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Tradurre René Char

23.07.2022

“Perché ho tradotto, o cercato di tradurre nonostante i rischi, René Char? Quale simpatia irresistibile mi ha spinto al tentativo – il più delle volte disperato, almeno per i miei mezzi – d’un’imitazione italiana? Dico imitazione perché mi rendo conto che una restituzione perfetta rimane sempre, quando si tratta di poesia traslata, una chimera, non fosse che per l’inevitabile usura che le parole, come le monete, subiscono attraverso il cambio.

Perché, dunque? Sapessi rispondere, saprei definire la poesia di Char: che fra tutte le “poesie” da me lette ed amate in questi ultimi anni, è la più lontana dall’ “idea di poesia” che ciascuno di noi (per tradizione, per educazione, per abitudine) possiede, e la più stretta al cuore della poesia stessa, dove la letteratura o la poesia-che-si-sapeva-già non porgono più alcun soccorso al lettore, e questi, coinvolto da capo a piedi in quei bouts d’existence incorruptibles che sono i poèmes, rimane perfettamente solo a sentirsi investito d’un potere – d’interiore libertà: d’uno slancio vitale e d’un coraggio morale – che per un istante egli crede di ricevere femminilmente dall’esterno, mentre poi s’accorge che tale ricchezza era già in lui, sonnecchiante ma presente, come se il poeta altro non avesse fatto che risvegliarla, non inventando ma scoprendo; e quindi suscitando un moto, più che d’ammirazione, di gratitudine. Ho sottolineato i tre vocaboli non per ammiccare, ma perché possono essere, penso, tre piccoli sesamo, offerti dallo stesso Char.

Quand on a mission d’éveiller – scrive in uno dei suoi lampeggianti aforismi, – on commence par faire sa toilette dans la rivière.” [“Quando la nostra missione è quella di svegliare, si comincia col lavare se stessi nel fiume.”]

E altrove: “Celui qui invente, au contraire de celui qui découvre, n’ajoute aux choses, n’apporte aux êtres que des masques, des entre-deux, une bouillie de fer.” [“Colui che inventa, diversamente da colui che scopre, non aggiunge alle cose, non apporta agli esseri che delle maschere, sentieri a metà, un boccone di ferro.“]

Ma ancora: “La poésie est à la fois parole et provocation silencieuse, désesperée, de notre être-exigeant pour la venue d’une réalité qui sera sans concorrente. Imputrescibile celle là. Impérissable, non; car elle court les dangers de tous. Mais la seule qui visiblement triomphe de la mort matérielle. Telle est la Beauté apparue dès les premiers temps de notre coeur, tantôt dérisoirement conscient, tantôt lumineusement averti.” [“La poesia è, di volta in volta, parola e provocazione silenziosa, disperata, del nostro desiderare una realtà che non teme eguali. Immarcescibile. Imperitura, no; perché corre i rischi di tutti. Ma la sola che visibilmente trionfa della morte materiale. Tale la Bellezza: apparsa fin dai primi tempi del nostro cuore, ora risibilmente cosciente, ora luminosamente attento”.]

E infine: “La poésie me volera ma mort.” [“La poesia mi ruberà la mia morte“] E’ appunto per questa ritrovata missione del poeta come suscitatore di vita (quindi di rivolta ininterrotta: non tramite la concione in versi, secondo la più banale formula dell’engagement, ma tramite la vita stessa) che nell’angustiato e depresso mondo del dopoguerra René Char – la cui opera, non esitò a scrivere Albert Camus, è quanto di più sorprendente ci abbia dato la poesia francese dopo le Illuminations e gli Alcools – è forse l’unica voce costruttiva, e vorrei dire, in senso proprio, edificante, nel cuore del generale sfacelo. E’ la voce viva e quasi magica, “nourriture semblable à l’anche d’un hautbois” [“nutrimento simile all’ancia di un oboe“], d’un datore di speranza: d’un fautore acerrimo di libertà, nel più vasto e limpido senso laico. E nel più umano. D’un umanesimo che pianta le radici nello stesso suolo d’origine del poeta (L’Isle-sur-laSorgue, Valchiusa, circondario d’Avignone, dove Char è nato nel 1907) e che trae la sua maggior forza di vivo alimento proprio dalla catastrofe della guerra e dall’oppressione nazista, duramente sofferta e ormai sfondo morale del poeta, più d’ogni altro fratello dei suoi fratelli nel cristallo del proprio amore infinito. Sfondo, insieme con quello della lucente bellezza della terra (Char ha saputo ben fare “sa toilette dans la rivière”: e ogni sua parola è un essere vivente, uomo o albero o fiume o trota o allodola che sia), che nemmeno nelle poesie più schiettamente amorose verrà meno, sempre espresse con un tal sentimento etico della parola da trovare pochi termini di confronto”.

