Linguaggi

Addio a Mario Benedetti, il poeta friulano delle piccole cose

14.08.2022

«Povera umana gloria
quali parole abbiamo ancora per noi?»

Mario Benedetti, da “Umana gloria”, 2004

Si è spento il poeta friulano Mario Benedetti, considerato una delle voci più originali degli ultimi anni. Si è spento ieri, silenziosamente, dopo il calvario di una vita segnata dalla sclerosi multipla.
Mario Benedetti era ed è il poeta delle piccole cose e della vita quotidiana, dipinta ora con tocchi semplici, immediati, come nella raccolta “Umana gloria”, ora con tonalità più forti, quasi a singhiozzi a stento trattenuti, come in “Pitture nere su carta”. Poeta della vita quotidiana, forse perché per lui la poesia è proprio il “venire a ferri corti con la vita”.
E sempre, ovunque, in controluce, un io malinconico e tormentato, ma autentico, antieroico: l’uomo com’è, nella sua verità, finché non si strugge in un’identità sempre più incerta e sfocata: “Io sono su questa fotografia”.

*****

 

Anni che non dovrebbero più

 

“Anni che non dovrebbero più, ore che non dovrebbero
prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo
portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi.

Con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco.
Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno suoi ricordi.

Tutto è una distanza sola. Le fermate sono da rimettere a posto.
Sollevare dei pesi, deporli. Lo sguardo s’incuriosisce nella forma
di una porta marcita dove abita una signora anziana da sola.

Il sosia ascolta mia madre non morta, parla di mio fratello
o gli scrive. Pensa al protrarsi della vita che mi sopravvive.”

.

Mario Benedetti, da “Tersa morte”, 2013

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Per mio padre

“Sta solo fermo nella tosse.
Un po’ prende le mani e le mette sul comodino
per bere il bicchiere di acqua comprata,
come tanti prati guardati senza dire niente,
tante cose fatte in tutti i giorni.
Intorno ha una cassettiera con lo specchio,
due sedie scure, un armadio, l’incandescenza minuscola di una stufa.
Dei centrini, la stampa di una natività con il rametto di ulivo,
un taccuino, dei pantaloni, delle cose sue.
Davanti il cielo che è venuto insieme a lui,
gli alberi che sono venuti insieme a lui. Forse una ghiaia di giochi
e dei morti, che sono silenzio, un solo grande silenzio, un silenzio di tutto.
A volte l’acqua del Cornappo era una saliva più molle,
un respiro che scivolava sui sassi.
A volte tutto era l’uccellino del freddo disegnato sul libro di lettura
vicino a una poesia scritta in grande da imparare a memoria.
A volte niente, venire di qua a prendere il pezzo di cioccolato
e la tosse, quella maniera della luce di far tremare le cose,
gli andirivieni, il pavimento stordito dallo stare male.”

Mario Benedetti, da “Umana gloria”, 2004

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Penso a come dire questa fragilità che è guardarti

“Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.”

Mario Benedetti, da “Pitture nere su carta”

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Le mani sulla mela, sole con il verde

“Le mani sulla mela, sole con il verde
le dita avvoltolate nelle bucce.

Le cassette donate che Rina portava dal lavoro,
quelle cadute sul prato, mamma, che cosa mangi?

E il succo nella bocca della tua eternità
dove il mondo è stato unico e minuscolo.

Povera umana gloria
quali parole abbiamo ancora per noi?”

Mario Benedetti, da “Pitture nere su carta”

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Che cos’è la solitudine

“Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.”

 

Mario Benedetti, da “Umana gloria”, 2004

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Nell’immagine: L’ultima foto di Mario Benedetti postata sul suo profilo di Facebook, nell’estate del 2014

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