Pensieri

Il filo di mezzogiorno

08.09.2022
“Non andare fra le viti nel filo di mezzogiorno: è l’ora che i corpi dei defunti, svuotati della carne, con la pelle fina come la carta velina, appaiono fra la lava. È per questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero e: o morirai di sete fra gli sterpi disseccati dal sole – sterpo secco pure tu – o penserai sempre a loro smarrendo il senno”.
“Che diceva? Anch’io so una poesia: parlava ma non potevo ascoltarlo. Quella poesia mi premeva alle tempie… urgeva… Si scurdarunu di essere puvureddi e pi lu munì sonni ieri vestutí i strozzi poi si ficiru giacchi cui giornali e cu cartoni un tabbutu pi ripusari… le piace?
“È bellissima. E chi sono questi puvureddi?”
“Ma io e lei… i siciliani… dove l’ho letta?” Non respiravo: anche con la bocca aperta il profumo mi soffocava. Mi faceva girare la testa. Dove l’ho letta?
“Non è che l’ha scritta, e ora se l’è ricordata?”
“No, non l’ho scritta. Ne ho scritte tante in italiano, ma in siciliano mai. M’è venuta così… “La mia voce diceva “ne ho scritte tante”. Ne avevo scritte tante, e “Ma io scrivo… Sì, scrivo da tanto poesie e anche novelle. Dove sono? Le debbo cercare…”
La mia voce forte mi svegliò strappandomi da quel profumo caldo, e, in mezzo alla stanza, nella luce del sole, fogli bianchi su fogli bianchi, coperti da una calligrafia piccola, ridevano. Scrivevo, sì. Dal pozzo di quegli anni senza memoria quei foglietti ammucchiati mi parvero un regalo impensato e favoloso. Non facevo più l’attrice. Quando era stato? Ah sì! Una notte. Quanti anni fa? Mi decisi. Presi un pezzo di carta, e scrissi qualcosa: tre o quattro pagine. Citto dormiva accanto a me profondamente, e non si svegliava mai quando io accendevo la luce per leggere, ma quella notte sì, quella notte, senza rivoltarsi, mi chiese: “Scrivi?”
“Sì”. “Una poesia?” “Sì”. “Bene.”
“Herzog caro, hai ragione: in questo secolo di religiosità scientifico-tecnica, l’emozione, l’amore, la scelta morale e finanche la memoria cadono in sospetto di malattia. Ma a te confido a quattr’occhi che anch’io in questo lungo inverno-galera ho scritto un sacco di lettere a mia madre, a questo medico stesso, ai suoi colleghi, a Garibaldi e se vuoi te le farò vedere. Ma ti dico: se siamo morbosi, malati, pazzi, a noi va bene così. Lasciateci la nostra pazzia e la nostra memoria: lasciateci la nostra memoria e i nostri morti. I morti e i pazzi sono sotto la nostra protezione.”
“Ogni individuo ha il suo segreto che porta chiuso in sé fin dalla nascita, segreto di profumo di tiglio, di rosa, di gelsomino, profumo segreto sempre diverso sempre nuovo unico irripetibile, segreto di impronte digitali graffito inesplicabile sempre nuovo diverso sempre unico irripetibile. Segreto di occhi azzurri, eco del segreto dello spazio segreto di occhi neri, eco del segreto della notte segreto di occhi grigi, eco del segreto di disegno di nuvole sempre dissimile, impensato segreto di occhi verdi, eco del segreto di profondità marine danzanti di alberi di corallo, alberi di sangue? Segreto di sangue pietrificato.. ogni individuo ha il suo segreto.. non violate questo segreto, non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità, per paura di percepire il profumo del vostro segreto sconosciuto e insondabile a voi stessi.”
Goliarda Sapienza, da “Il filo di mezzogiorno”, 1969

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