Giorgio Caproni, “Tradurre René Char”, nota tratta da René Char, “Poesia e prosa”, cura e traduzione di Giorgio Caproni, 1962 

 

René Char, da “Feuillets d’Hypnos” [“Fogli d’Hypnos”], 1943 – 1944:

 

5

Nous n’appartenons à personne sinon au point d’or
de cette lampe inconnue de nous, inaccessible à nous qui
tient éveillés le courage et le silence.

Non apparteniamo a nessuno, se non al lampo
di quella lampada ignota, inaccessibile,
che tiene svegli il nostro coraggio e il silenzio.

16

L’intelligence avec l’ange, notre primordial souci.
(Ange, ce qui, à l’intérieur de l’homme, tient à l’écart
du compromis religieux, la parole du plus haut silence,
la signification qui ne s’évalue pas. Accordeur de pou-
mons qui dore le grappes vitaminées de l’impossible.
Connaît le sang, ignore le céleste. Ange: la bougie qui
se penche au nord du coeur.)

L’intelligenza e l’angelo –
il nostro primordiale pensiero.
(Angelo: ciò che nel profondo dell’uomo
tiene a distanza dal compromesso religioso,
parola di un più alto silenzio, di un senso
inestimabile. Accordatore di respiri che indora
i grappoli vitali dell’impossibile.
Conosce il sangue, ignora il cielo.
Angelo: il lume
che si tende sopra le nevi del cuore.)

 

39

Nous sommes écartelés entre l’avidité de connaître
et le désespoir d’avoir connu. L’aiguillon ne renonce pas
à sa cuisson et nous à notre espoir.

Siamo divisi tra la brama di conoscere
e la disperazione di aver conosciuto.
La spina non rinuncia al suo morso,
noi alla nostra speranza.

 

83

Le poète, conservateur des infins visages du vivant.

Il poeta: custode degli infiniti volti di tutto ciò che vive.

 

86

Les plus pures récoltes sont semées dans un sol qui
n’existe pas. Elles éliminent la gratitude et ne doivent
qu’au printemps.

I raccolti più puri hanno radici in un suolo
che non esiste. Eliminata la gratitudine,
sono debitori solo della primavera.

 

111

La lumière a été chassée de nos yeux. Elle est enfouie
quelque part dans nos os. A notre tour nous la chassons
pour lui restituer sa couronne.

Bandita dai nostri occhi, la luce si è nascosta
da qualche parte nelle nostre ossa. La scacciamo
a nostra volta, per restituirle la corona.

 

129

Nous sommes pareils à ces crapauds qui dans l’austère
nuit des marais s’appellent et ne se voient pas, ployant
à leur cri d’amour toute la fatalité de l’univers.

Somigliamo a quei rospi che nell’austera
notte delle paludi si chiamano e non si vedono,
piegando al loro grido d’amore
tutta la fatalità dell’universo.

 

165

Le fruit est aveugle. C’est l’arbre qui voit.

Il frutto è cieco.
Solo l’albero ha occhi.

 

203

J’ai vécu aujourd’hui la minute du pouvoir et de
l’invulnérabilité absolus. J’étais une ruche qui
s’envolait aux sources de l’altitude avec tout
son miel et toutes ses abeilles.

Oggi ho vissuto l’istante della potenza
e dell’invulnerabilità assolute.
Ero un alveare che migrava
verso le sorgenti del cielo
con tutto il suo miele e tutte le sue api.

 

221

La carte du soir

Une fois de plus l’an nouveau mélange nos yeux.
De hautes herbes veillent qui n’ont d’amour qu’avec
le feu et la prison mordue.
Après seront les cendres du vainqueur
Et le conte du mal;
Seront les cendres de l’amour;
L’églantier au glas survivant;
Seront tes cendres,
Celles imaginaries de ta vie immobile sur son cône
d’ombre.

La carta della sera.

