Linguaggi

Testamenti poetici

20.09.2022
“Abramo di Santa Chiara racconta di un ricco che alla sua morte costituì erede di tutte le sue sostanze un solitario. Il solitario quando lo venne a sapere, rispose: «Deve trattarsi di uno sbaglio: com’è possibile ch’egli mi costituisca suo erede se sono morto molto tempo prima di lui?»”
Søren Kierkegaard, da “Diario”, 1834/55 (postumo 1909/49)
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Testamento
(A Moma Dimić)
“I
Lascio in eredità ai passeri
le emozioni represse
riscalderanno il nido
proteggeranno la specie
II
al falco lascio le visioni
e l’ampiezza della fantasia
aggiungeranno estro al volo
lo rallegreranno al vespro
III
al cerro e alla quercia
lascio l’intimità dell’opera
li aiuterà a sopportare il gelo
e le barbarie
IV
alla vigna lascio le idee acerbe
matureranno con il sole
saranno aglianico
e brindisi
V
alla luna lascio un sentimento mai nato
sarà incanto e resurrezione
dovrà covarlo con l’energia della scienza
e la genuinità dei semplici
VI
al fuoco e alla neve
lascio l’impeto del linguaggio
e la brina delle liriche
alimenteranno la tenerezza
VII
al fiume e al ruscello
lascio la liquidità dei segni
scorreranno fino a quando l’uomo
difenderà il creato
VIII
al cielo e ai bimbi
lascio i colori della scrittura
le rime e le assonanze
e i mulinelli dell’innocenza
XIX
al nulla lascio la pena
i grumi di sangue
l’ansia delle doglie
e l’inquietudine
X
ai poeti lascio il dilemma
la giovialità del percorso
e la purezza delle pagine
li tramanderanno ai posteri
XI
alle parole lascio una carezza
soave come il miele di acacia
grata per la fedeltà
e la battaglia.”
Anna Santoliquido, “Testamento”, da “Ed è per questo che erro”, 2007
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Kamal Koria
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Brano dal mio testamento
“Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre
a me. Le stelle brilleranno uguali, e uguali
t’indurranno le notti a dolce sonno,
il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo,
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco tu
guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione m’ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento, e pioggia, e grandine:
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate, ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa’ presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici: già! I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri:
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono, di fuori,
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro.
Il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.
È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. È questo che ti lascio.”
Kriton Athanasulis, “Brano dal mio testamento”
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Piccolo testamento
“Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, dell’Hudson, della Senna
scuotendo l’ali di bitume semi-mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.
Non è un’eredità, un portafortuna
che può reggere all’urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l’estinzione.
Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.”
Eugenio Montale, “Piccolo testamento”, da “Conclusioni provvisorie”, in “La bufera e altro”, 1956
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Artur Politov
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Testamento

“Si overo more ‘o cuorpo sulamente

e ll’anema rinasce ‘ncuorpo a n’ato,

ì mo sò n’ommo, e primma che sò stato?

‘na pecora, ‘nu ciuccio, ‘nu serpente?

E doppo che sarraggio, ‘na semmenta?

n’albero? quacche frutto prelibbato?

Va trova addò staraggio situato:

si a ssulo a ssulo o pure ‘mmiez”a ggente.

Ma ‘i nun ‘e faccio ‘sti raggiunamente:

ì saccio che songh’io, ca sò campato,

cu tutt’ ‘o buono e tutt’ ‘o mmalamente.

E pè chello che songo sto appaciato:

ca, doppo, pure si nun songo niente,

saraggio sempe ‘n ‘ommo ca sò nato.

(“Se davvero muore il corpo solamente e l’anima rinasce nel corpo di un altro, io adesso sono un uomo e prima cosa sono stato? Una pecora, un asino, un serpente? E dopo, che sarò, un seme? Un albero? Qualche frutto prelibato? Chissà dove sarò, se solo solo oppure in mezzo alla gente. Ma io non faccio questi ragionamenti: io so chi sono, che sono vissuto, con tutto il bene e tutto il male. E’ per questo che sono in pace: che dopo, anche se non sono niente, sarò sempre l’uomo che son nato.”)

Raffaele Viviani, “Testamento”

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Il testamento di un albero

 

“Un albero di un bosco
chiamò gli uccelli e fece testamento:
“Lascio i miei fiori al mare,
lascio le foglie al vento,
i frutti al sole e poi
tutti i semi a voi.
A voi, poveri uccelli,
perché mi cantavate le canzoni
della bella stagione.
E voglio che gli sterpi,
quando saranno secchi,
facciano il fuoco per i poverelli.

Però vi avviso che sul mio tronco
c’è un ramo che dev’essere ricordato
alla bontà degli uomini e di Dio.
Perché quel ramo, semplice e modesto,
fu forte e generoso: e lo provò
il giorno che sostenne un uomo onesto
quando ci si impiccò”

 

Trilussa

 

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Ballata

 

“Ai Certosini e ai Celestini,

Ai Mendicanti e alle Devote,

Ai perdigiorno e ai damerini,

Ai servitori e alle mignotte

Che portano giacchette e gonne strette,

Ai presuntuosi languidi d’amore

Che vanno fieri dei loro stivaletti,

A tutti imploro di aver misericordia.

