Pensieri

Il diritto di essere tristi

15.07.2022

“Tutte le felicità si somigliano, mentre la tristezza di ognuno ha un colore diverso. La mia somiglia al colore dei pomeriggi di agosto in città, è un gomitolo di fili di ferro giallo acceso e asfalto, ed è tutta la vita che provo a non farci il nido dentro. Eppure senza quelle spine io non saprei che fare, e non saprei chi sono.

Sembra che nessuno perda anche solo un secondo per alzarsi in piedi e mettersi a difendere diritti. Il diritto di amare chi vogliamo, di metterci addosso quello che vogliamo, di pesare come vogliamo, mangiare, parlare, scopare, lavorare, respirare, viaggiare, tutto come vogliamo. Anche il diritto di potersi sentire depressi, la lotta allo stigma dei poveri pazzi che vanno dagli psicologi. Possiamo essere quasi tutto, ma non possiamo essere tristi. Se sei triste devi per forza alzarti e andare a fare una passeggiata, devi per forza fare la conta delle cose preziose che ti sono capitate e accendere un cero alla Madonna, devi pensare a chi sta peggio e devi pensare a te quando sei stato peggio. Puoi addirittura appellarti alla ricerca di una diagnosi che ti metta in pace con gli altri, da sventolare quando le cose iniziano a mettersi male o anche solo faticose. Eppure, se sei triste, te la fai passare e basta.

Il pregiudizio per cui una persona triste o una persona ingrata è prima di tutto incrollabile per la persona stessa, poi il resto del mondo. Stiamo tutti lì con questa idea per cui bisogna, a tutti i costi, arrivare alla felicità. Come se la tristezza fosse la Salerno Reggio Calabria e la felicità il mare. Con questo non voglio dire cagate tipo godiamoci il viaggio, la vita fa schifo quindi tanto vale puntare sulla buona musica di sottofondo o anche solo la vita fa schifo, accontentiamoci delle piccole cose, tipo quella folatina di vento tra i capelli che arriva tra un tir e quello dopo. Non volevo dire questo ma perché non è che sappia qualche segreto sulla vita, di merda o meravigliosa che sia.

Quello che so, o meglio quello che sento tra i rumori di friggitrice lontana fatta di asfalto e la luce delle 15 che esplode tra le fessure della persiana del salotto, è che dobbiamo imparare a starci in modo più costruttivo, nel nido di fili di ferro. Quello che penso, o sempre quello che sento, è che lottare con tutta questa ferocia contro qualcosa di ineliminabile, è quasi come buttarla, la vita, nella ricerca che la vita inizi.

Ogni tristezza è un pensiero che prende le scale per andare in cantina, rovista tra gli scatoloni, si fa luce con poco, teme il mondo fuori e si accanisce con il mondo dentro. Una vita a sentirci dire che dobbiamo chiudere via le emozioni scomode e non recuperarle mai, nemmeno una volta l’anno come le palle dell’albero. Sì, d’accordo, in qualche modo siamo arrivati a concederci che possono essere giorni in cui non siamo supereroi, in cui vorremmo restare a letto e in cui ci coglie la malinconia, ma l’idea è che uno debba stare o lì a farsela passare, o fare una bella passeggiata in montagna che ti distrae. NO. NO E POI NO. Io non mi voglio sempre distrarre dalle cose che sento, ogni tanto vorrei anche cercare di farmene qualcosa, come sedermi qui con la ventola che porta la temperatura del polso a 100 gradi e la vicina che ascolta Sapore di mare (l’ha mollata pure l’ultimo fidanzato) e la mia dolcissima tristezza al pizzico di zanzara e cocomero.

Non è un tentativo di glorificare il dolore in quanto tale, solo un tentativo di cercare di darlo un po’ per scontato e quindi di costruire lì sopra, su quello che c’è. Se c’è sabbia, sulla sabbia, se c’è pietra, sulla pietra, se non c’è un cazzo, sul nulla, ma come se fosse comunque un castello. Le persone muoiono, si abbandonano, si tradiscono, si umiliano, si fanno del male. Ogni traguardo è anche un limite e se cerchiamo di pulire ogni millimetro del caos, tempo qualche secondo, al caos si ritorna.

Se la smettessimo di chiedere a noi e a tutti di battersi indefessi per questa spasmodica ricerca, spesso fatta di cose che possiamo possedere, nomi, cose, case, chissà che cosa inizieremmo a cercare. Forse smetteremmo di soffrire per l’inutile e cominceremmo a farlo per l’essenziale.

Cosa fa di un essere umano, un essere umano felice? La mancanza di tristezza? Secondo me no, secondo me le cose che fanno di un essere umano, un essere umano felice, sono le attese, è il venticello che senti quando sei in traghetto anche se va tutto male, sono i momenti misti che ci fanno felici, quelli in cui c’è spazio anche per la parte che invece di riflettere la luce, la assorbe.

Nella vita forse la dobbiamo smettere di cercare un segreto, o peggio IL segreto, quell’unico piccolo momento che sancisce un prima e un dopo, quell’unico grande incontro, quell’unico grande tramonto, quell’unico grande rimpianto.

Pensare al dolore non equivale a produrre dolore, pensare al dolore è mettersi allo specchio e dire questo, questo, questo e quest’altro non mi piacciono, eppure qualcosa lo voglio salvare. Siamo sempre più quello che rimane che quello che mettiamo in mostra.

Pretendere che la vita sia fatta di perfezioni ci fa pretendere che tutto sia fatto di perfezione, che le persone vengano decapitate, categorizzate e chiuse, al primo errore; che le cose stesse che vogliamo fare siano perfette al primo tentativo, perché se causano fallimento causano tristezza e quindi non vanno bene; che, in ultimo, pure il mondo non vada bene visto che di cose poco perfette, signora mia, ne abbiamo a tonnellate.

Voi che cosa fate quando siete tristi, cercate di correre più veloce dei pensieri e di farli smettere o vi sedete a prendere il the con le tristezze per cercare di sentire che cosa hanno da raccontare?

Ci piace così tanto salvare tutto, perdonare tutto, capire tutto, sentirci liberi di dire tutto e ancora non abbiamo imparato a stimare la luce anche per il buio che la rende possibile.”

Olimpia Parboni Arquati, “Il diritto di essere tristi”, 11 Agosto 2021 

Fonte: confessionidiunapsicologasenzagiltro.com

*****

Nell’immagine: Pablo Picasso, “La bevitrice d’assenzio”, 1901

Lascia un commento