Una volta ancora, l’anno nuovo ci confonde gli occhi.
La veglia è di alte erbe che non hanno amore
se non col fuoco e la prigione che mordono.
Poi saranno le ceneri del vincitore
e il racconto del male.
Saranno le ceneri dell’amore.
La rosa selvatica
che sopravvive a presagi di morte.
Saranno le ceneri,
immaginarie, di te, della tua vita immobile
sul suo cono d’ombra.

 

237

Dans nos ténèbres, il n’y a pas une place pour la
Beauté. Toute place est pour la Beauté.

Non c’è spazio, nelle nostre tenebre, per la Bellezza.
Tutto lo spazio è per la bellezza.

 

La rose de chêne

Chacune des lettres qui compose ton nom, ô Beauté, au
tableau d’honneur des supplices, épouse la plane simplicité du
soleil, s’inscrit dans la phrase géante qui barre le ciel, et s’associe
à l’homme acharné à tromper son destin avec son contraire
indomptable: l’espérance.

La rosa di quercia

Ognuna delle lettere che compongono il tuo nome, Bellezza,
nel posto d’onore dei supplizi, sposa la distesa semplicità
del sole, s’iscrive nella frase immensa che copre il cielo,
e si accompagna all’uomo impegnato a ingannare il destino
col suo opposto indomabile: la speranza.

***

René Char, da “À une sérénité crispée” [“A una serenità contratta”], 1952:

 

Les actions du poète ne sont que la consequence des
énigmes de la poésie.

Le azioni del poeta non sono che la conseguenza
degli enigmi della poesia.

 

*

 

Le poète se remarque à la quantité de pages insigni-
fiantes qu’il n’écrit pas. Il a toutes les rues de la vie
oublieuse pour distribuer ses moyennes aumônes et
cracher le petit sang dont il ne meurt pas.

Il poeta si distingue per il numero di pagine
insignificanti che non scrive.
Egli possiede tutte le strade
della vita smemorata: per distribuire
le sue povere elemosine
e sputare quel poco di sangue
che non lo farà morire.

 

*

 

Les yeux clos et dans l’effort de m’endormir, je vois
Luire au fond de mes paupières une braise qui est l’ âme
obstinée, l’épave clignotante du naufrage glorieux de ma
journée.

A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,
vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
una brace: è l’anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.

 

*

 

J’aime l’homme incertain de ses fins comme l’est, en
avril, l’arbre fruitier.

Amo
l’uomo incerto dei suoi fini.
Come lo è, in aprile, l’albero da frutto.

 

*

Cet instant où la Beauté, après s’être longtemps fait
attendre, surgit des choses communes, traverse notre
champ radieux, lie tout ce qui peut être lié, allume tout
ce qui doit être allumé de notre grebe de ténèbres.

Proprio l’istante in cui la bellezza,
dopo essersi fatta lungamente attendere,
sorge dalle cose consuete,
attraversa il nostro campo rigoglioso,
lega tutto ciò che può essere legato,
illumina tutto ciò che deve essere illuminato
del nostro retaggio di tenebre.

 

*

 

Mais qui rétablira autour de nous cette immensité,
cette densité réellement faites pour nous, et qui, de toutes
parts, non divinement, nous baignaient?

Chi ripristinerà intorno a noi quell’immensità
e quella densità realmente nate per noi, e che, da ogni parte,
umanamente ci lambiscono?

 

*

 

J’ai cherché dans mon encre ce qui ne pouvait être
quêté: la tache pure au-delà de l’écriture souillée.

Ho cercato nel mio inchiostro
ciò che non poteva essere chiesto:
la macchia di purezza
al di là della scrittura imbrattata.

 

*

 

Dans le tissu du poème doit se retrouver un nombre
égal de tunnels dérobés, de chambres d’harmonie, en
même temps que d’éléments futurs, de havres au soleil,
de pistes captieuses et d’existants s’entr’appelant. Le
poète est le passeur de tout cela qui forme un ordre. Et
un ordre insurgé.

E’ nel tessuto del poema che bisogna ritrovare,
in egual numero, gallerie nascoste, stanze armoniche,
e, nello stesso tempo, lembi di futuro, portici al sole,
sentieri insidiosi ed esistenze che si riconoscono alla voce.
Il poeta è il traghettatore di tutto ciò che plasma un ordine.
Un ordine insorto.