 

Alle fanciulle che mostrano le tette

Per avere clienti in quantità,

A ladri, a mestatori,

A saltimbanchi che mostrano bertucce,

A folli d’ambo i sessi, a sciocchi e sciocche,

Che se ne vanno zufolando sei a sei

A mocciosi e mocciosette,

A tutti imploro di aver misericordia.

 

Tranne ai cani mastini traditori

Che mi han fatto rosicchiare dure croste,

Faticare sera e mattina di mascelle,

Che ora non temo più di quattro stronzi.

Farei per loro peti e grossi rutti,

Non posso, perché son seduto.

Ma in fondo, per evitare ogni contesa,

A tutti imploro di aver misericordia.

 

Che gli si spezzino tutte le costole

Con magli duri, forti e massicci,

Con verghe ben piombate e palle simili!

A tutti imploro di aver misericordia”

 

François Villon, da “Il testamento” (“Le testament” o “Le grand testament”), composto nel 1461

 

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Foto di Dario Mitidieri

 

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Testamento
“Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre
a me. Le stelle brilleranno uguali, e uguali
t’indurranno le notti a dolce sonno,
il mare t’empirà di sogni.
Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo,
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco tu
guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione m’ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento, e pioggia, e grandine:
hanno sepolto la mia voce.
Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate, ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa’ presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici: già! i nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri:
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono, di fuori,
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro.
Il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.
È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. È questo che ti lascio.”
Kriton Athanasulis, “Testamento”, da “Due uomini dentro di me”, 1957

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Il giorno che morirò

“Il giorno che morirò,
restituite al mare
ogni mio ricordo del mare,
restituite al cielo
ogni brandello di cielo
serbato nel mio cuore,
il sussurro delle foreste,
lo scroscio delle cascate,
restituiteli
a foreste e cascate,
e se nelle mani
mi resterà una stella,
restituitela alle galassie,
il mio corpo
affidatelo alla terra,
il mio cuore
a tenebra e silenzio,
quieti poi
allontanatevi,
ch’io non sappia più nulla
del vostro andirivieni.”
Bijan Jalali (Iran) – Traduzione di Francesco Occhetto

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Luigi Ghirri, “Impresión C”

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Testamento 
Ai miei figli
“Vi lascio una scala
traballante
incompiuta
con qualche scalino rotto
alcuni marci
e più di uno
intero.
Riparatela
mettetela in piedi
saliteci sopra
salite
fino a toccare la luce.”
Claribel Alegrìa (poetessa nicaraguense), da “Voci”
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Alla mia morte ti lascerò i miei averi
“Alla mia morte ti lascerò i miei averi:
non altro che un nome, chiuso in un libro.
Nelle tenebre in rivolta,
che dai miei avi arrivano fino a te,
i miei padri strisciarono come animali
lungo dirupi e precipizi,
che ora aspettano te, mio giovane figlio:
il mio libro è un gradino per risalirli.
Mettilo al capo del letto
con devota pietà: è la carta piú antica
della liberazione
di voi servi dai rozzi mantelli
pieni delle ossa riversate in me.
Ora possiamo mutare per la prima volta
la zappa con la penna e il solco in calamaio
perché i nostri avi, tra i buoi dorati,
raccolsero il sudore
del lavoro di centinaia d’anni.
Dalle loro voci che incitavano gli armenti
ho creato misure, accordi di parole
e culle per i padroni futuri:
e per migliaia di settimane,
lavorandole come il pane, le ho trasformate
in sogni e icone. Dagli stracci
sbocciarono gemme e ghirlande.
Ho mutato in miele il veleno ricevuto,
lasciando intero il suo dolce potere.
Filando lievemente l’offesa
ne ho fatto persuasione e bestemmia.
Ho preso dal focolare la cenere dei morti
per alzare un dio di pietra,
alto confine con due mondi sui pendii
che vegli in cima al tuo dovere.
Il nostro dolore sordo e amaro
l’ho raccolto su un solo violino:
il padrone ballò alle sue note
come un capro che viene sgozzato.
Dalle piaghe dalle muffe dal fango
ho fatto nascere bellezza e nuovi valori.
I colpi di frusta si mutano
in parole lente, castigatrici
che perdonano ai figli
il delitto che fu di tutti.
Questa è la giustizia resa al ramo
oscuro uscito dalla foresta al sole,
ramo da cui spunta come grappolo di nèi
il frutto della pena di tutta l’eternità.
Pigramente sdraiata sul divano
la giovane principessa
soffre dentro il mio libro.
La parola di fuoco e quella formata ad arte
si uniscono nella pagina come
la tenaglia abbraccia il ferro rovente.
Il servo l’ha scritta, il signore la legge
e non vede che nel suo profondo
c’è tutta la collera dei miei antenati.”
Tudor Arghezi, da “Poesie”, 1966 – Traduzione di Salvatore Quasimodo
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Nino Orlandi, scultura in legno
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Nell’immagine: René Magritte, “Il pensiero che vede”, 1965

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