Pensieri

La mia decisione di scrivere in lingua gĩkũyũ

01.06.2022
“Mai come oggi, la borghesia africana subisce l’influenza della lingua inglese, vietando ai propri figli di apprendere, parlare, scrivere in una delle lingue africane. La classe media pensa che i propri figli, i figli dei borghesi di oggi, saranno i borghesi di domani. La futura classe dirigente deve così perpetuare il monolinguismo, la sudditanza, lo svuotamento. La loro mente è colonizzata, una mente colonizzata dalla lingua dominante.
Per questa ragione, il futuro dell’Africa mi preoccupa molto. Mi preoccupa l’abbandono, non più imposto con la sola coercizione fisica, ma da una sorta di disciplinamento delle anime. (…)
La mia decisione di scrivere in lingua gĩkũyũ
la presi in prigione, in una cella di massima sicurezza. Venni arrestato il 31 dicembre 1977 e liberato il 12 dicembre del 1978. La ragione del mio arresto era legata al lavoro che stavo facendo, nel teatro di una comunità locale. Rappresentavamo un testo che avevo scritto e quel testo era in gĩkũyũ. Scrivere e fare teatro in una comunità locale era possibile solo servendosi della lingua di quella comunità. Il 16 novembre del 1977, il governo vietò la rappresentazione di “Ngaahika Ndeenda” (“Mi sposerò quando vorrò“), questo il titolo della mia pièce. Questo provvedimento e la successiva carcerazione mi portarono a riflettere, in maniera più approfondita, sul rapporto diseguale e asimmetrico fra lingue locali e lingua coloniale. Da questa riflessione nasce la mia decisione di scrivere in gĩkũyũ.
Gli scrittori che hanno fatto qualcosa per la loro lingua sono fonte di continua ispirazione per me. Penso a Dante, sul quale spesso ritorno. In epoca di latino imperante, Dante scelse il toscano e in quella lingua inscrisse il futuro. A chi gli rimproverava di non scrivere in latino, lingua dell’universale, Dante replicava – in latino – che il toscano era una scelta, una scelta consapevole, meditata, precisa.
Anche io, nel mio piccolo, ho fatto la mia scelta. Posso parlare in inglese, come sto facendo ora, tenere lezioni, scrivere ancora saggi in inglese, ma non è questo il punto.
Il gĩkũyũ fa di me un combattente. Ho combattuto così contro le politiche del governo, violente, intolleranti o semplicemente dettate dall’inerzia. Ma la mia lingua ha fatto di me quello che sono: un guerriero consapevole, un combattente pragmatico che difende le sue scelte. Amo le lingue, la differenza nelle lingue.”
Ngũgĩ wa Thiong’O: scrittore keniota, professore all’Università di Yale, candidato al Premio Nobel, scrisse il suo primo romanzo su rotoli di carta igienica, mentre era chiuso in un carcere di massima sicurezza a Kariti, in Kenya

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