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Canti briganteschi del Cilento

04.08.2022
“Il brigantaggio non è che un accesso di eroica follia, e di ferocia disperata:
un desiderio di morte e distruzione,
senza speranza di vittoria.”
Carlo Levi, da  “Cristo si è fermato a Eboli”, 1945
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Simo breanti re lo Re Borbone
“Simo breanti re lo Re Borbone
e lo Cilento tutto nui giramo
armati re coraggio e de ragione
e re li ‘nfami i cunti regolamo.
Tira compagno mio e non sgarrare
inta lo centro mira re lo core
fa’ li gendarmi tutti parpitare
come poddastro ra cortieddo more.”
Canto raccolto a Laurino (in provincia di Salerno)
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Tu si’ lu giurici re li miei signuri
“Tu si’ lu giurici re li miei signuri,
i’ so’ lo capo re li fuorilegge;
tu scrivi co’ la penna e dai ruluri,
i’ vao ppe’ lu munno senza legge.
Tu tieni carta, penna e calamaio
ppe’ castia’ a sti poveri pezzienti,
i’ tengo povole e chiummo, quanno sparo:
giustizia fazzo a chi non tene nienti.”
Canto raccolto a Mercato Cilento (in provincia di Salerno)
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Chi a la morte me vulia mannare
“Chi a la morte me vulia mannare
re lo mari pozza stare a lu funno!
Sta vita triste voglio io abbrazzare
senza legge, giranno ppe’lu munno.
I’non so’muorto e so’bbivo ancora
l’uogglio re la mia lampa ancora rura;
stesse accorte chi mme vole male
ca non so’ chiuso ancora tra quattro mura.”
Canto raccolto a Pellare
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(Questi canti, per lo più trasmessi dalla memoria orale,  presero forma nel periodo post-unitario, nel quadro del complesso fenomeno storico noto come “brigantaggio”. Si trattò, in realtà, di una vera e propria guerra civile che imperversò nel Mezzogiorno dal 1861 al 1865, provocata dalle imposizioni del regno piemontese, che, per sanare il deficit del bilancio dovuto alle guerre di indipendenza, ricorse a una durissima politica fiscale, realizzata  attraverso l’aumento non solo delle imposte dirette, ma soprattutto di quelle indirette, che colpivano prevalentemente i consumi (tasse sul sale, sul tabacco; dazi locali sui generi alimentari). La più pesante ed impopolare fu la “tassa sul macinato”, varata nel 1868 dal Ministro delle Finanze Quintino Sella, non a caso definita “tassa della disperazione”, perché gravava sulla macinazione della farina e dei cereali e quindi sui generi di prima necessità. L’introduzione della leva obbligatoria, che privava le famiglie, soprattutto le più povere, delle braccia necessarie alla coltivazione della terra, fu, per le popolazioni meridionali, un colpo altrettanto duro ed inaccettabile.)
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Nell’immagine: Acquaforte di Bartolomeo Pinelli

 

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