Linguaggi

Mendicanti di luce

21.07.2022
“Siamo mendicanti. Di luce.”
Don Angelo Casati, da “Dialogo con don Angelo Casati”,
“Pangea”, Intervista a cura di Francesco Occhetto – 10 Dicembre 2021
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Io sono quel bambino
“Io sono quel bambino con la faccia rotonda e sporca,
che in ogni angolo ti infastidisce con il suo “mi dai una monetina?”
Io sono quel bambino con la faccia rotonda e sporca, certamente non voluto,
che da lontano contempla gli autobus, in cui gli altri bambini ridono forte
e fanno salti molto grandi.
Io sono quel bambino antipatico con la faccia sporca che ti guarda sotto gli enormi lampioni illuminati,o sotto le puttane anch’esse illuminate.
O davanti alle fanciulle che sembrano lievitare.
Io sono quel bambino antipatico con la faccia sporca che proietta l’insulto della sua faccia sporca.
Io sono quell’antipatico bambino di sempre arrabbiato e solo,
e ti lascia l’insulto di quell’arrabbiato bambino di sempre e ti avverte:
se ipocritamente mi accarezzi sulla testa io colgo l’occasione di rubarti il portafoglio.
Io sono il bambino con la faccia sporca davanti al panorama di terrore imminente,
lebbra imminente, pulci imminenti, di offese e crimini imminenti.
Io sono quel bambino dispettoso che improvvisa un letto con un vecchio scatolone
e che aspetta, certo che verrai con me”.
Reinaldo Arenas, “Io sono quel bambino”
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Ero per la città, fra le viuzze
“Ero per la città, fra le viuzze
dell’amato sobborgo. E m’imbattevo
in cari visi sconosciuti… E poi,
nella portineria dov’ero andato
a cercare una camera, ho trovato…
Ho trovato una cosa gentile.
La madre mi parlava dell’affitto.
Io ero ad altra riva. Il mio alloggio
era ormai in paradiso. Il paradiso
altissimo e confuso, che ci porta
a bere la cicuta… Ma torniamo
alla portineria, a quei sinceri
modi dell’una, a quel vivo rossore…
Ma supremo fra tutto era l’odore
casto e gentile della povertà.”
Sandro Penna, da “Poesie”, 1973
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E non chiedere nulla
“Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l’umile gente
abbia ancora chi l’ascolta,
e trovino udienza le preghiere.
E non chiedere nulla.”
David Maria Turoldo, da “E non chiedere nulla”, in “O sensi miei…” (Poesie 1948-1988)
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Immagine tratta dal web
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 Ad una mendicante dai capelli rossi

 

“Fanciulla esangue dal crine rosso,
di sotto i cenci che porti addosso
come trapela, misero e bello,
il corpo snello!

Nelle tue giovini membra malate,
tutte d’efelidi disseminate,
il derelitto poeta apprezza
qualche dolcezza.

Sui grossi zoccoli tu sopravanzi
ogni regina che nei romanzi
con vellutate scarpe di gala
varchi la sala.

Oh, fa che al posto di queste corte
frappe un magnifico manto di corte
lungo e frusciante ti s’accompagni
fino ai calcagni;

che dei viziosi all’occhio audace
sulla tua gamba non questa lacera
calza riluca, ma d’oro schietto
un pugnaletto;

che fra i malfermi nastri, per farci
dannare l’anima, s’aprano squarci
e il seno, bello come due occhi,
fuor ne trabocchi;

che le tue braccia non così leste
per noi si lascino cader la veste,
bensì discaccino con muta lite
le dita ardite…

Oh, gli smaniosi tuoi spasimanti
di quali fulgide perle e diamanti
ti coprirebbero! Quanti rondò
di ser Belleau!

Mille poeti al tuo servizio
ti porterebbero fior di primizie,
la tua caviglia spiando sotto
il pianerottolo!

Per sollazzarsene, matricolati
paggi, Ronsardi e titolati
occhieggerebbero gli eremi ombrosi
dove riposi!

