Riflessioni

Vivere e sopravvivere

13.08.2022

In queste settimane – scrive  Salvatore Di Stefano nel suo articolo “Spunti di didattica della filosofia: il tempo e il suo limite, nello spazio e nella durata” – stiamo vivendo una condizione paradossale nella quale per sopravvivere dobbiamo fermare la nostra vita, comunque farla scorrere molto lentamente; forse bisognerebbe  “non vivere”, giungere a una sorta di noluntas schopenhaueriana, un nulla relativo, ma al tempo stesso, secondo il filosofo di Danzica, l’unica realtà vera, interiore e assoluta.”

Francamente non sono d’accordo. E non solo perché intravedo una curiosa contraddizione nell’affermazione che “per sopravvivere” bisognerebbe “non vivere”, ma ancor più perché dissento dalla sottesa riduzione della vita a semplice “sopravvivenza“.
Tra vivere e sopravvivere intercorre un oceano. Per sopravvivere basta soddisfare i propri bisogni “vitali“, ma per vivere occorre ben altro: ad una vita che sia realmente tale, in tutta la sua pienezza, urge appagare i propri bisogni “esistenziali“.
La sopravvivenza si accontenta del necessario. La vita, invece, esige ciò che in una dimensione di semplice sopravvivenza potrebbe essere definito “superfluo”.
Se per sopravvivere è  essenziale mangiare, bere, dormire, ripararci dal caldo o dal freddo ecc., tutto questo non ci basta più se vogliamo davvero “vivere“. La vita pretende la presenza dell’altro e quindi l’affetto e l’amore di qualcuno. Per vivere abbiamo inoltre bisogno di soddisfare la nostra sete di conoscenza, la nostra curiosità, la nostra voglia di fare, di provare, di sperimentare, di metterci in gioco. Abbiamo bisogno di essere assolutamente liberi e indipendenti, “artefici del nostro destino“. E, ancora, la nostra vita si nutre di cultura, di arte, di musica, perché  mai potremmo rinunciare alla bellezza e alla passione.
I Greci, per indicare tutto questo, avevano coniato la parola “eudaimonia“, la felicità. E, al di là dei significati con cui la identificavano,  attribuivano alla felicità un forte valore etico, come del resto indicato dal termine “eudaimonia“, dove il “daimon“, il “demone“, è la coscienza, che deve essere buona (“eu“).
Per la sopravvivenza tutto questo è superfluo, inessenziale.
Per la vita diventa fondamentale, irrinunciabile.
E allora perché mai, come suggerisce Di Stefano, “per sopravvivere dovremmo fermare la nostra vita“, o  “non vivere”?
Per sopravvivere  ci bastano i supermercati aperti e le comodità delle nostre case.
Per vivere, dobbiamo reinventarci, imparando ad essere quello che siamo nel profondo: donne e uomini capaci di pensare, di scoprire, di amare, di nutrirci di arte e di cultura. Anche tra quattro mura l’eudaimonia è possibile, anzi, forse più qui che altrove. E quanto alla “noluntas“, pratichiamola soltanto se può renderci felici; ma in fondo, con buona pace di Schopenhauer, ho qualche dubbio sulla sua efficacia, soprattutto di questi tempi…

 

Maddalena Vaiani

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Nell’immagine: Jack Vettriano, “Ballando sotto la pioggia”

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