Pensieri

Gli specchi

02.08.2022
“Gli specchi regolano le apparizioni. Penso che una volta la forma umana si riflettesse soltanto nell’aria colpita dalla luce, nell’alone fugace del miraggio, e che, salendo una duna sabbiosa, ci potesse accadere d’incon­trare la nostra stessa persona, fatta leggera e luminosa come quella dei semidei. Così, vedersi doveva essere un miracolo, la nostra immagine sorgeva capricciosamente di sottoterra, si proponeva a noi senza averla mai cercata né sospettata, con la logica importuna e incomprensibile dei fantasmi. Forse soltanto e qualche privilegiato, impalpabile e nera come la morte, si animava, assumeva l’incarnato vivido, l’umido lampo che brucia nell’aspetto delle creature, si riannodava, in un soffio di rapita nostalgia, al colorito cerchio delle cose terrestri.
Ma dal giorno che le belle forme di Narciso sorsero dal fondo delle acque, e rimasero per sempre imprigionate a fiore di queste, la nostra immagine prese costume d’apparirci soltanto attraverso la super­ficie trasparente degli stagni, e nell’acqua solida e morta del cristallo, riposante sul suo ingannevole fondo d mastice e di mercurio. L’essere, ormai diviso per sempre, si differenziò sempre più dal proprio riflesso; sicché le figure che vediamo negli specchi ci appaiono incredibilmente estranee e lontane, come apparte­nessero a un mondo ignaro della fatalità e della morte; stagliate e brillanti, mosse dall’aria immateriale e pulita d’uno spazio a due sole dimensioni, dove è chiaro che le profondità e le distanze sono affatto illusorie, e ogni parvenza vive a fiore di se stessa, e non oltre. Perciò la bella donna che, inchinandosi fuggevolmente davanti alla sfera nitida, vi sorride di traverso come all’amore, pensa che il tempo abbia fermato la sua discesa, la carne cessato di sfiorire, e crede d’aver vissuto, per un attimo, immortale come le immagini.
Così si spiega come lo specchio sia sempre stato considerato strumento di magia, e che dalle sue profondità le versiere (le streghe, n.d.r.) riuscissero ad evocare il volto dei trapassati, e a sciogliere le vicende chiuse nei limbi confusi del futuro. Attraverso il leggero appannamento che l’età diffonde sui cristalli, le apparenze si fanno nebbiose e vane, come se dovessero d’un tratto svaporare e lasciare il posto a qualche forma bellissima ed increata. Inganno anche questo, tuttavia, e miraggio: poiché tutti gli specchi, come quello di Laura, furono fabbricati sopra l’acqua del Lete, e non sono che la forma tangibile dell’oblio.
Per questo agli altri oggetti familiari, destinati ad accompagnarci accogliendo i segni del tempo e del dolore come la nostra stessa carne, ho sempre preferito gl’incorruttibili specchi, entro cui la vita nasce e muore senza lasciare impronta; più intatti del mare, dove pure l’onda solcata si ricompone azzurra e vergine, immagine del perfetto essere. Similmente anch’io avrei voluto vivere: ma i volti, i gesti, gli avve­nimenti che riflettevo restavano imprigionati a dibattersi nella vuota memoria, come in una rete invisibile; né valevano a liberarli dal cattivo prodigio gli sforzi della vita che anelava a diventare, finalmente, eguale a se stessa. E forse per questo l’uomo è uno specchio che si fa chiaro soltanto con la morte.”
Sergio Solmi, da “Meditazioni sullo Scorpione”, 1972
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“Oggi, dopo aver vagato tanti e perplessi anni sotto la diversa luna, mi domando quale caso della fortuna ha fatto sì che io temessi gli specchi. Specchi di metallo, mascherato specchio di mogano che nella foschia del suo rosso crepuscolo sfuma quel viso che guarda ed è guardato, infiniti li vedo, elementari esecutori di un antico patto, moltiplicare il mondo come l’atto generativo, insonni e fatali. Prolungano questo vano mondo incerto nella loro vertiginosa ragnatela; a volte nelle sere li appanna l’alito di un uomo che non è morto. Sta in agguato il cristallo. Se tra i quattro muri dell’alcova c’è uno specchio, non sono più solo. C’è un altro. C’è il riflesso che un teatro segreto monta nell’alba. Tutto accade e niente si ricorda in quei gabinetti cristallini dove, come fantastici rabbini, leggiamo i libri da destra a sinistra. Claudio, re di una sera, re sognato, non sentì di essere un sogno fino a quel giorno in cui un attore mimò la sua scelleratezza con arte silenziosa, sopra un palco. E’ strano che ci siano sogni, che ci siano specchi, che l’usuale e consumato repertorio di ogni giorno includa l’illusorio orbe profondo che ordiscono i riflessi. Dio (ho pensato) mette molta cura in tutta quell’inafferrabile architettura che la luce edifica con la limpidezza del cristallo e l’ombra con il sogno. Dio ha creato le notti che si armano di sogni e le forme dello specchio perché l’uomo senta che è riflesso e vanità. Per questo ci allarmano.”
Jorge Luis Borges

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