Linguaggi

Lacrime…

16.09.2022
“Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.”
Giosuè Carducci, da “Davanti San Guido”, in “Rime Nuove”
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Solchi di vita
“Chi non ha mai sentito
le proprie lacrime,
tra il riso ed il pianto,
scender lungo il viso,
giù, fino a berne,
non saprà mai
che sapore ha un’emozione…”
Lucio Hassan Siro, “Solchi di vita”
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Rogier van der Weyden, “Deposizione, 1435-1440 ( un dettaglio; sotto, l’opera completa)
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Lacrime
“Ecco quei tempi ricreati dalla forza
brutale delle immagini assolate:
quella luce di tragedia vitale.
Le pareti del processo, il prato
della fucilazione: e il fantasma
lontano, in cerchio, della periferia
di Roma biancheggiante in una nuda luce.
Gli spari; la nostra morte, la nostra
sopravvivenza: sopravvissuti vanno
i ragazzi nel cerchio dei palazzi lontani
nell’acre colore del mattino. E io,
nella platea di oggi, ho come una serpe
nei visceri, che si torce: e mille lacrime
spuntano in ogni punto del mio corpo,
dagli occhi ai polpastrelli delle dita,
dalla radice dei capelli al petto:
un pianto smisurato perché sgorga
prima d’essere capito, precedente
quasi al dolore. Non so perché, trafitto
da tante lacrime, sogguardo
quel gruppo di ragazzi allontanarsi
nell’acre luce di una Roma ignota,
la Roma appena affiorata dalla morte,
superstite con tutta la stupenda
gioia di biancheggiare nella luce:
piena del suo immediato destino
d’un dopoguerra epico, degli anni
brevi e degni d’un’intera esistenza.
Li vedo allontanarsi: ed è ben chiaro
che, adolescenti, prendono la strada
della speranza, in mezzo alle macerie
assorbite da un biancore ch’è vita
quasi sessuale, sacra nelle sue miserie.
E il loro allontanarsi nella luce
mi fa ora raggricciare di pianto:
perché? Perché non c’era luce
nel loro futuro. Perché c’era questo
stanco ricadere, questa oscurità.
Sono adulti, ora: hanno vissuto
quel loro sgomentante dopoguerra
di corruzione assorbita dalla luce,
e sono intorno a me, poveri uomini
a cui ogni martirio è stato inutile,
servi del tempo, in questi giorni
in cui si desta il doloroso stupore
di sapere che tutta quella luce,
per cui vivemmo, fu soltanto un sogno
ingiustificato, inoggettivo, fonte
ora di solitarie, vergognose lacrime.”
Pier Paolo Pasolini, “Lacrime”, da “La religione del mio tempo”, 1961
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Roy Lichtenstein, “The Crying Girl“, 1963 d
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Pianto antico

“L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.”

 

Giosuè Carducci, “Pianto antico”. da “Rime nuove”, 1887

 

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A tavola siamo in tre soltanto

 

“A tavola siamo in tre soltanto,
il quarto è il nostro pianto:
viene senza mai arrivare,
parte senza mai andare.”
Miroslav Košuta (poeta e scrittore sloveno)
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Anne Marie Zilberman, “Le lacrime di Freyja(un’opera spesso attribuita a Gustav Klimt)
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Assedio
“Ho lacrime blu
a forza di piangere guardando il cielo
Ho lacrime gialle
a forza di piangere sognando spighe
d’oro
Vadano pure in guerra i condottieri
nei boschi gli innamorati
ai laboratori gli scienziati
Io
cercherò un rosario e una vecchia sedia
per tornare quello che ero,
un usciere fermo sulla soglia del dolore
almeno finché ogni libro e costituzione e religione
dirà che morirò soltanto
di fame o di prigione.”
Muhammad Al Maghut (poeta siriano), “Assedio”, da “Al-farah laysa mihnatî” (“La gioia non è il mio mestiere”), 1970

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Ho pianto perché
“Ho pianto perché
il processo grazie al quale sono divenuta donna
è stato doloroso.
Ho pianto perché
non sono più una bambina
con la fede cieca di una bambina.
Ho pianto perché
i miei occhi sono aperti sulla realtà.
Ho pianto perché
non posso più credere e io amo credere.
Posso ancora amare appassionatamente
anche senza credere.
Questo significa che amo umanamente.
Ho pianto perché
d’ora in avanti piangerò meno.
Ho pianto perché
ho perso il mio dolore
e non sono ancora abituata
alla sua assenza.”
Anaïs Nin, “Ho pianto perché”
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Poter sentire il perdono del mondo.
“Poter sentire il perdono del mondo.
Leggere negli occhi di chi hai ferito
che non è cambiato niente
che immutato è l’amore
e più forte del dolore.
Darsi al pianto
petto di foglia offerto alla pioggia
farsi piccoli nella grandezza della colpa
e sparire
ché se la colpa è fuoco, noi siamo scintille
e se è eternità, noi siamo istanti.”
Davide Cortese, da “Tenebrezza”, 2023
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La parola piangere
“Un giorno tutti saremo felici.
Le lacrime, chi le ricorderà?
I bimbi scoveranno
nei vecchi libri
la parola «piangere»
e alla maestra in coro chiederanno:
«Signora, che vuol dire?
Non si riesce a capire».
Sarà la maestra,
una bianca vecchia
con gli occhiali d’oro,
e dirà loro:
Così e così.
I bimbi lì per lì
non capiranno.
A casa, ci scommetto,
con una cipolla a fette
proveranno e riproveranno
a piangere per dispetto
e ci faranno un sacco di risate…
E un giorno tutti in fila,
andranno a visitare
il Museo delle lacrime:
io li vedo, leggeri e felici,
i fiori che ritrovano le radici.
Il Museo non sarà tanto triste:
non bisogna spaventare i bambini.
E poi, le lacrime di ieri
non faranno più male:
è diventato dolce il loro sale.
…E la vecchia maestra narrerà:
«Le lacrime di una mamma senza pane…
le lacrime di un vecchio senza fuoco…
le lacrime di un operaio senza lavoro…
le lacrime di un nero frustato
perché aveva la pelle scura…»
«E lui non disse nulla?»
«Ebbe paura?»
«Pianse una sola volta ma giurò:
una seconda volta
non piangerò».
I bimbi di domani
rivedranno le lacrime
dei bimbi di ieri:
del bimbo scalzo,
del bimbo affamato,
del bimbo indifeso,
del bimbo offeso, colpito, umiliato…
Infine la maestra narrerà:
«Un giorno queste lacrime
diventarono un fiume travolgente,
lavarono la terra
da continente a continente,
si abbatterono come una cascata:
così, così la gioia fu conquistata».”
Gianni Rodari, “La parola piangere”
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Foto di Letizia Battaglia
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Foto in evidenza: Man Ray, “Lacrime di vetro”, 1932

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