Magazzino Memoria

Antonia Pozzi: Diari

26.05.2022

8 settembre 1937

[…] Sola. In questa mia bella casa, coi mobili ricchi e dalla radio la voce del paese che amo ( forse ancora soltanto attraverso il tuo sangue, amore indimenticabile) e ho davanti la piccola lampada della fedeltà che non basta a calmare l’irrequietudine, a riempire la vita.
E questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi riguadagnerò più.
Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono.
Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno e se qualcuno venisse, ormai è forse troppo tardi e il sangue è ancora malato di te, di voi. Sorsi di vino giallo, acre, e tutti sono lontani, perduti in questa notte piena di echi come una caverna.

Geld verdienen – Ma poi?…Oh, essere ancora in braccio a te come oggi, nonna, con gli occhi chiusi, vicino alla tua vecchia tiepida carne, pensare soltanto: o venire con te, nella tua prossima bara, da te ereditare, come un dolce vino di sonno, la morte, mia cara nonna, unica anima sorella, unica carne che sento uguale alla mia, mai mai lasciarmi separare da te, venire con te quando andrai nella tomba, parlare ancora con te e sentire il tuo fiato dopo morta. Sarebbe la pace. Non ho fatto niente per meritarla, lo so: è presto per essere stanchi. Ma se non ho più forza, se tutti mi vincono, se sono inferiore, perché lottare ancora e ansare e piangere? Penso anche a te, lontanissimo e dolce, che non avevi corpo e mi baciavi così puro, ala bianca dell’adolescenza. Al nostro figlio non nato. Strano bambino senza sapore di carne e di capelli, angelo.

Quanti mondi. Allora erano più grandi di me e mi chiamavano in alto, adesso sono più forti di me e mi schiacciano. Forse in primavera, quando i rami dei faggi, nei boschi di Pasturo, sono gialli di tenerezza, nel muschio umido spuntano a cartoccio le foglie lisce dei mughetti, allora forse il peso al capo si farà più plumbeo, allora cederò…E a Portofino, dalle due parti dello scoglio, il mare farà festa alle tombe dei bambini”

9 settembre 1937

Ieri sera un angelo mi ha preso per mano. Non era ancora buio. Di là dai veli della pioggia e della sera gli alberi e le montagne erano ugualmente oscuri. L’angelo mi ha messo una mano sulle spalle, mi ha fatto salire di corsa le scale nere, fin qui nella mia stanza. non avevo più fiato. Allora l’angelo mi ha messo una mano sul collo, sono caduta in ginocchio davanti alla finestra aperta, senza respirare ho guardato il profilo immobile della montagna. Poi giù: tre volte ho baciato la terra (il pavimento di mattonelle rosse) premendo bene le labbra – e i pugni li avevo così stretti sul petto che mi dolevano le ossa. Dopo – mi sono alzata come dopo un sonno di anni, leggera come una donna che ha partorito. Ho aperto gli occhi. L’angelo non c’era più.

10 settembre 1937

L’angelo è tornato ieri sera. abbiamo percorso insieme la strada nuova, fino al cimitero. Dai monti minacciavano nuvole di temporale. I contadini uscivano dalle cascine con grandi tele di sacco per coprire i mucchi di fieno e difenderli dalla pioggia. La Chiesa del cimitero è proprio in disordine: quando potrò disporre del mio denaro lascerò qualcosa perché l’aggiustino. Sono rimasta molto tempo con la testa appoggiata alle sbarre del cancello. Ho visto un pezzo di prato libero che mi piace. Vorrei che mi portassero giù un bel pietrone e vi piantassero ogni anno rododendri, stelle alpine e muschi di montagna. Pensare di essere sepolta qui non è nemmeno morire, è un tornare alle radici. Ogni giorno le sento più tenaci dentro di me. Le mie mamme montagne. Di colpo il campanile, che pare un albero anche lui, così verde, è scoppiato a suonare. E un bambino è venuto giù in volata su di una vecchia bicicletta. Ho detto: “Angelo, torniamo”, e intanto cercavo di scoprire se il profilo dei Sassi Rossi non somiglia a una donna addormentata. Ma niente. Come ho netto negli occhi il profilo della Schlafenden Griechen sul lago di Traun.

Questa storia dell’angelo è strana, ma è vera. Io non so come sia fatto, ma già due volte ho avuto la sensazione fisica di averlo vicino. E – ora che ci penso – anche un’altra volta, sabato scorso, mentre giù a Milano, senza che io lo sapessi, Dino mi scriveva quella tremenda lettera. Che sia telepatia? Forse tutti quelli che hanno molto sofferto e sono un po’ deboli e malati, a un certo punto cominciano a sentire gli angeli. Se no, perché avrei baciato per terra l’altra sera?

E adesso ricordo che dicevo come una pazza: Salvala, Salvala. Certo pensavo all’amica di Dino, ma in quel momento non lo sapevo.

Non so, non ho mai provato forte come in questi giorni il senso di essere trasportata da una corrente violenta, ad una tensione altissima. E, nello stesso tempo, mai avuto così solido il senso della personalità e della responsabilità. Mi sento in un destino. E’ difficile che queste intuizioni siano sbagliate.

Antonia Pozzi, da “Diari, lettere e altri scritti”. 

Lascia un commento