Pensieri

L’uomo di vetro

25.08.2022

Sento forte il desiderio di svelare la mia fragilità, di mostrarla a tutti coloro che mi incontrano, che mi vedono, come fosse la mia principale identificazione di uomo, di uomo in questo mondo.
Un tempo mi insegnavano a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti, che avrebbero impedito di far  risaltare i miei pregi e di farmi stimare.
Adesso voglio parlare della mia fragilità, non mascherarla, convinto che sia una forza che aiuta a Vivere.
Fragilità ha la stessa radice di frangere; che significa rompere.
La fragilità di un vetro pregiato di Murano o di un cristallo di Boemia: bello, elegante, ma basta poco perché si frantumi e si trasformi in frammenti inservibili.
Conoscendone la natura, si deve stare attenti a come lo si usa, a come lo si conserva: occorre tenerlo lontano da luoghi in cui si compiono azioni d’impeto, perché altrimenti quel vetro pregiato si fa nulla, solo ricordo.
«Fragile» significa anche delicato, gracile.
Come un fiore: basta un colpo di vento e un petalo si stacca e perde il suo profumo, divelto dalla sua funzione, muore.
Il contrario di fragile è resistente, tetragono, indistruttibile.
Si pensa agli oggetti in acciaio, alle rocce di una montagna.  All’uomo di roccia non di vetro, all’uomo potente non fragile: c’è e tra un attimo potrebbe svanire, pezzi di un’unità defunta, come non fosse mai stato.
Si sente dire che l’educazione deve edificare un bambino forte, un uomo di coraggio che affronta le lotte e le vince.
La timidezza, invece, va curata e prima ancora nascosta: la paura va dimenticata e sostituita con la Potenza  e per questo ci si allena a battere un nemico, prima Immaginario e poi di carne; e l’abilità sta proprio nel  romperlo e non nel venire rotti.
Ecco la differenza tra i due opposti: la fragilità e la forza.
«Grandi» si crede siano coloro che hanno sempre vinto,  mentre i «gracili» in un attimo si incrinano, si frantumano  in tanti piccoli pezzi  che non permettono di venire ricomposti .
lo sono fragile e, paradossalmente, sono portato a parlare di forza della fragilità: di forza,  anche se lontano dalla stabilità, dalla infrangibilità.
La fragilità richiama il tempo e la caducità del tempo, del tempo che passa.
Ebbene, se sono stato, e sono, un buon psichiatra,  se ho aiutato i miei matti, ciò è avvenuto per la mia fragilità … per la paura di sdoppiarmi, di togliermi la voglia di vivere e di rendermi simile a un depresso che chiede soltanto di scomparire per cancellare il dolore di cui si sente plasmato.
La mia fragilità significa che ho bisogno dell’altro, di chi mi possa aiutare con la voglia di mostrarsi amico poiché sa che io sento la voglia di esserlo per lui.
La mia fragilità mi porta ad amare, dunque l’amore è la risposta a un bisogno, nato dalla fragilità, dalla percezione che senza l’altro il mio essere nel mondo è votato solo alla morte, al non esserci; e la solitudine dell’uomo di vetro è la peggiore delle malattie, della malattie del vivere. (…)

Occorre avere il coraggio – e la grazia di restituire alle nostre ferite il diritto di cittadinanza! Il rapporto con noi stessi e la nostra vita quotidiana (sociale, familiare, relazionale) diverranno «paradisiaci» quando riusciremo ad accoglierci ed amarci non malgrado, ma attraverso tutte le nostre ferite e le nostre debolezze.
Una comunità – sia essa civile, familiare, religiosa – sarà un “paradiso” non quando tutti saranno perfetti e non vi saranno più tensioni, bensì quando ciascuno potrà finalmente gettare via la maschera che gli copriva la sua vera identità, perché si sentirà accettato e amato così com’è; quando limiti, peccati, ferite e tradimenti non sono più occasioni di divisione e maledizioni, ma luoghi dove potersi amare e perdonare.
Diverremo umani, quando accoglieremo la nostra reciproca umanità. L’ostacolo è la condizione perché la luce possa risplendere; l’attrito è la condizione perché il movimento possa verificarsi; a volte il male pare avere la meglio su di noi e rimaniamo a terra, frantumati. Ma perdere non vuol dire ancora essere sconfitti, e questo perché il bene, vince sempre.

 

Vittorino Andreoli, da “L’uomo di vetro: la forza della fragilità”, 2008

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Nell’immagine: Enzo De Giorgi, “La barca di carta”, 2016

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