte”, 2025
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In evidenza: Foto di Valentina Perniciaro, “Sempre lo stesso muro”