Allora in fondo ai tuoi giacigli
più conteresti baci che gigli;
s’arrenderebbero a tua mercé
delfini e re!

A malapena frattanto vivi
di ciò che qualche Vèfour da trivio
ti butta in grembo, sparuto avanzo
per il tuo pranzo;

o di soppiatto, come un tesoro,
adocchi un ciondolo di similoro,
che regalarti, te lo confesso,
non m’è concesso.

Vattene dunque, e non portare
altro, né essenze né pietre rare,
se non la gracile tua nudità,
o mia beltà!”

 

Charles Baudelaire, “Ad una mendicante coi capelli rossi”, da “Fleurs du mal”

 

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Al povero diavolo
“All’uomo inchiodato all’angolo dell’oblio, all’uomo cui sputano addosso i bulli di quartiere,
Al pensionato di se stesso, al ragazzo umiliato che si nasconde dietro il suo sguardo acquoso,
A chi rovina la festa degli audaci, a chi non ha avuto una professione precisa e non può neanche balbettare una descrizione di sua madre,
A chi sembra che stia sempre da un’altra parte,
a chi rifugge dagli sguardi quando lo cercano nel parco come cibo di burle,
Al confinato al ceppo del silenzio nella ronda notturna dei saccenti, a chi tartaglia come una candela accesa,
A chi è sul punto di aprire la porta d’emergenza che conduce a un corridoio d’ingresso per l’altro mondo,
Alla pecora nera della famiglia che pilucca farmaci e compresse per cercare di vincere la torma delle sue paure,
Al sommo sacerdote della religione delle sconfitte,
a chi è disprezzato dal proprio specchio, a chi preferisce essere il profugo del suo corpo piuttosto che esserne il secondino,
A chi non sa cosa rispondere quando gli chiedono: “chi va là?”, a chi “veniva picchiato duramente con un bastone e anche con una corda”,
A chi avrebbe scambiato il vitello d’oro con una chiacchierata con paria e bottegai, all’intontito, allo stupito, al pestifero che chiede dove sta la vita,
All’incerto la cui ombra zoppica più che il suo corpo, a chi ha ricevuto più calci che il pallone di una scuola, al sospettato in tutte le dogane per il suo sacco pieno di vuoto,
A chi non riesce a essere il cavaliere di se stesso, a chi riveste il ruolo di un bambino clandestino e può giocare solo quando non lo obbligano a mendicare,
All’eretico fatto a immagine di nessuno, a chi è fischiato dalla folla in un Paese di dei aboliti,
A chi stona nel coro, a chi suona come il piatto di una batteria che cade nel silenzio di una veglia funebre,
All’imprudente che non aspetta che il flautista di Benares addormenti il cobra per guardarlo negli occhi,
All’uomo di cristallo che passa in mezzo a una lite tra due bande di trogloditi,
Ai disobbedienti che vorrebbero confinare in un angolo del museo dell’oblio, a chi non è atteso da nessuno al ritorno dalla guerra,
A chi è buttato fuori di casa e poi espulso per sempre dal suo corpo, allo spaventapasseri beffato dal corvo,
Al portavoce di se stesso odiato dai fedeli di tutti i partiti, a chi è portato in questura mentre grida che la civiltà è una “vecchia puttana sdentata”,
A chi si è giocato il cuore e l’ha vinto la violenza, a chi cerca di dormire “sul carro che lo porta dalla prigione al patibolo”,
A chi conosce solo la lingua del silenzio, a chi è portato in tribunale perché non vuole mettersi la divisa dei morti,
Al perseguitato che vorrebbe nascondersi nella poesia di uno zingaro e allo zingaro che vorrebbe nascondersi dietro l’ombra di un violino,
A chi è spinto nella piazza dello scherno, all’assediato dallo stuolo dei Salieri di parrocchia che abbaiano alla sua ombra,
A chi è calunniato dai sacrestani dell’invidia che lo maledicono nella lingua dei morti,
A chi non allunga il cappello per elemosinare briciole di miracoli, a chi è nel mirino dei creatori di cattivi nei giornali e nelle reti poliziesche,
All’obiettore che fugge a gambe levate quando lo reclutano nello squadrone degli operai della morte,
A chi svela la miseria che nascondono gli inni, agli uomini perseguitati che sospettano che tutte le finestre del mondo stanno per saltare nel vuoto,
Ai profughi e ai loro muri d’aria, al pugile che cade al tappeto colpito da un gancio di destra,
Ai matti del villaggio che passano coperti da un mantello di stracci come re miserabili,
Al musicista avvolto in un paltò consunto cui gli impresari indicano la porta di servizio della lenta sala da ballo,
A chi si rifiuta di ascoltare il canto dei venditori di fumo, al gatto scottato dal macellaio, al cavallo spronato dalla paura,
Allo sfigato che tira al bersaglio e che colpisce sempre il centro dell’errore, al bambino solitario che spia la vita dal buco della serratura,
Al guastafeste. A chi arriva tardi al proprio funerale. Ai poeti ingabbiati da tutti i tiranni dedico queste parole senza alcun blasone: qualcosa di ognuno di loro vive sotto la mia pelle.
Juan Manuel Roca (Colombia), da “Al povero diavolo e altre poesie”, Traduzione di Stefano Strazzabosco

