Affabulazioni

Lei e il suo gatto

25.08.2022
Era l’inizio della primavera, e quel giorno pioveva.
Una pioggerellina simile a foschia cadeva su di me, mentre stavo sdraiato in una scatola di cartone accanto al marciapiede. I passanti mi lanciavano giusto una rapida occhiata prima di tirare dritto e allontanarsi. Dopo qualche ora, non avevo nemmeno più le forze per sollevare la testa. Mi ero arreso all’idea di non far altro che fissare il cielo plumbeo con un occhio solo.
Tutt’intorno era tranquillo, sentivo solo lo sferragliare dei treni in lontananza che rimbombava come un tuono. Giungeva dalla sopraelevata, era un rumore intenso e regolare. Mi affascinava. Se la pulsazione debole nel mio petto era capace di animare il mio corpo, mi domandavo, quel frastuono che cos’era in grado di animare?
Doveva senz’altro essere il battito del cuore del mondo. Un mondo energico, immenso e perfetto. Un mondo del quale, tuttavia, io non ero parte.
Le piccole gocce di pioggia sottile continuavano a scendere silenziose. Io, la guancia incollata al fondo della scatola di cartone, ebbi come l’impressione di cominciare a levitare lentamente.
Di sollevarmi sempre più in alto, verso il cielo, lontano, lontano.
Sentivo che da un momento all’altro avrei udito uno schiocco e sarei stato tagliato fuori da tutto.
La prima a donarmi una connessione con questo mondo era stata la mia mamma.
Lei era gentile e il suo corpo era caldo. Mi dava qualsiasi cosa le chiedessi.
Ma in quel momento non c’era più.
Cos’era successo? Che ci facevo in quella scatola di cartone bagnata dalla pioggia? Non ricordavo nulla.
Non possiamo ricordare ogni singolo avvenimento della nostra vita, questo è ovvio, la nostra memoria conserva solo i momenti davvero importanti. Io però non avevo neanche un misero ricordo da custodire.
La pioggia continuava a battere morbida.
Mi sentivo vuoto e continuavo a levarmi nell’aria, verso il cielo grigio. Adagio, molto adagio.
Tutt’a un tratto mi sembrò che il rumore dei treni fosse diventato più intenso.
Quando aprii gli occhi, incontrai il volto di un’umana. Reggeva un ombrello di plastica trasparente e mi guardava dall’alto.
Da quanto tempo era lì?
Si accovacciò fino a toccare le ginocchia col mento e mi scrutò. I capelli lunghi le cadevano sulla fronte. Lo sferragliare che giungeva dalla sopraelevata era amplificato dall’eco creata dall’ombrello.
Sia il mio corpo sia i capelli dell’umana erano bagnati e appesantiti. Intorno a noi aleggiava il profumo della pioggia.
Mi sforzai di sollevare la testa e guardarla dritta in faccia. Le tremavano gli occhi, ma dopo aver distolto lo sguardo per un attimo mi restituì un’occhiata decisa. Ci studiammo a vicenda.
La Terra girava calma sul suo asse, mentre i nostri corpi continuavano a perdere calore avvolti dal silenzio.
Andiamo? Insieme.
Mi toccò con le mani gelide come il ghiaccio. E mi sollevò. Mi prese in braccio con facilità. Visto dall’alto, il cartone dov’ero rimasto fino a quel momento appariva incredibilmente piccolo. Lei mi strinse a sé, tra la giacca e la felpa. Il suo corpo era caldo, stentavo a credere che potesse esistere un simile tepore. Sentivo il suo cuore battere. Quando lei s’incamminò, il fragore dei treni sulla sopraelevata si allontanò. Il mio e il suo battito riecheggiavano all’unisono con quello del mondo.
Makoto Shinkai e Nagakawa Naruki da “Lei e il suo gatto”, 2003

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