Pensieri

La sicilianità

02.08.2022

Gesualdo Bufalino,  “L’isola plurale“, in “Cere perse”, 1985:

 

“Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubbo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.

Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…

Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino. Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi. Diversi dall’invasore (che è più alto: il normanno non si può prenderlo a pugni, si può solo colpirlo al ventre con un trincetto…); diversi dall’amico che viene a trovarci ma parla una lingua nemica; diversi dagli altri, e diversi anche noi, l’uno dall’altro, e ciascuno da se stesso.

Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un’invidia degli dei.
Da questa soperchieria del morire prende corpo il pessimismo isolano, e con esso il fasto funebre dei riti e delle parole; da qui nascono i sapori cupi di tossico che lascia in bocca l’amore. Si tratta di un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre s’accompagna un pessimismo della volontà. Evidentemente la nostra ragione non è quella di Cartesio, ma quella di Gorgia, di Empedocle, di Pirandello. Sempre in bilico tra mito e sofisma, tra calcolo e demenza; sempre pronta a ribaltarsi nel suo contrario, allo stesso modo di un immagine che si rifletta rovesciata nell’ironia di uno specchio.
Il risultato di tutto questo, quando dall’isola non si riesce o non si voglia fuggire, è un’enfatica solitudine. Si ha un bel dire – io per primo – che la Sicilia si avvia a diventare Italia (se non è più vero, come qualche savio sostiene, il contrario). Per ora l’isola continua ad arricciarsi sul mare come un istrice, coi suoi vini truci, le confetture soavi, i gelsomini d’Arabia, i coltelli, le lupare. Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o Grand-Guignol. Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè.
Fino a quella variante perversa della liturgia scenica che è la mafia, la quale fra le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico.

[…] Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finirò di contarle. “

 

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Leonardo Sciascia, in “Le Monde” del 6 ottobre 1989:

 

“Come si può essere siciliano? Con difficoltà, […] È   la difficoltà che Giuseppe Antonio Borgese riassumeva con la frase del poeta antico: “Nec tecum nec sine te vivere possum” (“né con te, né senza di te posso vivere”). Amare un paese e una gente ed odiarli allo stesso tempo, sentirsi simili e diversi, volere e non volere, occorre riconoscere che è un bel  rompicapo (e, giustamente, un rompicapo non è una cosa bella).”

“Si può dunque dire che l’insicurezza è la componente primaria della storia siciliana; e condiziona il comportamento, il modo di essere, la visione della vita – paura, apprensione, diffidenza, chiuse passioni, incapacità di stabilire rapporti al di fuori degli affetti, violenza, pessimismo, fatalismo – della collettività e dei singoli.” [1]

 

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Vitaliano Brancati, in “Lunario siciliano”,  luglio 1929

 

“Essere siciliani significa essere aperti a due culture, essere il punto d’incontro di due mondi: da un lato il vento freddo che viene dal nord, dall’altro l’afa equatoriale che viene dal sud. […]

E come il pensiero europeo ha portato quaggiù l’inquietudine degli eterni dubbi e dei grandi interrogativi, la mistica Africa ha disteso la sua mano attraverso il Mediterraneo per abbassare le nostre palpebre e addormentarci piano piano […] Abituata a queste due formae mentis, I’intelligenza siciliana ha acquistato una facoltà di comprendere che nessun europeo e nessun africano ha mai avuto […]. Tutto ciò che si poteva
comprendere, qui si è compreso. Non c’è enigma dello spirito, umanamente solvibile, che un umile siciliano non possa sciogliere.”

 

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Andrea Camilleri, da “La testa ci fa dire”, libro intervista scritto con Marcello Sorgi, direttore de “La Stampa”, pubblicato nel 2000:

 

“Io penso che uno si accorge di essere siciliano o comunque siciliano in un certo modo quando esce dalla Sicilia. Mi ricordo una definizione […] che diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie: di scoglio e di mare aperto [2].

Di scoglio sono quelli che se si allontanano dalla Sicilia, il secondo giorno cominciano ad avere delle crisi di astinenza, gli mancano tutta una serie di cose […] e il terzo giorno devono assolutamente tornare.

Di mare aperto sono quelli che fanno della loro “sicilitudine” una specie di patrimonio personale e lo utilizzano per vivere una vita diversa. In Sicilia ci tornano perché sta loro nel cuore, ma comunque scelgono di proiettarsi su un altro orizzonte. A me questa storia della “sicilitudine” mi pesava parecchio, come credo che a un negro pesi la “negritudine“. Io non ho mai ritenuto un fattore positivo la “sicilitudine”, per me è un fattore negativo. […]

Io sento di appartenere alla categoria dei siciliani di mare aperto […].

Ho sempre trovato soffocante, asfittica, castrante, nel pieno senso del termine, la “sicilitudine”, questa sorta di rassicurante e ipocrita auto-illusione che caratterizza e giustifica l’immobilità, la stagnazione, la rassegnazione di tanti “siciliani di scoglio”.

 

Note

 

[1] Il primo brano è tratto dall’ultima intervista rilasciata dallo scrittore a Benedetta Craveri e pubblicata su  Le Monde del 6 ottobre 1989;  Sciascia morì infatti il mese successivo. Il secondo brano è ripreso da  Sicilia e Sicilitudine, in “La corda pazza”, 1970: si tratta di una raccolta di saggi il cui titolo si riferisce ad un giudizio espresso da Pirandello nel “Berretto a sonagli”: “Ognuno di noi ha in testa tre corde d’orologio, quella seria, quella civile e quella pazza”.

 

[2] La definizione in questione è di Vittorio Nisticò, direttore dell’Ora di Palermo dal 1955 al 1975.

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