 

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Nils Spiegler

 

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Andrò dove hai camminato
“Andrò dove hai camminato, dove
hai steso la mano senza ricevere aiuto
dove hai gridato senza intendere eco:
tu, pane Pietà che disarmato mi nutri.”
François Cheng, da “Suite orphique”, 2024
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Mendicanti
“I mendicanti chiedono la carità
e godono del sole di maggio
lungo le case del villaggio
vestiti di povertà.
Ora s’apre una finestra
e cade un soldino sonoro
lustro come l’oro
sul marciapiede della via maestra.
Il mendicante cieco non sa
trovare tra la polvere e i sassi,
dentro l’orme dei passi,
quella goccia di carità.
Esplora ogni buca, ogni ruga
con ansia segreta, ma invano,
quand’ecco incontra una mano
che cerca, che tenta, che fruga.
« Cerchi tu la moneta smarrita,
uomo?» «La cerco. Ma anch’io
non ebbi in dono da Dio
gli occhi aperti sulla vita ».
« Vieni, ci ho un pan di cruschello.
Ti darò del mio pane salato;
che importa del soldo? Hai trovato
cercando, cercando, un fratello ».”
Renzo Pezzani, “Mendicanti”
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Pablo Picasso, “La mendicante accovacciata”, 1902
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‘E Pezziente

 

“All’angolo ‘e via Chiaia
se mette nu pezzente
‘puosto tutt’ ‘e journe,
e nun accocchie niente.
Pulito, dignitoso,
nu stenne maie na mana;
ll’uocchie ‘nchiuvate ‘nterra
pe na jurnata sana.
‘A ggente nun ‘o guarda
e nun ‘o ffanno apposta:
pe ffà chillu mestiere
nce vò ‘a faccia tosta!
Io ne cunosco a uno:
Peppino ” ‘a Fiurella!”.
S’ ‘a fà a Santa Teresa,
vicino ‘a Parrucchiella.
Si ‘o daje na cinche lire
‘o sango lle va stuorto,
t’ ‘a jetta ‘nnanze ‘e piere
e arreto te fa ‘e muorte.
Dà ‘e sorde c’ ‘o ‘nteresse,
‘a sera va ‘a cantina;
tene pure ‘a “seicento”,
tre cammere e cucina.
Invece chillo ‘e Chiaia,
misero e vergognoso,
stanotte è muorto ‘e famme,
povero e dignitoso.”

