Linguaggi

Voci dal carcere

17.05.2022

“Vivo appena, e male, l’esistenza animale e vegetativa. Non voglio rattristarti, ma non voglio neanche che tu abbia idee oleografiche e malvacee sul mio modo di passare il tempo. Del resto mi sono abituato. E sopporto. E ho pazienza, se non certo rassegnazione. Ma il dubbio che gli altri pensino la realtà affatto diversa da quella che è e mi immaginino immerso in qualsivoglia attività utile e interessante, mi irrita in sommo grado e un po’ mi rivolta. Mi fa sentire più duramente quanto sia isolato e staccato dalla vita. Ti abbraccio teneramente”.

Antonio Gramsci. da una lettera a Giulia Schucht, 15 agosto 1932

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La mia vita
“La mia vita,
ve la posso narrare in due parole:
Un cortile.
E un pezzetto di cielo
dove a volte passano
una nuvola smarrita
e qualche uccello con le ali in fuga.”
Marcos Ana, da “La mia vita” – Marcos Ana (pseudonimo di Fernando Macarro Castillo) fu incarcerato dal regime franchista quando aveva solo 18 anni e rimase in prigione per ben 23 anni. La sua storia è contenuta nel suo “Ditemi com’è un albero”
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Vincent van Gogh, “La ronda dei carcerati”, 1890
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In una cella in Palestina

“In cella non vuoi un gallo che canti, ma una nave che viaggi.
Jawhari voleva viaggiare di notte; di giorno doveva menarci per cento terzi, di notte cantava per conto suo. Il secondino era innamorato.
– Dicono che scrivi canti.
Ti prende la gioia perché quando il tuo carceriere si ricorda ch’un giorno avevi una penna in mano, c’è caso che per qualche minuto si dimentichi della frusta che è nella sua.
– Scrivi!
– Scrivo che?
– Scrivi un canto per me.
E scrissi il mio primo canto in cambio d’una sigaretta.
La seconda settimana il secondino recapitò la mia prima lettera; mi aveva dato penna e carta e io scrissi la mia prima lettera che spedii per suo tramite.
Era per la mia fidanzata Vittoria, e fu il primo progetto di nozze palestino-egiziane ad entrare nel carcere militare.
Così il carceriere diventò un solerte postino nel carcere militare

*

La pioggia è la mia migliore amica. Quando la pioggia cade, s’infila nella serratura della cella, la apre e tu esci. La nave è sempre lì, davanti alla porta della cella, ad aspettarmi. Ora viaggi nel grano.
Quando si mescolano due colori ne esce fuori un terzo, ma cosa succede al recluso quando il carceriere mischia la sua frusta con centinaia di grida?
La tortura arriva sempre dall’esterno della cella. Quando cominciano a torturare quello della cella accanto, cominciano a torturare anche te, te che aspetti il tuo turno: sanno d’allungarti la tortura con l’attesa. Forse il tuo turno non è questa notte eppure lingue di fuoco hanno già preso a bruciarti le ossa. Ogni urlo che t’arriva dall’esterno della cella è una lingua di fuoco. Il fumo del fuoco filtra dal corpo del tuo vicino: lo sgozzano col fuoco e ti soffocano col fumo. Il fumo filtra nella cella, aghi, chiodi: ti conficcano il fumo nelle ossa come fossero aghi, chiodi. E’ un’esperienza alla quale t’hanno già abituato e sta a te ricordarti di qualche cosa che ti faccia resistere.
Le voci entrano nella tua cella tutte mescolate come urla d’un’anatra selvatica caduta in trappola.

*

Il carceriere strofina la sua mano sul muro della mia cella: sulle sue dita c’è il sangue di Farid.
Hamza Basyuni, direttore del carcere, giunge adesso, giunge al momento opportuno. Dall’esterno arrivano urla mentre lui all’interno grida:
– Scrivi soltanto che non sei comunista!
Adesso ti danno la penna, quelli che t’hanno spezzato le dita. Adesso ti danno la carta, quelli che t’hanno spogliato dei tuoi vestiti; quelli che non conoscono altre penne che le zanne dei cani poliziotto. Volevano che tu scrivessi. E allora ti ricordi degli occhi di tua madre, del mare di Gaza nel quale hai imparato a nuotare a sette anni. E tu allora vedi con chiarezza il viso di Fakhri Murqa, il sergente della centrale di polizia che mise tutti i fucili della centrale nel bagagliaio della sua auto e scappò per raggiungere la brigata dello shaykh Hasan Salama.
Da bambino andai a trovare Fakhri Murqa nella prigione di Acca: era stato condannato alla pena di morte, poi tramutata in ergastolo. Fuggì dalla prigione e arrivò a Gaza nel 1957.
Lo amai molto, soleva ripetermi:
“I RICCHI HANNO DIO E LA POLIZIA. I POVERI HANNO LE STELLE E I POETI”

