Affabulazioni

Shelidah

19.07.2022

La storia della sua morte è facile da indovinare. Aveva il nido in un albero di mango, in fondo al villaggio. Tornava a casa la sera e si stringeva nel nido contro le soffici piume dei suoi compagni e riposava il piccolo corpo stanco col sonno. D’improvviso, una notte, il potente Padma si agitò un poco nel suo letto, e l’albero di mango fu scalzato dalle radici. La piccola creatura, priva di nido, si svegliò un momento prima di riaddormentarsi per sempre. Quando mi trovo di fronte all’atroce mistero della Natura che tutto distrugge, la differenza tra me e gli altri esseri viventi mi appare insignificante. In città, la società umana può anche sembrar grande, essa è crudelmente insensibile alle gioie e ai dolori delle altre creature in confronto alle proprie.
In Europa poi l’uomo è così complicato e dominante che l’animale per lui non è altro che un animale. Agli indiani la trasmigrazione dell’anima dall’animale all’uomo e viceversa non sembra strana, quindi dai nostri libri sacri non è stata bandita come esagerazione sentimentale la pietà per tutte le creature senzienti.
Quando mi trovo a diretto contatto con la Natura, in campagna, l’Indiano si risveglia in me e io non posso rimanere freddo e indifferente davanti a tutta la gioia di vivere che batte nel soffice petto, ricoperto di piume, di un solo uccellino.

Rabindranath Tagore, “Shelidah”, da “Fogli strappati. Immagini del Bengala”

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