Pensieri

2016: il fragore di un sisma

24.08.2022
24 agosto 2016, ore 3,36: “Dieci secondi sono bastati a distruggere ogni cosa.”
“La prima immagine che mi viene in mente è sicuramente il fracasso infernale di quella notte. Io mi trovavo nell’unica casa di riposo che c’era ad Amatrice, sono stato svegliato, oltre che da questo fracasso che non avevo mai sentito, dalla polvere dovuta ai calcinacci e dalla libreria che mi stava cadendo addosso.”
“Sento ancora il letto tremare, le finestre scricchiolare. Rivivo la corsa per svegliare i miei e poi le urla di mia mamma che dice a papà di venirmi a prendere. È straziante.”
“Non c’è più lo stesso spirito, il senso di sicurezza e di pace che ci trasmetteva quel posto è svanito. Ci mancheranno la gente, le feste, l’aria di felicità e di spensieratezza che emanava Amatrice e i paesi vicini.”
“Un bambino l’ho visto passare davanti a me portato a braccia dallo zio che chiedeva disperatamente aiuto.”
“Subito dentro di me ho capito che il nostro paese non sarebbe stato più lo stesso.”
“E’ stato un incubo. Ci siamo svegliati alle 3.35 con i mobili che crollavano e i muri che si muovevano di un metro. Siamo riusciti a uscire dalle case in fretta e furia, alcuni sono ancora in mutande qui in strada. Abbiamo acceso un fuoco in piazza e siamo andati a tirare fuori gli anziani dalle abitazioni.”
“Mi ha fatto dispiacere vedere le case e i dintorni. (…) In generale si trattava di case vecchie e apparentemente di poco valore, ma facevano parte della nostra identità culturale, un pezzo delle nostre radici familiari che verrà persa.”
*****

Proprio tutto come prima

 

“Li nostri padri antichi l’Amatrice
doppo ogni sisma sasso su mattone
l’hanno arifatta in men che nun se dice
usanno a mano pala co piccone.

Noantri co cemento e scavatrice
e l’antri mezzi a disposizzione
in tre anni sto borgo è la cornice
ancora de macerie e distruzzione.

Intorno nun te cresce in mezzo an prato
più l’erba come d’Attila ar passaggio
e manco più dall’orti coji assaggio

avenno er teritorio sconquassato
e la dorcezza sfranta der paesaggio.
Er tutto come prima spergiurato
l’avremo quanno Pasqua viè de maggio.”

 

Francesco Di Stefano

Lascia un commento