***

René Char, da “Le rempart de brindilles” [“Il bastione di fuscelli”], 1953:

 

Le dessein de la poésie étant de nous rendre souverain
en nous impersonnalisant, nous touchons, grace au
poème, à la plénitude de ce qui n’était qu’esquissé ou
déformé par les vantardises de l’individu.
Les poèmes sont des bouts d’existence incorruptibles
que nous lançons à la gueule répugnante de la mort,
mais assez haut pou que, ricochant sur elle, ils tombent
dans le monde nominateur de l’unité.

Se il fine della poesia è renderci sovrani
spersonalizzandoci, solo così possiamo attingere,
grazie al poema, la pienezza di quanto
era appena abbozzato o deformato
dalle nostre millanterie di individui.
I poemi sono frammenti d’esistenza incorruttibili
che noi gettiamo nella gola ripugnante della morte:
ma dall’alto, affinché, rimbalzandovi,
possano cadere
nel mondo che dà nome all’unità.

 

*

 

Ne cerche pas les limites de la mer. Tu les détiens.
Elles te sont offertes au même instant que ta vie évaporée.
Le sentiment, comme tu sais, est enfant de la matière; il
est son regard admirablement nuancé.

Non cercare i confini del mare.
Sono già in te.
Ti sono stati dati
in uno con la tua vita che svapora.
Il sentimento, lo sai, è figlio della materia:
ne è lo sguardo mirabilmente
vanescente.

 

*

 

Hors la poésie et ses phrases passionnées, il te faut quel-
quefois prendre garde aux mots que tu écris, aux pana-
cées que tu prononces, auxquels ton esprit confère une
infaillibilité de longue haleine et la faculté de fine ma-
nœuvre. Qui sera ton lecteur? Quelqu’un pratiquement
que ta spéculation arme mais que ta plume innocente.
Cet oisif, sur ses coudes, à sa fenêtre? Ce camper im-
prudent? Ce criminel ancore sans objet? Tu ne sais pas.
Prends garde, quand tu peux, aux mots que tu écris.

Fuori dalla poesia e dai suoi versi appassionati,
stai attento qualche volta alle parole che scrivi,
ai rimedi che consigli e ai quali il tuo spirito
attribuisce un’infallibilità di lungo respiro
e la facoltà di abili manovre. Chi sarà il tuo lettore?
Praticamente uno che la tua mente arma
ma che la tua penna rende innocente.
Un ozioso appoggiato sui gomiti alla finestra?
Un campeggiatore imprudente?
Un criminale ancora senza oggetto?
Non puoi saperlo.
Stai attento, quando ti è possibile, alle parole che scrivi.

*

 

Vers l’arbre-frère aux jours comptés

Harpe brève des mélèzes,
Sur l’éperon de mousse et de dalles en germe
– Façade des forêts où casse le nuage –,
Contrepoint du vide auquel je crois.

Verso l’albero fratello dai giorni contati

L’arpa breve dei larici
sullo sperone muschioso di lastre in germe
– fronte delle foreste dove frange la nuvola –,
contrappunto del vuoto nel quale credo.

 

***

René Char, da “La bibliothèque est en feu”[“La biblioteca è in fiamme”], 1955:

 

Comment me vint l’écriture? Comme un duvet d’oi-
seau sur ma vitre, en hiver. Aussitôt s’éleva dans l’âtre
une bataille de tisons qui n’a pas, ancore à présent, pris
fin.

Come venne a me la scrittura?
Come piumaggio d’uccello
sul vetro della mia finestra,
d’inverno.
Immediatamente,
si accese nel camino
una battaglia di braci
che, ancora oggi, non si sono
spente.

 

*

 

Il n’y a que mon semblable, la compagne ou le compa-
gnon, qui puisse m’éveiller de ma torpeur, déclencher
la poésie, me lancer contre les limites du vieux desert
afin que j’en triomphe. Aucun autre. Ni cieux, ni terre
privilégiée, ni choses dont on tressaille.
Torche, je ne valse qu’avec lui.

Non c’è che il mio simile, la compagna
o il compagno, che possa svegliarmi
dal torpore, far scaturire la poesia,
slanciarmi
contro i confini del vecchio deserto
affinché io li superi. Nessun altro.
Né cieli, né terra promessa,
né cose che fanno trasalire, lo possono.
Torcia, è solo con lui che io danzo.

 

*

 

On ne peut pas commencer un poème, sans une par-
celle d’erreur sur soi et sur le monde, sans une paille
d’innocence aux premiers mots.

Non si può cominciare un poema
senza una particella di errore
su di sé e sul mondo,
senza un filo d’innocenza
alle prime parole.

