Lettera seconda
Ti ho spaventata col mio amore; all’inizio, quando ero ancora allegro, ti piacevo di più. È colpa della Russia, mia cara. Noi abbiamo un’andatura pesante. Ma in Russia io ero forte, mentre qui ho cominciato a piangere.
Lettera terza
Mio caro, mio amato. Non scrivermi d’amore. Non devi. Io sono molto stanca. Io, come tu stesso hai detto, ho la schiena a pezzi. Ciò che ci divide è la vita quotidiana. Io non ti amo e non ti amerò. Ho paura del tuo amore; prima o poi mi offenderai, per il fatto che adesso mi ami tanto. […]
Forse il tuo amore è grande, ma non è gioioso.
Lettera quarta
Non parlerò d’amore; parlerò soltanto del tempo.
Il tempo oggi a Berlino è bello.
Gli incontri sono sempre più rari. Quante parole semplici ho compreso: mi struggo, ardo, perisco, ma MI STRUGGO sono le parole che comprendo meglio.
D’amore non posso scrivere, scriverò di Zinovij Gržebin, l’editore. Mi sembra che il tema sia abbastanza estraneo. […]
Pensavo che Gržebin fosse crudele perché si era rimpinzato di letteratura russa.
Esistevano l’alto e il basso, esisteva il tempo, esisteva la materia.
Ora non c’è nulla. Nel mondo regna il metodo.
L’uomo ha inventato il metodo.
IL METODO.
Il metodo è uscito di casa e ha intrapreso una sua propria vita.”
La donna forse non è del tutto straniera.
Io non mi lamento di te, Alja. Solo che tu, sei molto donna.
Tu dici: «Quando desideri un abito per molto tempo, poi, non vale la pena di comperarlo; è come se l’avessi portato e logorato a memoria».
È naturale che, in un negozio, una donna flirti con gli oggetti; le piace tutto.
È la psicologia europea.
Di certo è colpa dell’oggetto, se non riesce a farsi amare.
Soprattutto degli oggetti dotati di mani.
Lettera diciannovesima
Che non bisogna leggere. È stata scritta da Alja, quando era malata, la carta che le è capitata per la lettera era a righe, la lettera è la migliore del libro, ma non bisogna leggerla, per questo è cancellata.
[…] Comperati un abito nuovo e prenditi sei camicie: tre in lavanderia e tre a casa, la cravatta te la regalo io, lucida gli stivali.
E con me parla di libri, io mi reggerò in posizione verticale sulle zampe posteriori e ubbidirò.
[…]
Ho settant’anni. La mia anima giace innanzi a me.
È tutta segnata dalle pieghe del tempo.
Quel libro, già allora, l’aveva piegata. Io te l’ho raddrizzata.
Hanno piegato l’anima la morte degli amici. La guerra. Le dispute.
Gli errori. Le offese. Il cinema.
E la vecchiaia, che nonostante tutto, è sopraggiunta.
Ora, mi è più facile, perché non conosco i luoghi per i quali cammini, non conosco i tuoi nuovi amici, o i vecchi alberi presso il tuo mulino.
La memoria si è allontanata in cerchi concentrici. I cerchi sono giunti sino alla spiaggia scogliosa. Il passato non esiste più.
I cerchi, gli anelli dell’amore se ne sono andati sulla spiaggia.”




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