 

Antonio De Curtis (in arte, Totò)

 

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Il confine tra la mia vita e la morte altrui

“Il confine tra la mia vita e la morte altrui
passa dal divanetto di fronte alla tv,
pio litorale dove si riceve
il pane dell’orrore quotidiano.
Davanti all’ingiustizia che sublime
ci ha tratti in salvo per farci contemplare
il naufragio da terra,
essere giusti rappresenta
appena la minima moneta
di decenza da versare a noi stessi,
mendicanti di senso,
e al dio che impunemente
ci ha fatto accomodare sulla riva,
dal lato giusto del televisore.”
Valerio Magrelli, da “Didascalie per la lettura di un giornale”, 1999
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I poveri alla stazione degli autobus
“I poveri viaggiano. Alla stazione degli autobus
allungano il collo come anatre per guardare
le insegne degli autobus. E i loro sguardi
sono di chi ha paura di perdere qualcosa:
la valigia che custodisce una radio a pile e un giaccone
che ha il colore del freddo in un giorno senza sogni,
il panino di mortadella in fondo alla borsa,
e il sole di suburbio e polvere oltre i viadotti.
Fra il rumore degli altoparlanti e l’ansare degli autobus
temono di perdere il proprio passaggio
nascosto nella nebbia degli orari.
Quelli che sonnecchiano nelle panche si svegliano spaventati,
sebbene gli incubi siano un privilegio
di coloro che riempiono le orecchie e il tedio degli psicanalisti
in studi asettici come il cotone che chiude il naso dei morti.
Nelle file i poveri assumono un’aria grave
che unisce timore, impazienza e sottomissione.
Come sono grotteschi i poveri! E come i loro odori
ci infastidiscono anche da lontano!
E non hanno la nozione delle convenienze, non sanno stare in pubblico.
Il dito sporco di nicotina strofina l’occhio irritato
che del sogno ha trattenuto solo la cispa.
Dal seno cadente e turgido un filo di latte
scorre in una piccola bocca abituata al pianto.
Nella piattaforma degli autobus vanno e vengono, scavalcano e stringono valigie e pacchi,
fanno domande inopportune agli sportelli, sussurrano parole misteriose
e contemplano le copertine delle riviste con l’aria stupita
di chi non sa la strada del bel salone della vita.
Perché questo andare e venire? E questi vestiti stridenti,
questi gialli di olio di dendê * che fanno male agli occhi delicati
del viaggiatore obbligato a sopportare tanti odori fastidiosi,
e questi rossi contundenti di mercatini e fiere?
I poveri non sanno viaggiare né sanno vestirsi.
Tanto meno sanno abitare: non hanno la nozione del comfort
sebbene alcuni di loro possiedano persino la televisione.
In realtà i poveri non sanno neppure morire.(Quasi sempre hanno una morte brutta e inelegante.)
E in qualsiasi parte del mondo danno fastidio,
viaggiatori importuni che occupano i nostri posti
anche quando siamo seduti e loro viaggiano in piedi.
(*L’olio di dendê viene estratto dal frutto della palma)
Lêdo Ivo (Brasile), “I poveri alla stazione degli autobus”, da “Illuminazioni”, 2002 – Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira
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Fotografo non identificato
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I giacigli per la notte
“Ho sentito dire che a New York
all’angolo della 26° strada e di Broadway
nei mesi invernali ogni sera c’è un uomo
e ai senzatetto che si radunano
pregando i passanti procura un giaciglio per la notte.
Con questo il mondo non cambia,
le relazioni fra gli uomini non migliorano,
l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.
Ma a qualcuno non manca un giaciglio per la notte,
il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,
la neve destinata a loro cade sopra la strada.
Non deporre il libro tu che leggi, uomo.
A qualcuno non manca un giaciglio per la notte,
il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,
la neve destinata a loro cade sopra la strada.
Ma con questo il mondo non cambia,
le relazione fra gli uomini per questo non migliorano,
l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.”
Bertolt Brecht, da “Poesie politiche”, 2015, traduzione di Franco Fortini
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Foto di Marco Mignano
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Nell’immagine in evidenza: Bartolomé Esteban Murillo, “Il giovane mendicante”, 1645-1650

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