 

*

 

Pouquoi poème pulvérisé? Parce qu’au terme de son
voyage vers le Pays, après l’obscurité pré-natale et la
dureté terrestre, la finiture du poème est lumière, apport
de l’être à la vie.

Perché poema polverizzato?
Perché al termine del suo viaggio
verso il Paese, dopo l’oscurità
prenatale
e la durezza dei giorni,
la finitudine del poema è luce,
apporto dell’essere alla vita.

 

*

 

Le poète ne retient pas ce qu’il découvre; l’ayant
transcrit, le perd bientôt. En cela réside sa nouveauté,
son infini et son péril.

Il poeta non trattiene a sé ciò che scopre.
Non appena lo trascrive, subito lo perde.
In ciò risiede la sua novità,
il suo infinito,
il suo pericolo.

 

*

 

Parfois la silhouette d’un jeune cheval, d’un enfant
lointain, s’avance en éclaireur vers mon front et saute
la barre de mon souci. Alors sous les arbres reparle la
fontaine.

Talvolta il profilo di un puledro,
di un bambino in lontananza,
s’avvicina a esplorare il mio sguardo,
scavalca il muro del mio timore.
E’ allora che, sotto gli alberi,
riprende a mormorare
la sorgente.

 

*

 

Arrêtons-nous près des êtres qui peuvent se couper
de leurs resources, bien qu’il n’existe pour eux que peu
ou pas de repli. L’attente leur creuse une insomnie ver-
tigineuse. La beauté leur pose un chapeau de fleurs.

Fermiamoci accanto agli uomini
che possono privarsi dei loro beni,
nonostante non esistano, per loro,
che scarsi o inesistenti ripieghi.
L’attesa
scava in loro un’insonnia vertiginosa.
La bellezza gli pone sul capo
una corona di fiori.

 

***

 

René Char, da “Retour amont”, 1965:

 

Lutteurs

Dans le ciel des hommes, le pain des étoiles me sembla
ténébreux et durci, mais dans leurs mains étroites je
lus la joute de ces étoiles en invitant d’autres: émigrantes
du pont encore rêveuses; j’en recueillis la sueur dorée,
et par moi la terre cessa de mourir.

Lottatori

Buio mi sembrò, e raffermo,
nel cielo degli uomini
il pane degli astri.
Eppure nella stretta delle loro mani
scoprivo la fatica di quelle stelle
che ne chiamano a raccolta altre
mentre migrano al di là del ponte
ancora trasognate.
Ne ho raccolto il sudore splendente
e nel mio gesto la terra
ha smesso di morire.

*

Faction du muet

Les pierres se serrèrent dans le rempart et les hommes
vécurent de la mousse des pierres. La pleine nuit portait
fusil et les femmes n’accouchaient plus. L’ignominie
avait l’aspect d’un verre d’eau.
Je me suis uni au courage de quelques êtres, jai vécu
violemment, sans vieillir, mon mystère au milieu d’eux,
j’ai frissonné de l’existance de tous les autres, comme
une barque incontinente au-dessus des fonds cloisonnés.

Vigilanza silenziosa

Si strinsero in cinte rocciose, le pietre,
e gli uomini si nutrirono di muschio.
Profonda era la notte, e in armi.
Le donne non partorivano più.
L’ignominia
aveva il volto di un bicchiere d’acqua.

Mi sono unito al coraggio di alcuni uomini
e ho vissuto con furore,
senza invecchiare, il mio mistero
in mezzo a loro. Vibravo
dell’esistenza di tutti gli altri
come una barca sfrenata, riemersa
da fondali sbarrati.

*

Servant

Tu es une fois encore la bougie où sombrent les
ténèbres autour d’un nouvel insurgé, Toi sur qui se
lève un fouet qui s’emporte à ta clarté qui pleure.

Ancella

Ancora una volta sei il lume
dove s’inabissano le tenebre
intorno a un nuovo insorto –
Tu, sotto la sferza che incrudelisce
al tuo piangente chiarore.

*
Le banc d’ocre

Par une terre d’Ombre et de rampes sanguines nous
retournions aux rues. Le timon de l’amour ne nous
dépassait pas, ne gagnait plus sur nous. Tu ouvris ta
main et m’en montras les lignes. Mais la nuit s’y haussait.
Je déposai l’infime ver luisant sur le tracé de vie. Des
années de gisant s’éclairèrent soudain sous ce fanal
vivant et altéré de nous.

