Magazzino Memoria

La guerra, le guerre…

24.05.2022
«Ma i comandi sembravano impazziti. Avanti! Non si può! Che importa? Avanti lo stesso. Ma ci sono i reticolati intatti! Che ragione! I reticolati si sfondano coi petti o coi denti o con le vanghette. Avanti! Era un’ubriacatura. Coloro che confezionavano gli ordini li spedivano da lontano; e lo spettacolo della fanteria che avanzava, visto al binocolo, doveva essere esaltante. Non erano con noi, i generali; il reticolato non l’avevano mai veduto se non negli angoli dei loro uffici territoriali, e non si capacitavano che potesse essere un ostacolo. Arrangiatevi, ma andate avanti, perdio! Che si fa, si scherza?
Imbottivamo alla meglio i vuoti che ogni azione apriva, giorno per giorno, spaventosi, nei reggimenti. E su, fanteria pelandrona, all’attacco. I nostri soldati si fecero ammazzare così a migliaia, eroicamente, in questi attacchi assurdi che si ripetevano ogni giorno, ogni ora, contro le stesse posizioni.
Il fango impasta uomini e cose assieme. Nel camminamento basso i soldati devono rimanere accovacciati nel fango per non offrire bersaglio: i bordi ineguali del riparo radono appena le teste. Non ci si può muovere. questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe ritratte, di fucili, di cassette di munizioni che s’affastellano, di immondizie dilaganti.- tutto è conflitto nel fango tenace come un vischio rosso.»
(Carlo Salsa, da “Trincee. Confidenze di un fante”, 1924)
«La pioggia continua snida dal terreno il puzzo della vecchia orina; e in certi posti si è costretti a strisciare a terra, mettendo le mani sopra ogni genere di roba, magari su qualche decomposto pezzo di soldato.
Trincea! Abominevole carnaio di putredine e di feci, che la terra si rifiuta di assorbire, che l’aria infuocata non riesce a dissolvere. Il tanfo di cadavere lo ingoiamo col caffè, col pane, col brodo.»
(Paolo Caccia Dominioni, “1915-1919. Diario di guerra”)
«Non ci si può muovere; questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe rattratte, di fucili, di cassette di munizioni che s’affastellano, di immondizie dilaganti: tutto è confitto nel fango tenace come un vischio rosso. A poco a poco si delineano le forme, si precisano le cose intorno a me. Un bordo della trincea è tutto rigonfio di morti che si mescolano in un viluppo confuso: rintraccio faticosamente le figure umane ad una ad una. Sono quasi tutti cadaveri di soldati austriaci: molti – inamidati da una patina untuosa – sono riversi nella fanghiglia nello stesso senso, nella stessa positura, come sardine: si scorgono alcune teste allineate lungo l’orlo, altre che pencolano, altre non segnalate se non da ciuffi di capelli impeciati. Sono stati forse colti da una raffica di mitragliatrice mentre fuggivano allo scoperto, e sono crollati così, simultaneamente, come i pali di uno steccato abbattuto da un colpo di vento. Delle mani, logore e spolpate come guanti smessi, s’artigliano in un gesto estremo, protese in un inutile tentativo di aggrapparsi alla vita. […]
I cecchini […] guatano con una selvaggia avidità di preda, con pazienza implacabile. Sanno che qualcuno si dovrà pur muovere; e attendono. Talvolta un sacchetto smosso o uno straccio che si agiti attira una fucilata: ma spesso sono questi miei ragazzi ottimisti ed irrequieti che si fanno uccellare miseramente, così.»
(Carlo Salsa, “Trincee. Confidenze di un fante”, 1924)
«Non credere che la disperazione muova a desiderare il cimento prossimo, che avrà dell’infernale; è la speranza di raggiungere presto lo scopo nostro; è la speranza di arrivare alla fine perché è quasi l’ora. E fra giorni ci batteremo: forse, quando tu leggerai la presente, che scrivo appoggiando per terra il foglio, noi ci saremo già battuti e la nostra sorte già rivelata. Io che la vedo, la guardo in faccia come potrei guardare te […], senza nessun timore, senza nessun rimpianto, non le domando niente, perché sarebbe inutile, e lascio che mi accompagni, amica o no, fin dove vuole. […]
Domani compio il ventiduesimo anno.»
(Francesco Gesualdo, da “Lettere dal fronte”)

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