Mu’in Bsisu, da “Dafatir filastiniyya” – Quaderni Palestinesi

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Giovanni Battista Piranesi, “Carcere d’invenzione”, 1745-1750 – Tavola VII,  “Il ponte levatoio”

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Compleanno in cella
“Secondo giorno d’inverno
è il mio compleanno.
Ho compiuto 27 anni
la poesia è la prostituta
che mi denunciò ai poliziotti.
La cella, vagone assurdo di un treno
precipita
precipita.
Sì sono vivo, ma che destino il mio
quando anche le pacifiche ali degli uccelli
mi sembrano lame di coltelli.
Mi arrestarono perché avevo pensieri proibiti,
avevo scritto versi ermetici.
Ma più ermeticamente mi hanno rinchiuso
eppure parlano di libertà di pensiero.
La testa china
abat jour stanco
con la lampada bruciata.
Anna Frank
sul mio petto potrà riposare,
felice piangerà, afflitta sorriderà.
Sì, sì, sarà così
perché non inutilmente
ho compiuto (dopo la morte) 27 anni.”
Vizar Zhiti, poeta albanese, condannato a dieci anni di lavori forzati dal regime comunista albanese, per le sue poesie “borghesi e reazionarie”
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Giovanni Battista Piranesi, “Carcere d’invenzione”, 1745-1750, Tavola X –  “Prigionieri su una piattaforma sporgente”
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“Ma davvero per uscire di prigione
bisogna conoscere il legno della porta,
la lega delle sbarre, stabilire l’esatta
gradazione del colore? A diventare
così grandi esperti, si corre il rischio
che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire
davvero di prigione, esci subito,
magari con la voce, diventa una canzone.”
Patrizia Cavalli, da “L’io singolare proprio mio”,1992
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Nazim Hikmet nel carcere di Bursa
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Qualche consiglio a chi deve affrontare molti anni di galera
“Se invece di essere impiccato
Vieni sbattuto dentro
Per non aver rinunciato a sperare
Nel mondo, nel Paese, nel tuo popolo
Se devi scontarti dieci o quindici anni
Oltre al tempo che ti rimane,
E’ meglio che non ti venga da dire
“Avrei preferito che mi avessero
Appeso a una corda
Come la bandiera”
Punta i piedi e vivi.
Potrebbe non essere esattamente piacevole
Ma è tuo solenne dovere
Vivere ancora un altro giorno
Per fare dispetto al nemico.
Parte di te potrebbe vivere solitaria dentro,
Come un sasso in fondo al pozzo.
Ma l’altra parte di te
Deve essere coinvolta
Nel vortice del mondo
Tanto che ti viene da tremare
Quando fuori, a quaranta giorni di distanza,
Si muove una foglia.
Aspettare lettere mentre sei dentro,
Cantare canzoni tristi
O stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
E’ dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
Stai attento ai pidocchi
E alle notti di primavera,
E ricordati sempre
Di mangiare l’ultimo boccone di pane –
Non dimenticarti anche di ridere di cuore.
E chissà,
La donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non importa:
Per l’uomo che è dentro
E’ come un ramo verde divelto e spaccato.
Pensare alle rose e ai giardini fa male,
Pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
E consiglio anche di tessere
E di costruire specchi.
Voglio dire, non è che non si possono passare
Dieci o quindici anni dentro
O anche di più
È possibile
Purché il gioiello
Nella parte sinistra del tuo petto
Non perda la sua lucentezza.”
Nazim Hikmet (scritta nel 1949 nella prigione di Bursa, in Turchia, dove Hikmet rimase chiuso per dodici anni)
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Foto di Foto di Valentina Perniciaro, “Sempre lo stesso muro”

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