Il banco d’ocra

Tornavamo alle strade
per terre d’ombra e rampe di sangue.
Il timone dell’amore non ci sorpassava,
non ci precedeva più.
Aperta la tua mano,
me ne hai mostrato le linee:
vi sorgeva la notte.
Vi ho deposto una minuscola lucciola
affinché brillasse sul solco della vita:
anni di rinunce s’illuminarono di colpo
sotto quella lampada vivente
infatuata di noi.

*

Cours des argiles

Vois bien, portier aigu, du matin au matin,
Longues, lovant leur jet, les ronces frénétiques,
La terre nous presser de son regard absent,
La douleur s’engourdir, grillon au chante égal,
Et un dieu ne saillir que pour gonfler la soif
De ceux dont la parole aux eaux vives s’adresse.
Dès lors réjouis-toi, chère, au destin suivant:
Cette mort ne clôt pas la mémoire amoreuse.

Corso delle argille

Guardali, custode vigile, da un mattino all’altro,
lunghi, che si attorcigliano, i mobili rovi,
la terra che ci preme col suo viso assente,
il dolore che si addensa, grillo dal canto uguale,
e un dio che emerge solo per gonfiare la sete
di quanti alle acque vive la parola rivolgono.

Rallegrati, dunque, mia amata, del destino che segue:
non disperderà la morte la memoria amorosa.

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Altre poesie di René Char

“Oggi ho vissuto l’istante della potenza
e dell’invulnerabilità assolute.
Ero un alveare che migrava
verso le sorgenti del cielo
con tutto il suo miele
e tutte le sue api.”
René Char
***
“Il frutto è cieco.
Solo l’albero ha occhi.”
René Char
***
“A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,
vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
una brace: è l’anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.”
René Char
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Alcune poesie di René Char tradotte da Vittorio Sereni: 

1

“Per quanto possibile, insegna a diventare efficace, per il fine da raggiungere ma non oltre questo. Oltre questo è fumo. Dove è fumo è mutamento.”

 

84

“Far marcia indietro nella propria intimità con un essere è mettere al vivo l’anima propria, e assumere al tempo stesso la sua perfezione. Legato stretto, involontario, provo questa fatalità e chiedo perdono a quell’essere.”

 

187

“L’azione che ha un senso per i vivi ha valore solo per i morti e compimento solo nelle coscienze che ne sono eredi e l’interrogano.”

 

200

“Quando sei ubriaco di dolore, non hai più del dolore che il cristallo.”

 

209

“La mia inettitudine a sistemare la mia vita deriva dal mio essere fedele non a una ma a tutte le creature con cui mi scopro in seria parentela. Tale costanza persiste nel cuore dei contrasti e delle controversie. Lo humor vuole che nel corso d’una di codeste interruzioni di sentimento e di senso letterale, io immagini quegli esseri uniti nell’esercizio della mia soppressione.”

René Char, da Fogli d’Ipnos”, 1968

 

***

XXIX

“Sopprimere la lontananza uccide. Non di altro gli dèi muoiono che dello stare in mezzo a noi.”

 

XXXIX

“Se non accettate quel che vi si offre, un giorno chiederete la carità. La carità per rifiuti più grandi.”

Possedimenti remoti

“Tra tutto quanto è scritto fuori della nostra attenzione, l’infinito del cielo, con le sue sfide, la sua rotazione, le sue parole innumerevoli, sta soltanto una frase un po’ più lunga, un po’ più affannosa delle altre. La leggiamo in cammino, a brani, con occhi logori o sorgivi, e diamo al suo senso quanto nel nostro proprio significato ci sembra irrisolto e in sospeso. Così, fuori della nostra carne e della sua, troviamo la notte diversa, alla fine solidalmente addormentata e raggiante dei nostri sogni. Che si aspettano, si disperdono non sopportando catene. Mai se ne liberano, mai.”

René Char, da Ritorno a Sopramonte e altre poesie”, 1974

 

XX

“Chi oserebbe dire che quanto abbiamo
distrutto valeva cento volte quanto
avevamo senza posa sognato e trasfigurato
parlando sommessi alle rovine?”

 

XXXII

“C’erano in quest’uomo tutte le impazienze
e le smorfie dell’universo,
e anche l’esatto contrario. Ciò
riduceva – diminuiva la sua amarezza, dava un
gusto perfido alla speranza che, così
alienata, non si nascondeva.”

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